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	<title>Artepreistorica.com &#187; Maria Laura Leone</title>
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	<description>Rock Art Resources</description>
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		<title>THE HANDS IN PREHISTORY / LE MANI NELLA PREISTORIA</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 21:15:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleolithic]]></category>
		<category><![CDATA[GARGAS]]></category>
		<category><![CDATA[Patagonia. Borneo. Sicilia.]]></category>

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		<description><![CDATA[Lasciare l&#8217;impronta della propria mano è un gesto antichissimo ripetutosi in ogni epoca e in ogni continente, sulle rocce alla luce del sole come nelle grotte nell&#8217;oscurità più profonda; attraverso il colore o per mezzo dell&#8217;incisione, con la mano aperta o semichiusa, dagli adulti e dai bambini, dalle donne e dagli uomini. Ma cosa ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://learnspanishdc.com/weblog/wp-content/uploads/2008/06/manos.jpg" alt="" width="361" height="240" /></p>
<p>Lasciare l&#8217;impronta della propria mano è un gesto antichissimo ripetutosi in ogni epoca e in ogni continente, sulle rocce alla luce del sole come nelle grotte nell&#8217;oscurità più profonda; attraverso il colore o per mezzo dell&#8217;incisione, con la mano aperta o semichiusa, dagli adulti e dai bambini, dalle donne e dagli uomini. Ma cosa ciò significava esattamente ancora non è chiaro. Certamente si trattava di un&#8217;interazione tra la persona e il supporto dove posava la mano, ma è ancora più probabile che il suo significato sia mutato nel tempo,e differendo da contesto a contesto. Segnalo alcuni articoli e immagini degni di nota sull&#8217;argomento, cui uno in particolare riguarda la determinazione sessuale delle impronte.</p>
<p><a href="http://www2.cnrs.fr/presse/journal/2596.htm"> <em>Camille Lamotte</em></a> fa una disamina sulle diverse interpretazioni trattando delle impronte scoperte in Borneo nella <strong>Grotta Gua Masri II, </strong>sul <strong>Journal du CNRS. </strong>Ma parla anche dello studio di <strong>Jean-Michel Chazine</strong> il quale ha messo a punto un nuovo software, Kalimain, in collaborazione con  Arnaud Noury, per determinare il sesso delle mani dipinte in negativo nelle grotte preistoriche.  &lt;&lt;<em>Tutto inizia nel Dicembre 2004, quando i ricercatori Kevin Sharpe e Leslie Van Gelder, specialisti di tracciati digitali, affermano la possibilità di determinare il sesso di certe mani in negativo grazie all’indice di Manning, secondo il quale il rapporto tra la lunghezza dell’indice e l’anulare sarebbe rappresentativo dell’identità sessuale di tutti gli individui. Nei primi mesi della vita fetale alcuni ormoni influenzerebbero lo sviluppo dei queste due dita. Gli estrogeni per la crescita dell’indice e il testosterone per quella dell’anulare. Tale scarto medio tra uomini e donne si verificherebbe costantemente.</em>&gt;&gt;</p>
<p>Anche se un po&#8217; datato, <a href="http://carte-sparse.blogspot.com/2009/09/grotta-delle-mani.html">questo post</a> tratta delle famose impronte di <strong>Grotta delle Mani</strong> in Patagonia (Cueva de las Manos, provincia di Santa Cruz, Argentina)., delle quali si può leggere un articolo interessante di <a href="http://rupestreweb.tripod.com/manos.html">Rafael S. Paunero</a>. Quasi tutte sono in rosso (ematite), bianche (roccia calcarea), nere (manganese o carbone) e gialle (limonite, ocra gialla).</p>
<p>Invece le impronte note in Italia sono a <strong>Grotta Paglicci,</strong> <strong>Grotta dei Cerv</strong>i e <strong>Grotta Cosma</strong> (tutte in Puglia).   <a href="http://www.unipa.it/~dipstdir/portale/ARTICOLI%20PURPURA/Nuove%20raffigurazioni.pdf">Gianfranco e Giovanni Purpura </a>segnalano la presenza di altre impronte,  scoperte già anni fà ma non rese note, a <strong>Grotta Perciata</strong> e <strong>Grotta dell&#8217;Acqua</strong> in Sicila (Mondello, Palermo).</p>
<p>Se nella forma delle mani si può leggere  il sesso e l’età dell’individuo, la difficoltà dell’esecuzione, la posizione in cui ci si doveva mettere per eseguire il disegno e la destinazione topografica del gesto potrebbero aggiungere qualcosa di più. Tuttavia le amputazioni delle dita (o quelle che si ritengono tali) sono l&#8217;aspetto più misterioso nella pratica delle impronte. Le mani &#8220;amputate&#8221; più famose del Paleolitico europeo sono quelle di <strong>Gargas</strong> (Ariège, Francia). Per la tipicità, quasi tutte mancanti di dita e falangi, potrebbero offrirci dei risultati più che deduttivi riguardo la loro caratteristica.</p>
<p>Dal tipo di taglio delle falangi si può risalire all’origine della menomazione: se la forma dell’impronta manifesta un taglio netto, conseguenza di una volontaria amputazione, oppure una terminazione accidentale causata da un evento involontario come un congelamento, una malattia, un incidente. Inoltre, la possibilità di capire se le mani amputate di Gargas sono di ogni sesso ed età, aiuta a sperare in ulteriori considerazioni. Come spiega L.R. Nougier in “<em>Les grotte prehistoriques ornée de France, d’Espagne et Italie</em>”, 1990 (Balland) Paris a pag. 157-158, le anomalie delle mani di Gargas sono eccessive perché siano interpretate come il riflesso di un linguaggio dei segni.</p>
<p>Personalmente aggiungo che, almeno  per questa grotta,  l&#8217;amputazione rituale è da mettere in dubbio, specie se relazionata alla pratica del dolore per il raggiungimento della transe.  In tal caso non avrebbe senso la presenza di mani infantili. Una teoria del dolore fisico inferto per la transe non trova sostegno in presenza di mani di bebè o fanciulli. Non vedo la necessità e il senso di una transe in così tenera età, tanto meno l’applicazione di un eventuale linguaggio dei segni col fine della numerazione o della ideazione simbolica.</p>
<p>Nel caso di Gargas è possibile pensare a un luogo terapeutico dove le argille permettevano una cura alle amputazioni involontarie, derivate da malattie o congelamento. Nougier faceva notare proprio questo, dicendo che vi sono casi di impronte di mani affondate nell’argilla da riportare eventualmente a una pratica farmacologica, come mettere una mano dentro una pomata lenitiva.</p>
<p>Direi che bisogna porre un&#8217;attenzione specifica sugli aspetti pratici e ideologici del bisogno curativo, specialmente per capire determinati aspetti del Paleolitico. In ogni caso la presenza delle mani è sempre una trasmissione densa di significato. Attraverso il contatto con il supporto, col disegno vicino, con la forma della parete, la mano prendeva qualcosa e lasciava qualcos’altro, stabilendo così una trasmissione fra le parti. Anche i gesti terapeutici di Gargas, se tali furono, sono al contempo un lascito rituale e un desiderio di permanenza.</p>
<p style="text-align: right;">MARIA LAURA LEONE</p>
<p style="text-align: right;">(Gennaio 2010)</p>
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		<title>SACRED OPIUM BOTANY IN DAUNIA (ITALY) FROM THE VII-VI cent. BC</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 13:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iron Age]]></category>

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		<description><![CDATA[Summary &#8211; This paper outlines and updates a hierobotanical theory with respect to Papaver somniferum, regarding the reinterpretation of the anthropomorphic stelae of the Dauni. Monuments that have conventionally been considered as being related to burial rites but instead hold precious data on an organized hierocratic system images, that is comparable to the opium poppy, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Summary</strong> &#8211; This paper outlines and updates a hierobotanical theory with respect to Papaver somniferum, regarding the reinterpretation of the anthropomorphic stelae of the Dauni. Monuments that have conventionally been considered as being related to burial rites but instead hold precious data on an organized hierocratic system images, that is comparable to the opium poppy, has they contain symbols and stories in which there is an inherent sacramental use of this psychoactive plant.  The following text is presented as a summary of previous interpretations and an introductory essay to a new theory on which the author is presently working.</p>
<p>Extrat:   <span style="color: #ff0000;"><em>Eleusis, Journal of Psychoactive Plants and Compounds</em> New Series, 2002-2003. 6/7   Pagg. 71-82</span></p>
<p><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/07.oppio_.pdf">pdf   in   italiano estratto da</a> <span style="color: #ff0000;"><em>Ipogei</em>, quaderni dell’IISS  “S. Staffa” di Trinitapoli, Dicembre 2007, n.1, pp. 83-92</span></p>
<p><span id="more-807"></span></p>
<p><strong>
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/1.jpg" title="Fig. 1 Whole female stele, in which it is possible to see globally: the decorative dress, circular attributes, the jewellery and the scenes. Note the strong presence of birds and circular decoration of the phosphenic type. A- frontal view. B- rear view." class="shutterset_set_67" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/2.jpg" title="Fig. 2
Whole male stele (without head), covered in armour. A- On the front side his arms and sword can be perfectly distinguished, surrounded by scenes of various types. B- On the rear side the round shield dominates, surrounded by figures of disciples and animals.
" class="shutterset_set_67" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/3.jpg" title="Fig.3
Typical Daunian jar with spherical body and an exaggeratedly expanded lip. Both have the shape of a giant poppy seed pod. They always have four handless: two normal ones and two in the shape of hands. The hands have a double symbology: support of the vase and adoration of its religious meaning. 
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/4.jpg" title="Fig.4
Lower portions of female stelae. A, B – here the oscillum papaverini are perfectly recognizable. The pod is complete with stalk and stigmatic disk. C- In this rare case the oscillum have only the pod and leaves (reduced to geometric shapes). D – In this cases, instead, the stalk and stigmatic disk have been reduced to geometric shapes.
" class="shutterset_set_67" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/5.jpg" title="Fig.5
A – A therapeutic treatment scene. A priestess of the poppy (worn in her hair) offers a askos (Daunian jug) to a seated person.  B – In this scene too there is the offer of a jug, but the offer has a baton-sceptre poppy in their hand.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/6.jpg" title="Fig.6
 In this case the baton-sceptre poppy is in the hand of the patient, having his big toe treated by medical attendant in front.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/7.jpg" title="Fig.7
Stele fragments on which there is a kind of initiation scene.  A –The initiate is held upside down by two priestesses, one of who is holding a poppy.  B - Here the initiate has his head stuck in the ground.  C -  Here the initiate is upside down half  immersed  in the underworld and is being held by a figure on a throne. Note the surrounding esoteric animal symbology, represented by fish and birds. 
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/8.jpg" title="Fig.8
A man sitting (evidently drugged) is talking to a monstrous dog. Their speech is highlighted by the small clouds which are coming out of their mouths, in the manner of today’s cartoons comics.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/9.jpg" title="Fig.9
In these scene the initiate is travelling upside down, being transported by monstrous animal. The little cloud that is coming out of this head is very effective too.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/10.jpg" title="Fig.10
A kind of oracle scene, under the right hand of a male stele. The recurring hierocratic figure an a throne, seems to have a highly qualified function. And is portrayed while touching an object similar to a harp and being question by a disciple.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/11.jpg" title="Fig.11
On this vase fragment, the woman-poppy and the warrior have become a form to decorate the lip of jar in poppy form. Herdoniae, 6th century B.C.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/12.jpg" title="Fig.12
Again jar fragment on which it is possible to distinguish perfectly an anthropomorphic poppy behind the woman. Behind the warrior are three horsemen. The plant and horsemen indicate the sphere of influence of the deified couple in the vase decoration. Salapia, 6th century B.C.
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AN EXCEPTIONAL SACRED ICONOGRAPHY</strong></p>
<p>Was opium a religion for the ancient Dauni (1)? Yes, in part. At least as regards the cult of their female statue – stelae. This has emerged from the study that I conducted some years ago on the symbology and semantics of these monuments, characterised by carvings in a typically ideographic language (LEONE 1990/1996b). As a pre – literate civilization, the Dauni expressed their concept simply, by means of a very liberal use of representative art and symbols, handing us down iconographic documentation of such body as to be compared only to that of the Valcamonica (2). The Dauni artists only occasionally decorated their vases with figures, decorating them instead with very original geometrical designs of high artistic merit, and reserving their story telling for their priestly sculptures. Thanks to this documentary role the funeral stelae form rare stone books with which to “see” the world of the Dauni.</p>
<p>The carved narratives take up all the available space between the casing and the accessories that decorate the monuments. The stories are of various kinds and refer to tens of scenes, some of which form a pattern of myths and significant events in the liturgy of their cult based on the carvings. Among the apparently easily decipherable scenes it is possible to identify individuals hunting, fishing, fighting, travelling in boats, combing their hair, chatting, walking in procession, carrying offerings, performing magic-therapeutic rituals and perhaps even initiations. Some of the legendary scenes open a new door on Mediterranean psychopharmacology.</p>
<p><strong>PREISTLY SCULPTURE IN AN ANCIENT DUALISTIC PHILOSOPHY</strong></p>
<p>Almost certainly the meaning of the narratives goes beyond their superficial interpretation and pushes into the meanderings of a complex religious environment, very distant from us in time and clearly with highly ethnic connotations. Considering the context of the discovery of these finds and their narrative  decoration, one has the impression of being in front of fragments of a well organized and stratified hierocratic system, from which the roles of the participants and the meaning of what is taking place have to be identified. The whole thing appears as a great hierocratic cult, carried out by various prelates and disciples but centred on a pair of principal sacred figures, one male and the other female. These are portrayed on two classes of stelae and on a particular class of ceramic vases. Their identifying attributes are: the poppy for the female figures: and body armour for the male ones. The psychoactive role of the poppy defines the more numerous category of monuments, the female ones (fig. 1) the warrior-like and martial character define the less numerous category of monuments, the male ones (fig. 2), or the <em>paredro</em> (a virile figure derived from the anthropomorphic stelae of the Copper Age). In the religion of the statue-steale and of the anthropomorphic statue-menhir of the post Neolithic, the male and female role sexually personify the dualistic universe of primitive philosophy (LEONE 2000a).</p>
<p>The interpretation of the hierocratic function of the stale is being put forward by this writer and derived from the identification of the magic poppy carved on the monuments. As with every innovative theory this one too has had difficulty in being accepted. It has not been questioned in academic circle though it has not even been put up along side other theories that have now been in circulation for thirty years, from when the stelae were being studied by Silvio Ferri. Despite his classical preparation, Ferri never hypothesized that these monuments were two sacred beings. He held them to be tomb sculptures, stereotyped effigies of warriors and notables, and tried to explain the narrative in terms of death and burial, continuing to interpret them under the status of death. The  characters portrayed in these scenes were “actors” that were participating in rituals performed for a death person (FERRI 1962/71).</p>
<p>His theory lacks archaeological and semiological support. As far as it concerns their discovery, it has to be taken into account that non stele (of about 2000 finds) has ever been found in a position positively related to burial or death. As for semiotics it has to be said, instead that the archaeology of the images investigated the derivative structure of the story and explained the figures based on their graphic association. This method ha highlighted the semantic meaning of the botanic symbology  and has revealed the therapeutic arguments, of divination and initiation.</p>
<p><strong>A POPPY SYMBOLOGY</strong></p>
<p>One needs to imagine the stelae as originally being colored, covered with carved scenes, fixed in the ground (or rather in sand) and concentrated in two or three sanctuaries in the former lagoon between Siponto and Salapia (the plain standing behind the Gulf of Manfredonia), one of the most evocative places in Puglia. The former lagoon was the cradle of their cult, located on islands surrounded by river mazes. The figures reflect this habit blessed by the gods.</p>
<p>As noted previously, their form a couple composed of: a man dressed in precious embossed armour, complete with sword at his belt, shield on his shoulder and heart guard at the centre of his chest; and a woman covered by a sumptuous dress, decorated by extremely geometric designs, adorned with necklaces, decorative pins, pendants, amulets, gloves or tattoos, and always with two circular pendants ( her identifying attributes that seem to oscillate, hanging at her waist. These object are the pivotal point of this botanic interpretation and they refer, but in a way that is not altogether obvious, to some function of the opium poppy. They indirectly recall the upturned plant and accurately define the investiture of the female character portrayed on the stone. A sort of <em>Queen of the poppies</em>.</p>
<p>The semantic existence of this beautiful lilac-violet coloured flower has up to now passed unobserved, both because its form is too schematised, and because conventional archaeology avoids interpretations that deal with religions centred on the use of drugs. It would be too hard to accept. Consequently this semiological data has either not been accepted or badly interpreted.</p>
<p>However there is a connecting thread that allows the poppy to be identified: in the decoration, in the distinctive spherical vases with a typically Daunian lip and funnel (fig.3 ), in the baton – sceptre used by the person – medicine as a pharmacological metaphor, and in the large identifying circles that were originally coloured a dark red-violet. The common elements here can be grasped from faithful reproduction of the pod, which fortunately is well defined in many cases:</p>
<p>the leaves along the stem, the pod complete with its stigmatic disk, the stalk to which the petals are joined at the base of the sphere (fig. 4). Let us now analyse in more depth the question of the spherical shape of the <em>oscillum attributi</em>.</p>
<p>For Silvio Ferri they were <em>oscillum apotropaici</em>: magic resonant circles or metallic cymbals (kymbala), having the function of warding off evil spirits by means of their threatening sound. He did not give them any particular importance, not even on the rare occasions where he mistook them for pomegranates (FERRI, Stele Daunie V, 1965; 148).</p>
<p>For this class of monuments, the symbolic centrality of the oscillating circles is of the utmost importance. There is not even one female stele that does not have an attribute of this type. Despite being reduced in size and number, they never completely disappear. Originally they were large and detailed, exhibiting those defining characteristics which allowed them to be correctly identified botanically. The same characteristics that clarified the function of other similar object and the meaning of some scenes that have been misunderstood till now.</p>
<p><strong>SCENES WITH A PRIESTLY SETTING</strong></p>
<p>We can understand how much the Dauni knew about the effects of opium by observing some scenes of therapeutic treatment, in which the administration of the narcotic is hinted at by the presence of patients (or initiates) that are being cured by therapists-doctors (medical attendants); these armed with narcotic poppies as if they were instruments of power (batons-sceptre). In a pair of scenes the seated patient is depressed (fig. 5a) or in pain (fig. 5b) and it is evident that the person standing in front of them is trying to help by administering a potion. In another scene, of extraordinary clarity and simplicity, another medical attendant is treating the big toe of the sick person, anaesthetized by the poppy that he is holding in his right hand (fig. 6).  In the Museum of Manfredonia, where the monuments are on show to the public, the explanatory note describes the carved story as: scene of ritual combat.</p>
<p>In the same way the scene in Fig. 5a has been described as “…The woman, with a rich cape, …….and with a plait ending in a round knot  [the pod of our poppy]… offering a helmet to the dead person.” (FERRI 1962:110). Instead of only physical healing, this “pharmacological” application can be understood in a wider sense: of a metaphorical, magical cure, in which the therapists-priests or, more likely the priestesses, have responsibility for the sacred plant and are official of the cult, dressed and combed as  on the female stelae.</p>
<p>Another series of scenes, instead, bring to mind the rites of passage of initiates. The <em>initiate</em> is being held upside down bye two therapists that are holding him by his feet. The fact that one of them has  a poppy (fig. 7a) or that the initiate’s head is buried (fig.7b) (3), or that he is being held up by the foot by a hierocratic figure seated on a throne (fig. 7c), makes a shamanic interpretation of this ritual act plausible, comparable “to out of body”.</p>
<p>It is known that being upside down, expressed in a scared context or combined with stairs, is part of the shamanic symbology of an extrasensorial journey, of the ascent or descent between the underworld and the world above. Also the oscillating poppies, hanging upside down from her belt, perhaps symbolizing the precious sowing of the poppies in the world below, and therefore, the sacred world that for Daunian ideology seems to be the seat of revelation and the kingdom of dream like divination. But also the home of the spirits that have knowledge and that can teach.</p>
<p>An individual <em>talking with a spirit</em> is probably what is engraved on a extremely interesting stele (fig.8). He is portrayed as talking with a monstrous dog, after having drunk a “psychotropic” potion (the scene of the offering of the drink is higher up). The ideological connection between narcotic poppy and the underworld is eternal and archetypical. Together with the scenes of a magic-therapeutic order there are also included those with individuals entranced by altered states of consciousness (SMC). An obvious situation, in that sense, is one in which a man is in SMC and is travelling suspended, upside down, and being transported by a monstrous spirit (in the presence of a third even more frightening one) (fig.9). The presence of monsters and fantastical beings interested Ferri very much who saw them as revealing the underworlds to the dead portrayed in the monuments.</p>
<p>There are also hierophant figures that seems to be in trance or in a “prophetic” attitude. They are seated on thrones sometimes in the presence of a disciple of the poppy cult (recognizable by her singular hairstyle: a big poppy entwined in her long hair) or an interlocutor that seem to be possessed and are playing an instruments similar to a harp, are surrounded by birds and being paid homage to by disciples that are carrying gifts or jars shaped as poppies. A precise symbology and shamanic instrumentation are also present here. The harp and the birds. The first that enraptures and transports with is sound, the second that recalls  the states of flight and lightness typical of the psychonaut.</p>
<p>Events centred on esoteric needs, as in the altered states of consciousness that allow travel in revealing dreams populated by monsters and ancestors, are found in cults of a mystical, oracle and initiate character. It is not possible to ignore these, nor is it possible not to draw any parallels. Among the great priestly cults, noted to the Dauni and close to them (in both time an space) are those of Delphi and Eleusis. Both are suspected of being involved with the use of psychoactive substances, even though aimed at a priestly “specialization”: the oracle for Delphi, initiation for Eleusis. Both, more or less, where subject to various taboos. However it is premature to define the Dauni’s stelae cult as a specialization, or rather, I hold that there might not be only one. I can be said though, at least according to the richness of the figures, that one can recognize  its primitivism, its being indigenous and hybrid at the same time, preclassic and anchored to the memory of an ancient and matriarchal Mediterranean.</p>
<p><strong>CONCLUSION</strong></p>
<p>In the light of the hierobotanical discovery the monuments appear to be the “portraits” of a couple worshipped as idols. We can see the same couple on a number of vase fragments. The pottery makers always represented them in the same way, As to evoke an understanding of the origins, a hierogamy of roles (perhaps on aeneolithic basis): one in front of the other while symbolically holding a mysterious plant (not always identifiable). The female figure is a goddess or a sacred figure that seems to be handing the plant to the warrior, armed at times with a sword and at others with a spear. She is always dressed in a long robe down to her breast is covered with strange protuberances and at time personifies a plant (fig. 11). She stands firmly planted on the ground, contrary to the male figure who instead seems suspended, and in one expressive case she is together with an anthropomorphic giant poppy (fig. 12).</p>
<p>The male stelae are the agents of this anonymous figure, a goddess or a prophetess that is found in mythological references and known to us as Demeter and Cassandra, The first in close relationship to the poppy, the other prophetess (misunderstood daughter of Priamo) whose exclusive cult in Daunia is mentioned by LICOPHRON in one of this works written in the Alexandrine epoch; just three centuries after the disappearance  of the stone stelae (Alessandra vv. 1126-1140). Alexander’s verses are extremely interesting for their priestly and poppy theory, but I will leave their description to another time.</p>
<p>The Greek mother goddess is the figure linked most to the poppy. She also the “goddess of the earth”, rooted in the chthonic worlds, goddess of initiation that comes from the underworlds, symbolized by a rebirth, that follows an cataleptic and cathartic death. She is the sedative for physical pain and is the giver of the poppy to man (according to one of the many versions of rebirth in the Eleusinian cult). The sense of rebirth, codified in the Eleusinian Misteries, is backed up by the intertwining of cults with the psychoactive agents of  Kikeon, suspected to be a fungal nature. (WASSON et al. 1978).</p>
<p>The poppy too, though secondary in the mycological question of kikeon, must have had an essential role in the cult of Demeter. Considering its symbolic centrality MERLIN (1984) has proposed that opium might be the neutralizing antidote for the risks of intoxication from ergot (<em>Claviceps purpurea</em>) – the hallucinogen contained in kikeon. The debate on the semantic value of the mysterious symbols of Eleusis thickens the religious meaning of the poppy (SAMORINI 2000). Also for the Daunian cult there is suspicion that the combination of psychoactive agents might explain the behavioural phenomenology of people when hallucinating. The study of the stelae, then, has to be extended to the fields of chemistry, religion and philology. There is still a lot discover in relation to this, and work is already progress.</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p>1.            The italic population of the Dauni living between the 9th and 1st centuries B.C. Daunia corresponds to the present province of Foggia, in south east Italy.</p>
<p>2.            Rich figurative carvings were sculptured, in rock, in this noted alpine valley from the Epipalaeolithic to the Roman era</p>
<p>3.            Ferri interpreted these symbolically decapitated characters  as being objects, as ”mill stones for grinding wheat” being used by two millers (FERRI, 1962: 107)</p>
<p><strong>REFERENCES</strong></p>
<p>CITRONI M. C. 1991 &lt;Lo smembramento e la caduta dall´alto; tracce di cultura sciamanica in molte incisioni rupestri  preAtti IX Symposio di Valcamonica, Capo di Ponte (Brescia).</p>
<p>FERRI S., 1962, Stele &#8220;daunie&#8221;. Un nuovo capitolo di archeologia protostorica, Bollettino d’Arte, n. 1/2, pp. 103-114 (riprodotto parzialmente in Nava, 1988).</p>
<p>FERRI S., 1963, Stele daunie II, Bollettino d’Arte, n. 1/2, pp. 5-17</p>
<p>FERRI S., 1963, Stele daunie III, Bollettino d’Arte, n. 3, pp. 197-206</p>
<p>FERRI S., 1964, Stele daunie IV, Bollettino d’Arte, n. 1, pp. 1-13</p>
<p>FERRI S., 1965, Stele daunie V, Bollettino d’Arte, n. 3/4, pp. 147-152</p>
<p>FERRI S., 1966, Stele daunie VI, Bollettino d’Arte, n. 3/4V, pp. 121-132</p>
<p>FERRI S., 1967, Stele daunie VII, Bollettino d’Arte, n. 4, , pp. 209-221</p>
<p>FERRI S. 1971 -      &lt;Stele Daunie: veste classica e contenuto protostorico&gt;</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici vol.  VII Capo di Ponte pp. 41-54</p>
<p>GAVRES R. 1983 I miti greci  Longanesi,  Milano.</p>
<p>KRITIKOS P.G., PAPADAKI 1976 &lt;The history of the poppy and of opium and their expansion, in antiquity in the</p>
<p>Eastern Mediterranean area&gt;,  Bulletin of Narcotics, quaderni 3,4,19.</p>
<p>LEONE M. L.  1990 &lt;Raro esempio di decorazione nel geometrico Daunio&gt;,</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia). In prima pagina</p>
<p>LEONE M. L. 1992 &lt;Dal frammento di Salapia alle stele daunie&gt;</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 2.</p>
<p>LEONE M. L. 1994 &lt;Nuove acquisizioni sulla ceramica geometrica daunia&gt;</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 3.</p>
<p>LEONE M. L. 1995 &lt; Oppio. “Papaver Somniferum”, la pianta sacra ai Dauni delle stele&gt;</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici, vol. 28, pp. 57-68.</p>
<p>Comparso sul sito  http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=1</p>
<p>LEONE M. L. 1996a &lt;Ancora sulle “Stele Daunie”&gt; ,</p>
<p>La Capitanata, Rassegna di Vita e di Studi della Provincia di Foggia,</p>
<p>ann. 32°-33° (1995/96), nuova serie n. 3-4, pp. 141-170.</p>
<p>Comparso nella pagina http://rignano.reciproca.foggia.it/Contributi/Capitanata/leone.htm</p>
<p>LEONE M. L. 1996b &lt;Nuove proposte interpretative sulle stele daunie&gt;,</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici, vol. 29, pp. 57-64.</p>
<p>LEONE M. L. 2000a  &lt;L’ ideologia delle statue-menhir e statue -stele in Puglia e la concettualità del simbolo</p>
<p>fallico antropomorfo&gt;, DEI NELLA PIETRA Quaderni dell’Associazione Lombarda</p>
<p>Archeologica, Milano : 119-145.</p>
<p>LEONE M. L. 2000b &lt; Melagrana o Papaver somniferum?&gt;</p>
<p>Boll.  Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 2.</p>
<p>LEONE M. L. 2002  &lt;Scrittura ideografica sulle stele daunie&gt;</p>
<p>Boll.  Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia). In prima pagina</p>
<p>Comparso anche nella pagina http://web.tiscali.it/arterupestre/fumetti.htm</p>
<p>MERLIN M. D. 1984  &lt;On the Trail of the Ancient Opium Poppy&gt;, Associated University</p>
<p>Press. London-Toronto</p>
<p>MERTENS J. 1984  &lt;Ordona V&gt;, Tomo XVI, Ist. St. Belgi di Roma</p>
<p>SAMORINI G. 2000 &lt;Un contributo alla discussione dell’etnobotanica dei misteri eleusini&gt;</p>
<p>ELEUSIS Piante e composti psicoattivi,  nuova serie 2000. 4: 3-53</p>
<p>SEEFELDER M. 1990 &lt;Oppio.  Storia  sociale  di una droga dagli egizi  a  oggi&gt;. Garzanti, Milano</p>
<p>WASSON R.G., C.A.P. RUK, A. HOFMANN 1978 &lt;The Road  to Eleusis. Unveiling the Secret of the Mysteries&gt; Harcourt Brace Jovanovich, New York &amp; London</p>
<p>( Maria LAURA LEONE)</p>
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		<title>THE PHOSPHENIC DEER CAVE OF BADISCO. Art and Myth of the Shadows in Depth</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 12:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Neolithic]]></category>

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		<description><![CDATA[The Deer Cave is one of the strangest caves to visit as it conveys a subtle venerability through its wave-like walls which show bodies and faces belonging to elusive entities. Cave walls in milk colour are covered with brown paintings. The idea of suggests that there may be no other place to get in touch [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>The Deer Cave is one of the strangest caves to visit as it conveys a subtle venerability through its wave-like walls which show bodies and faces belonging to elusive entities. Cave walls in milk colour are covered with brown paintings. The idea of suggests that there may be no other place to get in touch with our inner life. In fact, the wall paintings witness a kind of art which turns out to be essentially mental.</p>
<p><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/The-Deer-Cave.pdf">Download pdf  in inglish </a></strong><span style="color: #ff0000;">Papers  <em>XXIII  Valcamonica Symposium</em>, &#8220;Making History of Prehistory, the Role of Rock Arte&#8221; Capo di Ponte (BS), 28 Ottobre 2 Novembre 2009. Italia.</span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>LA MAGIA DEI FOSFENI NELLE PITTURE DI GROTTA DEI CERVI A PORTO BADISCO</strong></p>
<p><em> </em>A Grotta dei Cervi (Porto Badisco, Otranto) c’è uno dei complessi pittorici più misteriosi ed intensi del post-paleolitico europeo. Sin dalla scoperta , nel 1970, i significati di quest&#8217;arte brancolano nel buio, infatti è una grafica troppo complessa perché coniuga una particolare astrazione geometrica con figure umane e animali. La trattazione di Maria laura Leone propone una rinnovata metodologia dell’arte preistorica e tende a dimostrare l’esistenza neolitica di una grafica fosfenica generata in constesti di Stati Modificati di Coscienza (SMC).<strong> </strong><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/09.Leone-Badisco1.pdf"></a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/09.Leone-Badisco1.pdf">Download pdf  in  italiano </a></strong><span style="color: #ff0000;"> <em>Ipogei</em>, quaderni dell’IISS  “S. Staffa” di Trinitapoli, Maggio 2009, n.6, pp. 99-109</span><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/09.Leone-Badisco1.pdf"><br />
</a></strong></p>
<p><a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/community.asp?id=39287"><img class="alignleft size-medium wp-image-782" title="gr32 fosfeni e cervi" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/gr32-fosfeni-e-cervi-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a><a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=338996"><img class="alignright size-medium wp-image-783" title="gr21" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/gr21-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/gr-36-e-stalattite.jpg"><br />
</a></p>
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		<title>GROTTA DI VILHONNEUR (Francia). Un ritratto o la testa di un felino? /Un portrait ou la tête d&#8217;un félin?</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 17:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleolithic]]></category>
		<category><![CDATA[leone]]></category>
		<category><![CDATA[MANO]]></category>
		<category><![CDATA[SEPOLTURE E ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[VILHONNEUR]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la scoperta (nel 2005), altre polemiche circolano sulla grotta di Vilhonneur (Angoulême, Charente) le cui pitture e incisioni risalgono a circa 25.000 anni fa, epoca gravettiana.  Dal dubbio iniziale sull’autenticità dei segni, si è passati alle polemiche sulla non attribuzione del premio per gli scopritori e per il proprietario del fondo. E non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://genre.homo.over-blog.com/6-index.html"><img class="alignright size-medium wp-image-759" title="vilhonneur-visage-detail" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/vilhonneur-visage-detail-265x300.jpg" alt="" width="265" height="300" /></a> Dopo la scoperta (nel 2005), altre polemiche circolano sulla grotta di Vilhonneur (Angoulême, Charente) le cui pitture e incisioni risalgono a circa 25.000 anni fa, epoca gravettiana.  Dal dubbio iniziale sull’autenticità dei segni, si è passati alle polemiche sulla non attribuzione del premio per gli scopritori e per il proprietario del fondo. E non si tratta di poca cifra, considerando l’importanza del sito. Il suo valore è comunque più scientifico che turistico dal momento che vi sono delle deposizioni umane contemporanee all&#8217;arte, cosa insolita. Le manifestazioni grafiche sono piuttosto limitate; finora si contano solo un’impronta di mano in negativo (eccezionalmente eseguita con blu cobalto), dei  punti rossi, delle incisioni non figurative e la rappresentazione di un volto ritenuto antropomorfo.</p>
<p>Proprio per quest&#8217;ultimo si potrebbe, piuttosto, pensare alla raffigurazione di un leone a causa di  alcuni elementi somatici caratterizzanti questa specie: la forma generale di un viso dotato di una fronte breve e sfuggente, l’espansione del cranio in prossimità delle orbite, la mascella prolungata e il naso lungo e largo. Oltre a ciò, la parte inferiore del mento ospita una macchia di calcite che richiama puntualmente il tipico ciuffo bianco del mento del leone. Nel caso della testa di Vilhonneur la forma generale della roccia ha creato una cornice naturale che suggerisce anche l&#8217;idea di una criniera, oppure una capigliatura ma in questo caso il &#8220;viso umano&#8221; avrebbe un naso esageratamente  <a href="http://www.windoweb.it/guida/mondo/leone.htm"><img class="alignleft size-medium wp-image-929" title="leone_2" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/leone_21-261x300.jpg" alt="" width="261" height="300" /></a>sproporzionato.</p>
<p>Raffigurare ciò che la roccia ha ispirato attraverso le sue forme, le sue asperità e le sue fratture è una consuetudine dell’arte rupestre. In effetti, quel che oggi vediamo è spesso il frutto di un&#8217;aggiunta operata col disegno che completava ciò che già esisteva, esattamente come a Vilhonneur. Talvolta quel che veniva interpretato e visto, a noi oggi sfugge poiché la nostra attenzione coglie il risultato finale e ciò che ci  è più familiare o facile da vedere.  In origine la scelta o l’ispirazione di questo o di quell’altro tema dipendeva dal condizionamento culturale, e proprio in ragione di ciò è ipotizzabile che la testa in questione sia quella di un felino.</p>
<p>La rappresentazione dei felini, infatti, fu più frequente di quanto creda nel Paleolitico Superiore ed anzi sembra essere stato un tema specifico, il cui significato è legato alle zone più recondite delle grotte dove sono stati maggiormente raffigurati. Altre volte l&#8217;immagine felina la troviamo composta con quella umana generando un ibrido, cui la statuetta antropo-zoomorfa di Höhlestein-Stadel (Bade-Wurtemberg) ne è l’esempio più rappresentativo: &lt;&lt;&#8230;<em>la relazione uomo-felino non è solo suggerita, come nei casi precedenti, ma prende una forma unitaria, il che ci pone di fronte a una concettualità che non si riduce alla somma di due nature, ma evoca una terza entità.</em>..&gt;&gt;<a href="http://www.artepreistorica.com/2009/10/archeologia-delle-tenebre/">(M. Meschiari, Archeologia delle Tenebre. L&#8217;archetipo del felino).</a> Attualmente i leoni più noti e spettacolari sono quelli di grotta Chauvet, ma altri meno conosciuti e comunque suggestivi sono nel profondo di ulteriori caverne ornate.</p>
<h1>Un portrait ou la tête d&#8217;un félin?</h1>
<p>Après sa découverte (en 2005), d’autres rumeurs circulent au sujet de la grotte de Vilhonneur (Angoulême, Charente) dont les peintures et incisions datent de l’époque gravettienne, il y a environ 25.000 ans. Des premiers doutes sur l’authenticité de l’art, on est passé aux polémiques sur le refus d’attribuer une récompense aux inventeurs  et au propriétaire du terrain. Et il ne s’agit pas d‘une somme négligeable considérant l’importance du site. Dans tous les cas, sa valeur est plus scientifique que touristique à partir du moment où l’on y retrouve des sépultures humaines contemporaines à cet art, chose peu fréquente. Les témoignages graphiques y sont plutôt limités. Jusqu’à présent, on dénombre seulement l’emprunte d’une main en négatif (exceptionnellement réalisée avec du bleu cobalt), des points rouges, des incisions non figuratives et une représentation d’un portrait retenu comme anthropomorphe.</p>
<p>Ce dernier, particulièrement, ferait plutôt penser à la réplique d’un lion à cause de certains éléments somatiques proprement caractéristiques à cette espèce : la forme générale du visage dont le front est bref et fuyant, l’expansion du crâne en proximité des orbites, la mâchoire prolongée ainsi que le nez long et large. En plus de cela, la partie inférieure du menton abrite une tache de calcite qui rappelle exactement la typique touffe de poils blancs sur le menton des lions. Dans le cas de Vilhonneur, la forme générale de la roche a créé un encadrement naturel de la tête qui suggère l’idée d’une crinière ou bien d’une chevelure ; mais dans ce cas, le visage « humain » aurait un nez exagérément disproportionné.</p>
<p>Représenter ce que la roche a inspiré à travers ses formes, ses aspérités et ses fractures est accoutumance dans l’art pariétal. En effet ce que nous voyions aujourd’hui est souvent le fruit d’une addition via le dessin opérée sur la paroi, servant à compléter ce qui existait déjà, comme à Vilhonneur. Parfois ce qui était interprété ou vu, nous échappe aujourd’hui parce que notre attention est focalisée sur le résultat final et ce qui est plus familier ou facile à voir. A l’origine, le choix ou l’inspiration pour tel ou tel thème dépendait du conditionnement culturel, et pour cette raison justement, il est envisageable que la tête en question soit celle d’un félin.</p>
<p>Effectivement, la représentation des félins au Paléolithique Supérieur était plus courante qu’on ne le pense et cela semble même avoir été un thème spécifique dont la signification était liée aux zones les plus reculées des grottes, où ils ont été majoritairement représentés. D’autres fois, on retrouve le symbole félin agencé à celui de l’homme, générant ainsi un hybride dont la statuette anthropo-zoomorphe de Höhlestein-Stadel (Bade-Wurtemberg) est l’exemple le plus représentatif. Actuellement, les lions les plus notoires et surprenants sont ceux de la grotte de Chauvet, toutefois certains moins connus, mais toujours aussi singuliers, sont présents dans les profondeurs de différentes cavernes ornées.</p>
<p style="text-align: right;">Maria Laura Leone</p>
<p style="text-align: right;">(Febbraio 2010, traduction par Stefania Zeoli)</p>
<p style="text-align: right;">
<ul>
<li><a href="http://beardream21.spaces.live.com/blog/cns!E7AB7B9B65CB4B89!1455.entry">In Franc</a><a href="http://beardream21.spaces.live.com/blog/cns!E7AB7B9B65CB4B89!1455.entry">ia il ritratto più antico del mondo</a></li>
<li><a href="http://www.leblogculture.com/2006/02/des_gravures_pl.html">Des gravures plus anciennes que celles de Las</a><a href="http://www.leblogculture.com/2006/02/des_gravures_pl.html">caux découvertes en Charente</a></li>
<li><a href="http://argentine24.blog4ever.com/blog/lire-article-1935-1044134-art_parietal_paleolithique___egalite_republicaine_.html">Art pariétal pa</a><a href="http://argentine24.blog4ever.com/blog/lire-article-1935-1044134-art_parietal_paleolithique___egalite_republicaine_.html">léolithique &amp; égalité républicaine : l&#8217;État spolie propriétaire et </a><a href="http://argentine24.blog4ever.com/blog/lire-article-1935-1044134-art_parietal_paleolithique___egalite_republicaine_.html">inventeur</a></li>
<li><a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/4686724.stm">French caver makes historic find</a></li>
</ul>
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		<item>
		<title>LA BOTANIQUE SACRÉE DES OPIACÉS EN DAUNIA (ITALIE VII-VI sec. a.C)</title>
		<link>http://www.artepreistorica.com/2010/01/la-botanique-sacree-des-opiaces-en-daunia-italie-vii-vi-sec-a-c/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 19:29:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iron Age]]></category>

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		<description><![CDATA[Résumé – Dans cette dissertation est exposée une théorie hiérobotanique relative au « Papaver Somniferum » et les stèles anthropomorphes de la Daunia. Monuments considérés par convention comme funéraires, au contraire comportent des données précieuses sur un système hiérocratique organisé, comparable aux grands cultes helléniques. Les stèles sont répertoriées comme des documents essentiels pour les [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Résumé</strong> – Dans cette dissertation est exposée une théorie hiérobotanique relative au « Papaver Somniferum » et les stèles anthropomorphes de la Daunia. Monuments considérés par convention comme funéraires, au contraire comportent des données précieuses sur un système hiérocratique organisé, comparable aux grands cultes helléniques. Les stèles sont répertoriées comme des documents essentiels pour les recherches sur l&#8217;antique représentation graphique des opiacés, parce qu’elles ont des symboles et des narrations propres à l’usage sacré de la plante psycoactive. Le texte suivant est présenté comme un abrégé des considérations passées et un essai introductif à de nouvelles théories sur lesquelles l&#8217;auteur travaille.    <strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/07.oppio_1.pdf"></a></strong></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">Extrat:</span> <em>Eleusis, Journal of Psychoactive Plants and Compounds</em>, New Series, 2002-2003. 6/7   Pagg. 71-82</span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;"> </span> </span><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/07.oppio_1.pdf">pdf  in  italiano estratto da </a></strong><span style="color: #ff0000;"><em>Ipogei</em>, quaderni dell’IISS  “S. Staffa” di Trinitapoli, Dicembre 2007, n.1, pp. 83-92</span></p>
<p><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/07.oppio_1.pdf"><br />
</a></strong></p>
<p><span id="more-546"></span></p>
<p><strong>
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/1.jpg" title="Fig. 1  Stèle féminine entière sur laquelle on peut voir globalement: la veste décorative, les attributs circulaires, les bracelets et les scénettes. On peut noter la forte présence des oiseaux et des décorations circulaires de types phosphéniques. A – vue antérieure. B – vue postérieure." class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/2.jpg" title="Fig. 2  Stèle masculine entière (sans tête), couverte d’une armure. A – sur le côté antérieur on distingue parfaitement les bras et l’épée, entourées de scènes de genres variés. B – sur le côté postérieur domine le bouclier rond, entouré par quelques figures d’adeptes et animaux." class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/3.jpg" title="Fig. 3  Typiques pot daunis avec corps sphérique et lèvre exagérément étendue. La forme est d’une gigantesque capsule de pavot. Les anses sont toujours quatre: deux normales et deux en forme de main. Les mains rapportent à une double symbolique: une de soutien pour le vase et l’autre d’adoration pour sa signification religieuse." class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/4.jpg" title="Fig. 4  Parties inférieures de stèles féminines. A-B- ici les oscillu-pavot son parfaitement reconnaissable. La capsule est complète de pédoncule et de disque stigmatique. C- dans ce rare cas, les oscillum ont seulement la capsule et les feuilles (géométrisées.). D- ici par contre ce sont le pédoncule et le disque stigmatique qui ont été géométrisés.         " class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/5.jpg" title="Fig. 5  A – scène d’intervention thérapeutique. Une prêtresse du pavot (porté dans les cheveux) offre un askos (pichet daunis) à un personnage assis. B- ici aussi on voit l’offre d’un pichet, mais l’offrant a en main un bâton sceptre de pavot." class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/6.jpg" title="Fig. 6  Dans cet autre cas, le bâton sceptre est dans la main du malade, soigné au gros orteil par un curandero assis face à lui." class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/7.jpg" title="Fig. 7  Fragments de stèles sur lesquelles il y a une scène de type initiatique. A- L’initié renversé est tenu par deux prêtresses, une desquelles serre un pavot. B- Ici l’initié a la tête sous terre. C- Ici au contraire, l’initié renversé est à moitié immergé dans les Enfers, pendant qu’il est soutenu par une figure sur un trône. Il faut remarquer la symbolique animale ésotérique environnante, représentée par des poissons et des oiseaux.  " class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/8.jpg" title="Fig. 8  Un homme assis (apparemment drogué) est en tête à tête avec un chien monstrueux. Leur discours est mis en évidence par les bulles qui sortent de leurs bouches, comme dans nos bandes dessinées. " class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/9.jpg" title="Fig. 9  Dans cette scène l’initié renversé est en “voyage”, transporté par des animaux monstrueux. Très efficace est aussi la bulle qui sort de sa tête." class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/10.jpg" title="Fig. 10  Scène de type oraculaire, sous la main droite d’une stèle masculine. La récurrente figure hiératique sur le trône semble avoir une fonction hautement qualifiée. Elle est représentée alors qu’elle touche un objet ressemblant à une harpe et pendant qu’elle est interrogée par un adepte." class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/11.jpg" title="Fig. 11  Sur ce fragment de vase, la femme pavot et le guerrier sont devenus un module pour décorer la lèvre du pot en forme de pavot. Herdonia VI siècle ACN." class="shutterset_set_66" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/12.jpg" title="Fig. 12  Encore un fragment de pot sur lequel on peut parfaitement distinguer le pavot anthropomorphe derrière la femme. Derrière le guerrier il y a trois cavaliers. Plante et cavaliers indiquent les sphères d’influence du couple divinisé dans la décoration du vase. Salapia VI siècle ACN. " class="shutterset_set_66" >
								<img title="12" alt="12" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/la-botanique-sacree/thumbs/thumbs_12.jpg" width="100" height="75" />
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Une rare iconographie sacrée</strong></p>
<p>L’opium était-il une religion pour les Dauni? (1) En partie oui. Du moins en ce qui concerne le culte de leurs statues, les stèles féminines. C’est ce qui ressort d’une étude que j’ai conduite il y a quelques années sur la symbolique et la sémantique de ces monuments, caractérisés par  des incisions rédigées en un typique langage idéographique (LEONE 1990/1996b). En tant que civilisation prélettrée, celle de Dauni a simplement exprimé sa conceptualité avec des symboles et des scénettes, d’une façon extrêmement généreuse, en nous transmettant une documentation iconographique si  corpulente qu’elle est uniquement comparée à celle du Valcamonica.(2)  Par de rares occasions, les artistes de la Daunia faisaient des représentations sur les vases, en les décorant d’une graphique géométrique très originale et appréciée, mais ils destinèrent la narration à la sculpture sacerdotale. Et c’est grâce à ce chanceux rôle documentaire que les stèles constituent les rares livres de pierres sur lesquels on peut voir le monde Dauni.</p>
<p>Les récits gravés occupent chaque espace disponible entre les habits et les accessoires qui décorent ces monuments. Ils sont de genre varié et se réfèrent à des dizaines d’épisodes,  certains desquels se répétant comme des schémas idéographiques de mythes ou événements décisifs pour la liturgie.  Parmi les scènes, qui sont apparemment facile à lire, on reconnaît des individus qui chassent, pêchent, combattent, voyagent sur des barques, se peignent, discutent, suivent une procession, portent des offrandes, accomplissent des rituels magico-thérapeutiques et peut-être même des initiations. Certaines des ces illustrations ouvrent une nouvelle porte sur la psychopharmacologie méditerranéenne.</p>
<p><strong>Sculptures sacerdotales d’une antique philosophie dualiste</strong></p>
<p>Presque certainement, la signification du récit illustré va outre le lisible et se pousse dans les méandres d’un milieu religieux distinct, remontant à un temps lointain et possédant des connotations nettement ethniques. En considérant le contexte de découverte des objets et des illustrations, on a l’impression de faire face aux fragments d’un système hiérocratique stratifié et bien organisé dans lequel on identifie les rôles des personnages et la signification de leurs actions. L’ensemble apparaît comme un grand culte sacerdotal accompli par divers prélats et adeptes mais centré sur deux figures sacrées principales : une masculine et une féminine. Représentées sur deux stèles et sur une classe particulière de vases en céramique.</p>
<p>Les attributs qui permettent leur identification sont : le pavot pour celles féminines et  l’armure pour celles masculines. Le rôle psycoactif du pavot définit la catégorie féminine, regroupant les monuments les plus nombreux (fig.1). La condition martiale et guerrière définit la catégorie des monuments moins nombreux, celle masculine (fig.2), c´est-à-dire celle du paredro (une figure virile dérivée des stèles anthropomorphes de l’age de Bronze). Dans la religion des  statues stèles  et des statues menhir anthropomorphes, de l’après néolithique, les rôles de l’homme et de la femme personnifiaient sexuellement l’univers dualistique de la philosophie religieuse primitive (LEONE 2000a). L’interprétation de la fonction sacerdotale des stèles a été avancée par l’identification du pivot “magique” dessiné sur les monuments (LEONE 1990, 1995). Comme pour chaque théorie innovatrice, celle-ci aussi a du mal à être acceptée. Dans le milieu académique, elle n’est pas contestée mais n’est également pas proposée avec celle qui circule désormais depuis trente ans, à partir du moment où les stèles furent étudiées par Silvio Ferri.</p>
<p>Malgré sa préparation classique, Ferri n’a jamais fait l’hypothèse que ces monuments soient deux entités sacrées. Il les considérait comme des sculptures tombales, effigies stéréotypées de guerriers et notaires, et il essayait d’expliquer la narration dans un sens funéraire en l’assujettissant toujours au statut de la mort du défunt. Les personnages représentés dans les scènes étaient les « acteurs » qui participaient aux rituels déroulés pendant l’office d’un mort (FERRI 1962/71). Mais sa théorie manque de soutien archéologique et sémiologique. Pour ce qui concerne la découverte, il faut considérer le fait qu’aucune stèle (sur environ 2000 objets retrouvés) n’a jamais été trouvée dans une position clairement funéraire. Tandis que pour la sémiotique, il faut dire que l’archéologie des images enquête dans la structure synthétique de la narration et explique les dessins en se basant sur leurs associations graphiques. Cette méthode a mis en évidence la signification sémantique de la symbolique botanique et a révélé les argumentations sur la thérapeutique, la mantique et l’initiation.</p>
<p><strong>Une symbolique papavérine</strong></p>
<p>Il faut imaginer qu’à l’origine les stèles étaient colorées, recouvertes de scènes, plantées dans la terre (ou plutôt dans le sable) et concentrées en deux ou trois sanctuaires de l’ancienne lagune entre Siponto et Salapia (la plaine située derrière le Golfe de Manfredonia), un des lieux les plus suggestif des Pouilles. Cette ancienne lagune fut le berceau de leur culte, localisé sur des îles entourées de dédales fluviaux parcourables. Les illustrations reflètent bien cet habitat bénit par les dieux.</p>
<p>Comme il a été mentionné, celles-ci forment un couple composé d’un homme, vêtu d’une précieuse armure ciselée complétée d’une épée à la ceinture, de bouclier sur l’épaule et de protège-coeur au centre de la poitrine ; et d’une femme couverte d’un habit somptueusement décoré par de très délicats dessins géométriques, parée de colliers, de grosses broches, de pendentifs, d’amulettes, de gants et de tatouages, et toujours identifiée par deux pendentifs  “oscillum” circulaires (ses attributs de reconnaissance) qui accrochés au niveau de la taille semblent osciller. Ces objets sont le centre de l’interprétation botanique, ils se rapportent d’une façon peu claire à quelques fonctions symboliques du pavot à opium. Ils rappellent indirectement le végétale renversé et déterminent avec exactitude le rôle du personnage féminin représenté sur la pierre. Une sorte de ” Reine des pavots”. L’existence sémantique de cette belle fleur aux couleurs lilas et violette est passée inaperçue jusqu’à présent parce que sa forme est trop schématisée et aussi parce que la culture archéologique conventionnelle n’apprécie pas les interprétations qui traitent de religions fondées sur l’usage des drogues, trop lourdes à accepter. Par conséquent la donnée sémiologique est refusée ou mal interprétée.</p>
<p>Cependant, c’est un fil conducteur qui permet de reconnaître le pavot sur les décorations, sur les vases sphériques caractéristiques avec un bord en entonnoir typiquement Daunis (fig.3), sur les bâtons-sceptres utilisés par la personne médecin comme métaphores pharmacologiques, et sur les voyants cercles-attributs qui à l’origine étaient colorés de rouge et violet foncé. La donnée commune se trouve dans la fidèle représentation graphique de la capsule, et par chance bien lisible dans de nombreux cas : les feuilles le long de la tige, la capsule complète du disque stigmatique, le pédoncule auquel se greffent les pétales à la base de la sphère (fig.4).</p>
<p>Analysons plus en profondeur la question sphérique des “oscillum”. Pour Silvio Ferri,  ils étaient des “oscillum apotropaici” : des cercles magiques de résonance ou des cymbales métalliques “kymbala”, ayant la fonction d’éloigner les mauvais esprits grâce à leur son sinistre. Il ne leur attribuait pas une grande importance, pas même les rares fois où il les confondait avec des grenades (FERRI, Stele Daunie V, 1965 : 148). Pour cette classe de monuments, la centralité symbolique des cercles oscillants est capitale. Il n’existe aucune stèle féminine qui n’ait un attribut de ce genre. Malgré que ceux-ci subirent des réductions de nombre et de dimension, ils ne disparurent jamais. En origine ces attributs étaient grands et détaillés, fournis de ces signes qui en ont permis la correcte identification botanique. Les même qui ont éclairci la fonction d’autres objets similaires et la signification de certaines scènes jusqu’à présent incomprises.</p>
<p><strong>Scènes à fond sacerdotal</strong></p>
<p>Nous pouvons comprendre combien les Dauni connaissaient les effets de l’opium grâce à certaines scènes d’intervention thérapeutiques dans lesquelles l’application du narcotique est suggérée par la présence de malades (ou disciples) qui reçoivent des soins de la part des officiants ou médecins armés de pavots soporifiques comme si ceux-ci étaient des instruments de pouvoir , d’où le “bâton scepter”.</p>
<p>Dans quelques scènes le malade, assis, est avili (fig.5A) ou est troublé (fig.5B). Il est aussi évident que la personne qui lui fait face essaye de l’aider en lui administrant  une boisson. Dans une autre scène d’une simplicité et d’une netteté extraordinaire, un second curandero est en pleine intervention sur le gros orteil d’un malade anesthésié grâce au pavot qu’il serre dans sa main droite (fig.6). Au musée de Manfredonia, où les monuments sont exposés au public, la fiche explicative décrit le récit de cette façon : «Scène de combat ritue ».  Dans le même genre, la scène de la fig.5A a été décrite ainsi : « …la femme au riche manteau… et dont la tresse se termine par un nœud rond  [la capsule de notre pavot] … tend un casque au mort. » (FERRI 1962 :110).</p>
<p>Au lieu d’être seulement considérée comme un moyen de guérison physique, l’application «pharmaceutique » peut prendre un sens plus large : c´est-à-dire, un moyen de guérison métaphorique et magique pendant dans laquelle les prêtres thérapeutes, ou plus vraisemblablement, les prêtresses, vêtues et coiffées comme les stèles féminines, manipulent le végétal et sont déléguées au culte.</p>
<p>Une autre série de stèles, au contraire, fait penser aux rites initiatiques. Le disciple est placé tête en bas par deux thérapeutes qui le tiennent par les pieds. Le fait qu’un d’eux ait un pavot (fig.7A) ou que la tête du disciple soit enfouie sous terre (fig.7B)(3), ou encore qu’il soit soutenu par les pieds grâce à une figure hiératique assise sur un trône (fig.7C), rend plausible une interprétation chamane de l’acte rituel, comparable à « l’abandon du corps ». Il est reconnu que la position renversée, exprimée dans un contexte sacré ou quand elle est associée à une échelle, entre dans la symbolique chamanique du voyage extrasensoriel, de la montée ou de la descente entre le monde supérieur et inférieur. Même les pavots vacillants sont accrochés à l’envers sur la ceinture, peut-être pour symboliser les précieuses semailles papavérines dans le monde souterrain et donc ce monde sacré qui selon l’idéologie Daunis semble être le siège des révélations et le règne de la divination onirique, mais aussi la demeure des esprits savants qui peuvent enseigner.</p>
<p>Un individu en tête à tête avec un esprit est certainement celui gravé sur une stèle extrêmement intéressante (fig.8). Il est représenté pendant qu’il est en entretien avec un chien monstrueux, après avoir bu une potion « psychotrope » (la scène où lui est offerte cette boisson se trouve plus haut). Le lien idéologique entre le pavot soporifique et les Enfers est infranchissable et archétypique. Avec les scènes d’ordre magico-thérapeutique s’énumèrent également celles comportant des individus transportés dans des états de conscience fortement altérés (SMC). Une situation éclatante, en ce sens, est celle dans laquelle un homme est sous SMC et « voyage » suspendu et renversé pendant que deux esprits monstrueux le transportent (Ils sont en présence d’un tiers à l’apparence encore plus épouvantables.) (fig.9).</p>
<p>La présence d’un monstre et d’êtres fantastiques passionne énormément Ferri, qui voyait en eux la manifestation des Enfers aux défunts représentés sur les monuments. Il y aussi des figures hiérophantes qui semblent en transe ou qui ont une attitude « prophétique ». Elles sont sur un trône et parfois en présence d’un adepte au culte du pavot (reconnaissable grâce à sa singulière coiffure : un gros pavot tressé dans les longs cheveux.) ou d’un interlocuteur qui semble attendre une réponse (fig.10). D’autres figures paraissent possédées et jouent d’un instrument ressemblant à une harpe. Elles peuvent être entourées d’oiseaux et gratifiées par des adeptes qui défilant en procession, leur apportent des dons ou transportent des pots en forme de pavot. Ici aussi intervient une précise symbolique et instrumentation chamanique : l’harpe et les volatiles. La première qui ravit et transporte grâce au son, les seconds qui rappellent l’envol et la légèreté typique du psychonaute.</p>
<p>Les faits concentrés sur des besoins ésotériques, comme les états altérés de la conscience qui font voyager dans des rêves peuplés par monstres et ancêtres,  se retrouvent dans des cultes à caractère mystérieux, oraculaire et initiatique. Il est impossible de les ignorer et de ne pas y trouver de parallèles. Parmi les grands cultes sacerdotaux connus et proche de la Daunia (dans le temps et l’espace), il y a ceux de Delphes et d’Eleusis. Pour tous les deux, on suspecte l’utilisation de psycoactifs, bien que finalisés à une « spécialisation » sacerdotale. L’oracle pour Delphes et les initiations pour Eleusis. Ces cultes, qui plus qui moins, étaient soumis à divers tabou. Mais pour le culte des stèles daunis, au contraire, il est prématuré d’en définir la spécialisation et j’estime même qu’il n’y en avait pas qu’une. On peut dire cependant, au moins selon la riche représentation figurative, que le culte n’était pas particulièrement crypté et caché comme ceux grecs. Et c’est justement grâce à cela que l’on reconnaît son primitivisme, son être indigène et hybride à la fois, préclassique et  ancré à des restes d’une Méditerranée antique et matriarcale.</p>
<p><strong>Conclusions</strong></p>
<p>Aux lumières de la découverte hiérbotanique, les monuments montrent les « portraits » d’un couple idolâtré. On voit ce même couple sur certains fragments de vase. Les céramographies le présentaient toujours de la même façon, comme pour évoquer un pacte avec les origines, une hiérogamie des rôles (peut-être de matrice néolithique). L’un face à l’autre pendant qu’ils serrent symboliquement un mystérieux végétal (pas toujours identifiable) (fig.11). Elle est une déesse ou une figure sacrée qui semble donner la plante au guerrier, armé tantôt d’une épée tantôt d’une lance. Elle a toujours un long habit arrivant jusqu’aux pieds, la tête indéfinissable et irréelle, sa poitrine est recouverte d’étranges protubérances et personnifie parfois un végétale.</p>
<p>Elle est bien plantée dans le sol contrairement à l’autre qui semble suspendu, et dans un cas expressif est associée à un pavot géant anthropomorphe (fig.12). Les stèles féminines sont le correspondant de cette figure inconnue, une déesse ou une prophétesse qui peut trouver des références mythologiques plus connues chez nous comme Déméter et Cassandre. L’une est en étroit rapport avec le pavot, l’autre est prophétesse (fille incomprise de Priam.) dont le culte exclusif en Daunia est mentionné par LICOFRONE dans une de ses œuvres écrites à l’époque alexandrine; à peine trois siècles après la disparition des stèles en pierre (Alessandra  vv. 1126-1140). Les vers de l’Alessandra sont extrêmement intéressants pour la théorie sacerdotale et papavérine, mais rapportent à plus tard leur description.</p>
<p>La Déesse mère grecque est la figure sacrée la plus liée aux pavots. Elle est aussi la « déesse de la terre », enracinée dans le monde chtonien, déesse des initiations qui viennent des Enfers, symbolisées par la renaissance qui suit une mort apparente et cathartique. Elle est la lénitrice de la douleur physique et celle qui donna le pavot aux hommes (selon une des nombreuses versions sur la naissance du culte éleusinien.). Le sens de la renaissance initiatique, codifiée dans les Mystères d’Eleusis, est soutenu par un mélange culturel entre les agents psycoactifs du « ciceone », supposé être de nature fongueuse (WASSON et al. 1978). Le pavot aussi, qui dans la question mythologique du « ciceone » passe en second plan, doit avoir eu un rôle essentiel pour le culte de Déméter.</p>
<p>En considérant sa centralité symbolique (MERLIN 1984) a proposé qu l’opium soit le neutralisant des risques d’intoxication d’ergot (claviceps purpurea) – l’hallucinogène contenu dans le « ciceone ». Le débat sur la valeur sémantique des symboles mystérieux d’Eleusis épaissit les significations religieuses du pavot (SAMORINI 2000). Egalement pour le culte daunis, il est a supposé la combinaison entre plusieurs agents psycoactifs qui expliqueraient la phénoménologie comportemental des personnages en proie aux hallucinations. L’étude des stèles, donc, doit être étendue à la chimie, à la religion et la philologie. Il y a encore beaucoup à découvrir à ce propos et c’est pour cela que les travaux sont toujours en cours.</p>
<p><strong>Notes</strong></p>
<p>1 &#8211; Population italique de la Daunia qui vécu entre le XI et I siècle ACN. La Daunia correspond à l’actuelle province de Foggia, dans le sud-est d’Italie.</p>
<p>2 – Dans la très connu vallée alpine ont été faites de riches incisions figuratives sur roche,  du Epipaleolithique à l’ère romaine.</p>
<p>3 – Dans ces personnages symboliquement décapités, Ferri voyait des objets. Des  “meules pour la moulure du grain” mues par deux meuniers (FERRI 1962: 107).</p>
<p><strong>Bibliographie</strong></p>
<p>CITRONI M. C. 1991 &lt;Lo smembramento e la caduta dall´alto; tracce di cultura sciamanica in molte incisioni rupestri  preAtti IX Symposio di Valcamonica, Capo di Ponte (Brescia).</p>
<p>FERRI S., 1962, Stele &#8220;daunie&#8221;. Un nuovo capitolo di archeologia protostorica, Bollettino d’Arte, n. 1/2, pp. 103-114 (riprodotto parzialmente in Nava, 1988).</p>
<p>FERRI S., 1963, Stele daunie II, Bollettino d’Arte, n. 1/2, pp. 5-17</p>
<p>FERRI S., 1963, Stele daunie III, Bollettino d’Arte, n. 3, pp. 197-206</p>
<p>FERRI S., 1964, Stele daunie IV, Bollettino d’Arte, n. 1, pp. 1-13</p>
<p>FERRI S., 1965, Stele daunie V, Bollettino d’Arte, n. 3/4, pp. 147-152</p>
<p>FERRI S., 1966, Stele daunie VI, Bollettino d’Arte, n. 3/4V, pp. 121-132</p>
<p>FERRI S., 1967, Stele daunie VII, Bollettino d’Arte, n. 4, , pp. 209-221</p>
<p>FERRI S. 1971 -      &lt;Stele Daunie: veste classica e contenuto protostorico&gt;</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici vol.  VII Capo di Ponte pp. 41-54</p>
<p>GAVRES R. 1983 I miti greci  Longanesi,  Milano.</p>
<p>KRITIKOS P.G., PAPADAKI 1976 &lt;The history of the poppy and of opium and their expansion, in antiquity in the</p>
<p>Eastern Mediterranean area&gt;,  Bulletin of Narcotics, quaderni 3,4,19.</p>
<p>LEONE M. L.  1990 &lt;Raro esempio di decorazione nel geometrico Daunio&gt;,</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia). In prima pagina</p>
<p>LEONE M. L. 1992 &lt;Dal frammento di Salapia alle stele daunie&gt;</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 2.</p>
<p>LEONE M. L. 1994 &lt;Nuove acquisizioni sulla ceramica geometrica daunia&gt;</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 3.</p>
<p>LEONE M. L. 1995 &lt; Oppio. “Papaver Somniferum”, la pianta sacra ai Dauni delle stele&gt;</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici, vol. 28, pp. 57-68.</p>
<p>Comparso sul sito  http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=1</p>
<p>LEONE M. L. 1996a &lt;Ancora sulle “Stele Daunie”&gt; ,</p>
<p>La Capitanata, Rassegna di Vita e di Studi della Provincia di Foggia,</p>
<p>ann. 32°-33° (1995/96), nuova serie n. 3-4, pp. 141-170.</p>
<p>Comparso nella pagina http://rignano.reciproca.foggia.it/Contributi/Capitanata/leone.htm</p>
<p>LEONE M. L. 1996b &lt;Nuove proposte interpretative sulle stele daunie&gt;,</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici, vol. 29, pp. 57-64.</p>
<p>LEONE M. L. 2000a  &lt;L’ ideologia delle statue-menhir e statue -stele in Puglia e la concettualità del simbolo</p>
<p>fallico antropomorfo&gt;, DEI NELLA PIETRA Quaderni dell’Associazione Lombarda</p>
<p>Archeologica, Milano : 119-145.</p>
<p>LEONE M. L. 2000b &lt; Melagrana o Papaver somniferum?&gt;</p>
<p>Boll.  Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 2.</p>
<p>LEONE M. L. 2002  &lt;Scrittura ideografica sulle stele daunie&gt;</p>
<p>Boll.  Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia). In prima pagina</p>
<p>Comparso anche nella pagina http://web.tiscali.it/arterupestre/fumetti.htm</p>
<p>MERLIN M. D. 1984  &lt;On the Trail of the Ancient Opium Poppy&gt;, Associated University</p>
<p>Press. London-Toronto</p>
<p>MERTENS J. 1984  &lt;Ordona V&gt;, Tomo XVI, Ist. St. Belgi di Roma</p>
<p>SAMORINI G. 2000 &lt;Un contributo alla discussione dell’etnobotanica dei misteri eleusini&gt;</p>
<p>ELEUSIS Piante e composti psicoattivi,  nuova serie 2000. 4: 3-53</p>
<p>SEEFELDER M. 1990 &lt;Oppio.  Storia  sociale  di una droga dagli egizi  a  oggi&gt;. Garzanti, Milano</p>
<p>WASSON R.G., C.A.P. RUK, A. HOFMANN 1978 &lt;The Road  to Eleusis. Unveiling the Secret of the Mysteries&gt; Harcourt Brace Jovanovich, New York &amp; London</p>
<p>(MARIA LAURA LEONE)    (Traduction par Stefania Zeoli)</p>
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		<title>OPPIO: PAPAVER SOMNIFERUM &#8211; LA PIANTA SACRA AI DAUNI DELLE STELE</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 12:19:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iron Age]]></category>
		<category><![CDATA[oppio]]></category>
		<category><![CDATA[papaver somniferum]]></category>

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		<description><![CDATA[Estratto da: Bollettino Camuno Studi Preistorici Vol. 28: pagg. 57-68 &#8211; 1995 Résumé L´auteur envisage que les pendentifs sphériques à la ceinture des Stèles Dauniennes féminines peuvent représenter la plante de l´´opium, Papaver somniferum. Le rôle spirituel de cette plante pourrait être monopolisé par la caste sacerdotale. A la lumière de cette hypothèse les stèles [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>Estratto da:<br />
<strong>Bollettino Camuno Studi Preistorici Vol. 28: pagg. 57-68</strong> &#8211; <strong>1995</strong></em></span></p>
<p><em><strong>Résumé</strong><br />
L´auteur envisage que les pendentifs sphériques à la ceinture des Stèles Dauniennes féminines peuvent représenter la plante de l´´opium, Papaver somniferum. Le rôle spirituel de cette plante pourrait être monopolisé par la caste sacerdotale. A la lumière de cette hypothèse les stèles prendent une autre signification .</em></p>
<p><em><strong>Summary</strong><br />
The author hypotizes that the spherical pendants worn at the belt by the feminine Daunian Stelae represent opium plants, Papaver Somniferum. The important spiritual role the plant played may have made it a monopoly of the prieslty caste. The stelae assume a new significance in the light of this hypotheses.</em></p>
<p><em><strong>Sommario</strong><br />
L´autrice avanza la teoria che i pendenti sferici appesi alla cintura delle Stele Daunie femminili possano rappresentare la pianta dell´´oppio, Papaver Somniferum. L´´importante ruolo spirituale che questa pianta potrebbe aver rivestito dovette essere monopolizzato dalla casta sacerdotale. Alla luce di questa interpretazione, queste stele assumono un nuovo significato. <span id="more-95"></span></em><span>
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La Civiltà Daunia ci ha lasciato singolari testimonianze riguardo la sacralità della pianta da oppio, il Papaver Somniferum. Le stele femminili portano la pianta appesa alla cintura, riconoscibile nei pendenti sferici che il Ferri chiamò cerchi di risonanza, kymbala. Dal momento che tali pendenti sono attributo di questi monumenti, se ne deduce che la pianta ebbe un posto rilevante nella sfera spirituale di quella Civiltà. L&#8217;interpretazione di questi simboli, rintracciabili in un mondo che oscilla tra il naturale e soprannaturale, è insieme un contributo alla storia della fitoterapia e dei comportamenti religiosi connessi ai vegetali che rendono ´divini´. Per i Dauni il monopolio della pianta dovette essere privilegio di una casta sacerdotale. Alla luce di tali acquisizioni si può rivedere la questione della funzione dei monumenti, finora considerati funerari, ed aprire nuove ipotesi interpretative che contemplino la funzione di ex voto e/o di sculture propiziatorie.</span></p>
<p>Non sempre la documentazione archeologica delle suppellettili e degli insediamenti ci illumina sul profondo ideologico della civiltà a cui appartengono. Non conosceremo mai il pensiero e l&#8217;essenza di quel popolo se non attraverso manifestazioni, più o meno esplicite, del loro ragionamento esoterico, le cui espressioni più alte si ritrovano nel simbolismo degli atti di culto e nelle raffigurazioni artistiche attinenti. Nel caso degli antichi Dauni, disponiamo della complessa storia circa le loro credenze terrene ed ultraterrene, attraverso le stele istoriate, ´fossili´ indicativi di consuetudini ascetiche e terapeutiche dimenticate.</p>
<p>Ideologia e cultura di quella civiltà, tra VIII ed inizi del VI sec. a.C., sono riflesse in questi preziosi documenti scultorei. Essi non rappresentano solo l&#8217;eredità di un ricco patrimonio spirituale ma sono anche una delle punte massime del fenomeno statue-stele ai suoi epigoni, nell&#8217;Italia preromana. &#8216;E come se i Dauni ci parlassero direttamente dei loro riti e tradizioni, in un linguaggio figurativo, a volte preciso a volte bozzettistico,. Sul corpo della stele femminile vi sono riquadri con scene di processioni, lotta armata, caccia, pesca, gerarchie sociali, tra uccelli totemici ed un numero variabile di grafemi sferoidali metafora della capsula secca del papavero da oppio.</p>
<p>Portato appeso alla vita della stele o tra i capelli dei soggetti femminili, questo è il principale attributo dell&#8217;entità di pietra, espresso con un simbolismo grafico ermetico e metaforico, tuttavia dominante e riportato anche su alcuni schemi iconografici e morfologici della ceramica locale (L. LEONE, 1990, 1992A, 1994). Grazie alla sua identificazione, oggi si apre un nuovo capitolo nella storia dell&#8217;esegesi delle stele femminili, il cui numero considerevolmente maggiore lascia intendere che l&#8217;entità superiore imperante nella Daunia antica fu una donna, una dea od una sacerdotessa dotata di poteri e virtù eccezionali.</p>
<p>I suoi simulacri e quelli del suo sposo, eletto cacciatore e guerriero, erano probabilmente segno di richiesta e devozione per una grazia ricevuta o per un atto propiziatorio. Venivano innalzati dai fedeli nelle zone strettamente connesse alla laguna tra Siponto e Salapia, miracolo ambientale e naturalistico ancora parzialmente presente nel Nord della Puglia.</p>
<p>Nell&#8217;area di Masseria La Cupola a Beccarini (la Siponto di epoca daunia), a Salapia e forse anche in altri luoghi poi coperti dalle paludi, dove probabilmente venivano in pellegrinaggio i fratelli dai villaggi vicini, i Dauni più antichi lasciarono i loro scultorei atti di fede. Fuori queste zone non esistono, ad oggi, significative concentrazioni per ritenere che tutti i Dauni o coloro che culturalmente riconosciamo come tali, innalzavano le stele. I pochi frammenti trovati altrove sarebbero traccia della dispersione seguita all&#8217;interruzione del culto.</p>
<p>Recuperate a partire dagli anni sessanta, sono conservate nel castello di Manfredonia, non lontano da Coppa Nevigata. In questa zona la laguna costiera fu eletta a luogo sacro dai Dauni, allorquando le piogge ed il clima freddo dell&#8217;età del Ferro permettevano sia un livello navigabile delle acque interne che una buona condizione di vita. Tra IV e III sec. a.C., l&#8217;innalzamento della temperatura portò all&#8217;inesorabile evaporazione dell&#8217;acqua trasformando la pianura in una landa paludosa e malsana (M.CALDARA, L.PENNETTA, 1993).</p>
<p>Le immagini sacre, di calcare garganico, rivelano l&#8217;opulenza in cui sorsero. <span>Infatti, il corollario delle scene riportate nell&#8217;iconografia è quello di un ambiente brulicante di volatili e ricco di selvaggina, riflesso di una terra dove confluivano i vari corsi idrici del Subappennino. Habitat tra i più completi, con una fauna ricchissima, un&#8217;idrografia complessa, risorse botaniche ed economiche che permettevano la produzione di sale, di canneti per intrecci artigianali e imbarcazioni, fanghi e argille e magari anche i preziosi papaveri narcotizzanti. Quella pianta del sonno (ancora usata per addormentare i bambini più nervosi) ebbe per i Dauni e per l&#8217;antichità in genere, un&#8217;importanza pratica e concettuale che, attraverso le stele daunie, possiamo iniziare a ricostruire.</span></p>
<p><strong>MELAGRANE, CIMBALI O SIMBOLI DI POTERE MAGICO ?</strong><br />
Il primo a proporre un&#8217;ipotesi sui pendenti sferici delle stele daunie fu Silvio Ferri, colui che si occupò a lungo di questi monumenti tra gli anni sessanta e settanta. Egli li denominò melagrane se avevano l&#8217;aspetto realistico e kymbala (cimbali di risonanza) se erano a cerchi concentrici (S. FERRI, Stele Daunie, IV,V,VII).<br />
Da rare sepolture daunie e picene, sono emersi dischi in osso o metallo presso i femori del morto (E.BRIZIO, 1895, pp.87-438; J.SZOMBATHY, 1917) e pendenti a melagrana (Salapia, tomba n.1, 550-525 a.C., E.M.DE YULIIS, 1974; diffusi anche in Illiria, K.KILIAN, 1973, a pag.363 in un suo intervento degli atti del Colloquio di Preist. e Protost. della Daunia). Per deduzione si è ritento che fossero gli stessi ornamenti delle stele (NAVA, 1980, pag.41). Infatti, questi possono avvicinarsi all&#8217;oggettivazione dei misteriosi pendenti ma il loro significato andrebbe rivisto. Quelle che appaiono melagrane possono essere grafemi della capsula del papavero sonnifero, e i dischi concentrici sotto forma di pendenti magici possono richiamare il potere esoterico della pianta. Sulle stele i due oggetti spesso si sovrappongono, si alternano nel riportarne i particolari fitomorfi (la coroncina o la foglie) e si confondono graficamente, fino a tradire la comune origine vegetale.</p>
<p>Un&#8217;attenta analisi di tutti questi particolari grafici mi ha indotto ad interpretarli come le svariate soluzioni magiche o semantiche dello stesso oggetto idealizzato e geometrizzato. E se nella realtà fisica si tramutavano in dischi di osso o di metallo, in sfere a forma di melagrana, si può pensare a talismani ed amuleti da associare a funzioni contingenti l&#8217;oppio ed i suoi derivati. La forma del papavero è stata spesso impiegata come simbolo o decorazione di monili: orecchini, vaghi di collana e spilloni derivanti da Europa, Egitto, Vicino Oriente. Altrettanto spesso è stata scambiata con la melagrana, un vegetale mai utile quanto il papavero da oppio. Pertanto l&#8217;importanza del papavero, nell&#8217;antichità, andrebbe colta in quelle metafore grafiche e decorative che nascondono risvolti religiosi e terapeutici.</p>
<p>L&#8217;importanza data a quel simbolo onnipresente sulle stele, ma in generale nell&#8217;iconografia religiosa daunia, salta in evidenza quando si analizzano le pettinature delle donne, se si coglie il potere di quei bastoni-scettro presenti nelle scene ritual-terapeutiche, e se si fa caso alla forma singolare della tipica olla daunia. Contenitore di prestigio per i Dauni, onnipresente nelle sepolture e spesso portato in testa alle donne in processione. In tale contesto interpretativo la sua forma richiama, appunto, quella della capsula del papavero, con un corpo sferico ed un ampio labbro svasato che ne ricorda la corolla. Ha due manici e due protomi a forma di mano che paiono reggere o pregare in funzione di un contenuto prezioso. Un vaso cerimoniale, insomma. Non escluderei che in esso si conservasse o preparasse qualche mistura miracolosa. Vasi dichiaratamente a forma di papavero sono i famosi vasetti ciprioti detti bilbil, trovati a Tell Abu Zureiq e in altre località costiere del levante mediterraneo, risalenti al Bronzo Recente 1500-1200 a.C. (E. ANATI , 1952; P.M. PADOVANI, 1982).</p>
<p>Una significativa statuetta ieratica con le mani in preghiera e diadema sormontato da tre capsule di papavero è stata trovata a Ghazi (Museo di Heraklion, Creta. 1400-1200 a.C.). Sarà interessante notare che sia in relazione ai bilbil, alla statuetta di Ghazi e alle stele daunie vi sono richiami ai volatili, gli universali indicatori del volo e della transe. Pare che le virtù o la bellezza dei fiori del papavero fossero sfruttate persino nel Paleolitico Superiore, a Cro-Magnon sono state trovate capsule fossilizzate in relazione a sepoltura.</p>
<p><span>All&#8217;età del Rame, invece, risalgono gli scettri-papavero di rame, recuperati nella grotta del tesoro a Nahal Mishmar in Israele (P. BAR-ADON, 1980). In ambiente greco il papavero sonnifero è uno degli attributi di Demetra, lo ritroviamo su un rilievo di terracotta della Collezione Campana e su un&#8217;ara di Villa Albani, come probabilmente su un vaso apulo in cui Dionisos, dio dell&#8217;estasi mistica e della guarigione, è incoronato da un diadema di papaveri (Museo Archeologico di Taranto).</span></p>
<p><strong>CARATTERISTICHE VEGETALI ED EFFETTI DEL PAPAVERO DA OPPIO</strong><br />
Il Papaver Somniferum gigante ha un fusto che può raggiungere l&#8217;altezza di un metro e mezzo. Ha una capsula sferica, grande anche quanto un&#8217;arancia, dalla quale notoriamente si estrae l&#8217;oppio ricco di alcaloidi come: morfina, narcotina, codeina, eroina ecc.. Le qualità naturali della droga, dalla storia più lunga e controversa, sono eccezionali per intervenire chirurgicamente ottundendo il dolore fisico. Pur se il cervello produce le endorfine, le oppiacee del corpo umano, la morfina è insostituibile per lenire i dolori più forti, mentre l&#8217;eroina cancella la paura ed induce al coraggio. L&#8217;oppio da sé, non è da meno pertanto è facile immaginare quanti poteri magici gli si attribuirono.</p>
<p>Possiamo tentare di farci un&#8217;idea della sua importanza quando le cure mediche erano alla mercé della fito-pranoterapia. Il suo narcotico poteva far guarire chi soffriva ma poteva anche ispirare visioni rivelatrici ai delegati alla divinazione. Terapeuti, sciamani e sacerdoti furono i primi ad utilizzare oppio e psicotropi iniziando anche il profano al mondo sommerso della percezione extrasensoriale. I Dauni sicuramente conobbero e valorizzarono ogni proprietà della droga, la cui dipendenza dovette essere sapientemente manovrata dalla casta sacerdotale, riconoscibile nelle stele femminili che ne sfruttò a suo vantaggio il monopolio e la gestione. E forse non solo in senso esoterico e religioso ma anche politico ed economico, dal momento che nelle scene s&#8217;individuano categorie sociali e specializzazione dei ruoli. Così i kimbala-papavero, insieme alla veste talare e ad altri elementi, rappresentano lo status-symbol della casta a cui si votavano i monumenti che forse ritraevano una divinità protettrice o la grande sacerdotessa del sistema ierocratico.</p>
<p><strong>CHI ERANO LE ENTITA&#8217; RAFFIGURATE SULLE STELE ?</strong><br />
Dea, sacerdotessa, sciamana o curandera, lei ed i suoi adepti traspaiono nell&#8217;iconografia che la riguarda, ossia il mondo del papavero e tutte le implicazioni magiche, divinatorie e terapeutiche che ne derivano. Sono diverse le scene in cui v&#8217;è l&#8217;offerta di una bevanda ad un personaggio seduto che appare agitato, oppure situazioni di stati allucinatori in cui il soggetto è circondato da animali mostruosi. Degna di un largo campo d&#8217;influenze la Signora stele era qualcosa di più complesso dell&#8217;entità armata, la sua investitura sembra avere qualche influenza sulle competenze maschili; dal momento che si identifica attraverso il vegetale, lei ne fa offerta al guerriero, o al cacciatore, in due rarissimi casi di figurazione vascolare.</p>
<p>Nel frammento ceramico di Salapia una donna con un lungo abito è di fronte ad un guerriero armato di spada, nell&#8217;atto di offrirgli un vegetale, dietro la donna c&#8217;è una pianta di papavero gigante, vagamente antropomorfa, mentre dietro al guerriero vi sono due cavalieri armati di lancia, come sulle stele maschili. E&#8217; possibile, dunque, riconoscere nei due personaggi centrali la personificazione della stele maschile e femminile in relazione alle sfere d&#8217;influenza su cui agiscono: i cacciatori o i guerrieri a destra, il papavero a sinistra.</p>
<p>Così le stele armate rifletterebbero, attraverso l&#8217;enfasi antropomorfa del guerriero, la celebrazione del mondo virile, eroico, della guerra e della caccia, mentre le stele con veste cerimoniale, fregiate di amuleti dalla forma di capsula di papavero, sembrano celebrare una casta eletta di adepti, le cui competenze comprenderebbero la mantica e la taumaturgia. I cerchi con i quali veniva siglata la stele, erano una metafora delle facoltà della sacerdotessa o dea capace di dar potere alla pianta a lei sacra. A questo proposito è il caso di esaminare un altro singolare frammento di vaso dipinto, trovato in un ipogeo del IV sec. a. C. a Herdoniae, città daunia dell&#8217;interno.</p>
<p>Gli stessi personaggi del frammento di Salapia qui sono rappresentati nello schema di una simbolica ierogamia, la donna però ha la testa grande e rotonda ed il suo corpo filiforme sembra avere delle foglie, evidentemente lei stessa fviene identificata con la pianta di appartenenza e  in quanto è impiantata nella terra; il suo sposo invece ha in mano tre lance, un chiaro collegamento con i cacciatori ritratti sulle stele maschili. <span>Forse, insieme, personificano le due entità principali del pantheon daunio, se non i massimi rappresentanti della società di allora. Ad ogno modo, determinando </span><span>le sfere delle loro competenze e, con il </span><span>gesto della donazione, testimoniano la comunione di due mondi diversi ma anche  complementari.</span></p>
<p><span>Maria Laura Leone<br />
</span></p>
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		<title>STELE ANTROPOMORFE DI PUGLIA. CASTELLUCCIO DEI SAURI E BOVINO NELL&#8217;IDEOLOGIA DELLE STATUE-STELE E STATUE-MENHIR</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 10:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copper Age]]></category>
		<category><![CDATA[castelluccio dei sauri]]></category>
		<category><![CDATA[stele]]></category>

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		<description><![CDATA[Le statue-stele di Castelluccio dei Sauri (anche dette di Bovino e conservate nel Museo di questo Comune), vengono inquadrate morfologicamente e considerate contestualmente al fenomeno che le ha diffuse nel sud della nostra penisola. Sono in un territorio denso di monumenti dello stesso tipo e costituiscono un gruppo eneolitico con connotazioni individuali e comuni alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>Le statue-stele di Castelluccio dei Sauri (anche dette di Bovino e conservate nel Museo di questo Comune), vengono inquadrate morfologicamente e considerate contestualmente al fenomeno che le ha diffuse nel sud della nostra penisola. Sono in un territorio denso di monumenti dello stesso tipo e costituiscono un gruppo eneolitico con connotazioni individuali e comuni alle stele contemporanee.<span id="more-80"></span></em></span><span><strong>
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Una sacra coppia preistorica</strong><br />
In un&#8221;area denominata Sterparo Nuovo, a pochi chilometri da Castelluccio dei Sauri e da Bovino in provincia di Foggia, si rinvennero trentacinque pietre antropomorfe, tra il 1954 e gli anni ottanta. Sono monumenti riconducibili a quel fenomeno delle statue-stele e statue-menhir che, diffusosi nell&#8221;Età del Rame, rappresentò una tappa miliare nella storia dei simulacri sacri. Per ragioni ancora sconosciute la Puglia fu la regione del centro-sud che ne rimase più coinvolta, infatti ha stele sia eneolitiche, come quelle qui in esame, che dell&#8221;età del Ferro, ossia, le stele daunie, garganiche e salentine(1).</span></p>
<p>Il culto delle statue-stele inizia a diffondersi nel continente euro-asiatico verso la fine del Neolitico per poi divenire una tipica espressione religiosa dell&#8221;Eneolitico italiano e del megalitismo europeo; produce gruppi di monumenti dotati di attributi peculiari e riconoscibili quali triangoli pubici, pugnale, collane, ecc. Le varianti locali caratterizzano lo stile ed il regionalismo culturale degli aggruppamenti. Una seconda espansione geografica si manifestò tardiva nell&#8221;età del Ferro, dopo un&#8221;inspiegabile pausa nell&#8221;età del Bronzo, con monumenti morfologicamente simili a proto-statue oppure sculture piatte come lastre poligonali lontanamente antropomorfe, sempre rivestiti di attributi che hanno origine nel fenomeno iniziale.</p>
<p>L&#8221;espansione è avvenuta tra la Penisola Iberica e la Siberia, toccando i Balcani, il Caucaso, la Turchia, il Vicino Oriente e l&#8221;Africa Settentrionale. In Europa si contano più di 600 monumenti appartenenti al cosiddetto periodo classico (età del Rame), sono distribuiti a gruppi tra: Spagna, Portogallo, Francia, Svizzera, Italia, Ucraina, Crimea e Caucaso. Dello stesso periodo in Italia abbiamo cinque gruppi concentrati nell&#8221;area Alpina e Ligure, uno in Sardegna, uno in Puglia (a Sterparo) e a Vado all&#8221;Arancio in Toscana. Dell&#8221;età del Ferro abbiamo i gruppi di stele Villanoviane (Emilia Romagna), Felsinee (Etruria), Picene (Italia centro-adriatica), Daunie e di Monte Saraceno (Puglia) ed alcuni monumenti della Lunigiana (a cavallo tra Liguria e Toscana). Le stele di norma emergono a gruppi ubicati in luoghi suggestivi, boschi, sorgenti, fiumi, poco accessibili non lontano da importanti tappe di transito migratorio. In Lunigiana buona parte dei monumenti è nella valle del fiume Magra o vicino ai suoi affluenti. Nel Midi francese, presso i fiumi Rance, Dourdou e Durance, in Valcamonica su alture che dominano valli fluviali, in Puglia nel vallo subappenninico che è transito verso Ovest.</p>
<p>La Puglia ha restituito la maggior quantità di stele d&#8221;Italia e forse d&#8221;Europa, appartenenti a quattro gruppi ben distinti, distribuiti: a Sterparo Nuovo (Castelluccio dei S. e Bovino), nella Piana di Siponto (stele Daunie) e Monte Saraceno (Gargano); a Cavallino e Arnesano (nel Salento). Sporadiche presenze stanno emergendo in aree con megaliti (Bisceglie e Giurdignano ) (2).<br />
Il fenomeno cultuale, non ancora chiaro nei suoi risvolti contenutistici ed evolutivi, non raggiunse tutte le terre e le popolazioni di allora, riflette bene, però, il radicale cambiamento dei tempi, delle concezioni religiose, delle strutture sociali e dei ruoli sessuali verificatisi su larga scala tra Neolitico ed età dei Metalli.</p>
<p>Le statue-stele e statue-menhir sono le prime vere statue antropomorfe che l&#8221;umanità abbia concepito e si legano anche al fenomeno dei megaliti, quindi dei dolmen, dei menhir e delle prime costruzioni europee in pietra, nonché alle prime società di tipo aristocratico. Si parla poco in questi termini di esse, si definiscono semplicemente ed impropriamente stele ma sono statue-stele, ossia proto-statue piatte o appena modellate. Sono per lo più femminili ma anche maschili e pertanto primo segno di mutazione concettuale. Precedentemente esistevano solo piccole statuine, in osso o in argilla, prevalentemente femminili: le veneri paleolitiche e le varie iconografie di una dea madre neolitica. Rarissima, quasi inesistente, era la figura maschile, e questo perché si sospetta che l&#8221;uomo non avesseconsapevolezze acquisite in materia di procreazione. Nella società e nella religiosità si assiste ad un graduale cambiamento dei ruoli sessuali man mano che sorgevano aggregazioni sempre più gerarchizzate e belligeranti. Nel panorama teocratico le divinità maschili compaiono recentemente e si affermano sempre più dominanti con l&#8221;avanzare delle grandi civiltà.</p>
<p><span>Le statue-stele, dunque, sono precipuamente una coppia, due entità affiancate nei ruoli: maschile e femminile.</span></p>
<p>L&#8221;identificazione precisa di questa coppia è permeata di datate speculazioni: eroi capostipiti, dei, antenati, defunti. Nel corso delle mie ricerche sulle diverse manifestazioni antropomorfe del settore, contestualizzate o no da uno scavo, è risultato che è fondamentale prima comprendere &#8221;quale funzione avessero&#8221;, perché erano. Intanto, bisogna stabilire che i due sessi (anche se più frequentemente uno dei due) esprimono la comunione e l&#8221;enfasi di due ruoli distinti eppure complementari. Le stele daunie, prodotte dai Dauni tra VII e VI sec. a.C., sono la più esuberante delle manifestazioni stelari avutasi a culto affermato ed evoluto. Tuttavia, ancora, non vengono ricollegate a quel fenomeno generale di cui, invece, riportano gli stessi attributi-base delle prime statue-stele: triangoli pubici (come indicatori femminili) e spada alla cintola (il pugnale remedelliano).</p>
<p>In più, la straordinaria narrativa che le caratterizza racchiude la ragione della loro esistenza. Da uno studio che ho condotto sulle scene è emerso che, con ogni probabilità, fossero simulacri propiziatori, eretti a devozione o ringraziamento di due esseri investiti di competenze specifiche.(3) Anche le altre statue-stele, possono essere sorte per motivazioni affini a queste ultime.</p>
<p><strong>Ritrovamenti e datazione</strong><br />
L&#8221;antica sede delle stele antropomorfe di Castelluccio era nei pressi del podere Gesualdi, a Sterparo Nuovo. Sono state trovate sparse, in un&#8221;area di circa dieci ettari, ma in origine erano concentrate in un luogo organizzato allo scopo, forse identificabile in quello che la Soprintendenza ha scavato e nel quale ha recuperato alcuni indizi rituali (4). Le prime scoperte risalgono al 1954, quando il Prof. Michele Leone (allora Ispettore Onorario delle opere d&#8221;arte della circoscrizione) segnalava il ritrovamento di quattro pezzi al Museo Pigorini di Roma.</p>
<p>La prima pubblicazione scientifica, di M. Ornella Acanfora nel 1960, segnò l&#8221;inizio delle attenzioni di ricerca che le resero note nell&#8221;ambiente. La studiosa intuì subito la matrice ideologica dei monumenti di Sterparo, la stessa di aree lontane dalla Puglia e pose, quindi, i primi tentativi di confronto con le stele della Lunigiana (Liguria) e dell&#8221;arco alpino, datandole però, erroneamente, all&#8221;Età del Ferro(5) . Dopo vent&#8221;anni vennero resi noti altri reperti, due pietre piuttosto grandi (di cui una con un pugnale), due più piccole e dieci lastre levigate ed altre sospette porzioni di stele inglobate in una parete muraria del podere(6). Nel 1989 vennero segnalati altri undici pezzi e, finalmente, nel 1991 si intervenne col sondaggio di scavo(7). In tal modo si potè dare ai monumenti un contesto cronologico certo, inquadrabile nella seconda metà del III° mill., età Eneolitica (remedelliana), già sospettato in precedenza per la tipologia dei pugnali incisi. Gli elementi rituali emersi dallo scavo suggerirono una similitudine con l&#8221;aratura fossile e le buche con ossa di animali e cereali del famoso sito di S. Martin de Corleans (Aosta), il santuario-cimitero caratterizzato dalla presenza di grandi stele rotte e usate per costruire ciste dolmeniche(8).<br />
Oggi è possibile vedere la maggior parte dei reperti subappenninici nel Museo Civico di Bovino (a 15 km. Da Castelluccio), più altre due stele nel Museo Civico di Foggia e nel Museo Nazionale di Taranto (vedi stele).</p>
<p><strong>Caratteristiche dei monumenti </strong><br />
Come tutte le stele antropomorfe quelle di Sterparo rappresentano il corpo di due un&#8221;entità, una maschile ed una femminile, condensato in una sorta di busto senza arti e testa. Le pietre usate sono il calcare biancastro e l&#8221;arenaria gialla, materiali di estrazione locale, facili da lavorare. La forma generale, per quanto si possa dedurre dai frammenti e considerando che le stele intere sono pochissime, varia tra sub-rettangolare e sub-romboidale, i margini laterali sono spesso arrotondati, la parte inferiore è rastremata e la parte superiore può terminare in diverse forme: a punta, rotondeggiante, diritta e a profilo insellato a semiluna. L&#8221;altezza, riferita ai quattro pezzi interi, oscilla tra i cm. 161 e 35.</p>
<p>I segni indicatori che le distinguono sono solo sul lato anteriore.  <span>Le stele femminili hanno una collana ed una coppia di seni a rilievo, incorniciati da linee parallele che disegnano una &#8221;X &#8221;. Talvolta i seni mancano ma il motivo ad &#8221;X&#8221; persiste. Una stele femminile, stele 2, ha quattro cerchietti sul petto, forse interpretabili come una fibula a doppia spirale. Su alcune stele è anche presente l&#8221;ombelico, un particolare anatomico assolutamente singolare per questa classe di monumenti. Frequentemente, sul margine superiore e sulla cintura, vi sono incisioni a tacche e linee parallele.</span></p>
<p>Le poche stele maschili si riconoscono per la presenza del pugnale, in due casi su tre corredato da una bandoliera e più spesso da una specie di frangia (convenzionalmente chiamata &#8221;fiocco&#8221;) che esce dalla punta della lama (presente anche su alcuni monumenti della Lunigiana). In generale, il &#8221;fiocco&#8221; è un indicatore non frequente in altri contesti e viene interpretato come la decorazione del fodero che protegge la lama, ma non sarebbe da escludere che rifletta un&#8221;allegoria, l&#8221;emissione di raggi di energia o un fiotto di sangue. In arte preistorica lo scopo meramente traspositivo era inesistente, tutto poteva rivestire una valenza simbolica. Persino i due piccoli e quasi invisibili animali, un capride ed un cervide, più altri segni non chiaramente leggibili ed un pugnale, incisi sulla grande stele della I segni indicatori che le distinguono sono solo sul lato anteriore.</p>
<p>Le stele femminili hanno una collana ed una coppia di seni a rilievo, incorniciati da linee parallele che disegnano una &#8221;X &#8221;. Talvolta i seni mancano ma il motivo ad &#8221;X&#8221; persiste. Una stele femminile, stele 2, ha quattro cerchietti sul petto, forse interpretabili come una fibula a doppia spirale. Su alcune stele è anche presente l&#8221;ombelico, un particolare anatomico assolutamente singolare per questa classe di monumenti. Frequentemente, sul margine superiore e sulla cintura, vi sono incisioni a tacche e linee parallele.<br />
Le poche stele maschili si riconoscono per la presenza del pugnale, in due casi su tre corredato da una bandoliera e più spesso da una specie di frangia (convenzionalmente chiamata &#8221;fiocco&#8221;) che esce dalla punta della lama (presente anche su alcuni monumenti della Lunigiana).</p>
<p>In generale, il &#8221;fiocco&#8221; è un indicatore non frequente in altri contesti e viene interpretato come la decorazione del fodero che protegge la lama, ma non sarebbe da escludere che rifletta un&#8221;allegoria, l&#8221;emissione di raggi di energia o un fiotto di sangue. In arte preistorica lo scopo meramente traspositivo era inesistente, tutto poteva rivestire una valenza simbolica. Persino i due piccoli e quasi invisibili animali, un capride ed un cervide, più altri segni non chiaramente leggibili ed un pugnale, incisi sulla grande stele della stele 5.</p>
<p>Come accennato, il primo inquadramento cronologico dei monumenti fu stabilito sulle fogge dei pugnali, i cui elementi di sostegno sono pertinenti all&#8221;immanicatura ed alla forma della lama. Per esempio il pugnale della stele della stele 9 è a lama triangolare con pomo lunato, tipicamente remedelliano (prima metà del III° mill. a.C.), mentre quelli con lama convessa e pomo a disco, incisi sulle stele delle stele 4 &#8211; 5 sono inquadrabili in una fase precampaniforme, cioè di transizione tra l&#8221;età del Rame e l&#8221;età del Bronzo(9) (seconda metà del III° mill. a.C.)</p>
<p>Un&#8221;altra peculiarità di questo gruppo di stele, è il carattere tendenzialmente veristico col quale gli artisti dell&#8221;antica Sterparo vollero raffigurare la loro misteriosa entità femminile. La sua nudità fu delicatamente sottolineata dall&#8221;ombelico e dalla rotondità dei seni, appena modellati come in un corpo vero. La stele della stele 1 è sinuosa e nuda, così il motivo ad &#8221;X esula dall&#8221;essere un capo d&#8221;abbigliamento è bensì il richiamo simbolico che identifica, alla maniera primitiva, i caratteri riproduttivi della dea Madre. Malgrado il &#8221;realismo&#8221; di taluni particolari, rimane inspiegabile l&#8221;astrattismo del corpo privo di testa. In generale questo trasmette l&#8221;idea fisica della donna (stele 8) e dell&#8221;uomo (stele 9). Contava principalmente rappresentare una &#8221;X&#8221; come referente.</p>
<p>Le catene di rombi, triangoli plurimi o clessidre, sono largamente diffuse su figurine femminili dell&#8221;area mediterranea e balcanica, l&#8221;usanza di sottolineare i seni in questo modo è ampiamente diffusa nelle culture neolitiche, eneolitiche e del Bronzo. L&#8221;indicatore &#8221;X&#8221; sul petto è testimoniato sulla ceramica Terramaricola, sui vasi della cultura di Baden, nella cultura Castellucciana della prima Età del Bronzo (Sicilia), su alcune statuette jugoslave e su statuette cipriote recuperate sulle coste del vicino Oriente (10).</p>
<p><span>In particolar modo bisogna annotare, qui per la prima volta, la forte similitudine tra una statuetta fittile di Tell Abu Zureiq11 (Israele, Bronzo Recente, 1500 &#8211; 1300 a.c.) e la stele della stele 8. Su queste i due schemi rappresentativi sono identici e, se pur distanti geograficamente, riflettono un&#8221;iconografia dal significato comune.</span></p>
<p>Come accennato, il primo inquadramento cronologico dei monumenti fu stabilito sulle fogge dei pugnali, i cui elementi di sostegno sono pertinenti all&#8221;immanicatura ed alla forma della lama. Per esempio il pugnale della stele della stele 9 è a lama triangolare con pomo lunato, tipicamente remedelliano (prima metà del III° mill. a.C.), mentre quelli con lama convessa e pomo a disco, incisi sulle stele delle stele 4 &#8211; 5 sono inquadrabili in una fase precampaniforme, cioè di transizione tra l&#8221;età del Rame e l&#8221;età del Bronzo9 (seconda metà del III° mill. a.C.)</p>
<p>Un&#8221;altra peculiarità di questo gruppo di stele, è il carattere tendenzialmente veristico col quale gli artisti dell&#8221;antica Sterparo vollero raffigurare la loro misteriosa entità femminile. La sua nudità fu delicatamente sottolineata dall&#8221;ombelico e dalla rotondità dei seni, appena modellati come in un corpo vero. La stele della stele 1 è sinuosa e nuda, così il motivo ad &#8221;X esula dall&#8221;essere un capo d&#8221;abbigliamento è bensì il richiamo simbolico che identifica, alla maniera primitiva, i caratteri riproduttivi della dea Madre. Malgrado il &#8221;realismo&#8221; di taluni particolari, rimane inspiegabile l&#8221;astrattismo del corpo privo di testa. In generale questo trasmette l&#8221;idea fisica della donna (stele 8) e dell&#8221;uomo (stele 9). Contava principalmente rappresentare una &#8221;X&#8221; come referente. Le catene di rombi, triangoli plurimi o clessidre, sono largamente diffuse su figurine femminili dell&#8221;area mediterranea e balcanica, l&#8221;usanza di sottolineare i seni in questo modo è ampiamente diffusa nelle culture neolitiche, eneolitiche e del Bronzo.</p>
<p>L&#8221;indicatore &#8221;X&#8221; sul petto è testimoniato sulla ceramica terramaricola, sui vasi della cultura di Baden, nella cultura Castellucciana della prima Età del Bronzo (Sicilia), su alcune statuette jugoslave e su statuette cipriote recuperate sulle coste del vicino Oriente 10. In particolar modo va evidenziata la forte similitudine tra una statuetta fittile di Tell Abu Zureiq(11) (Israele, Bronzo Recente, 1500 &#8211; 1300 a.c.) e la stele della stele 8.</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><span>(1) Per un&#8221;introduzione al fenomeno: ANATI E. Origine e significato storico religioso delle statue-stele. in Bollettino Camuno Studi, vol. 16, 1977; I Camuni, alle origini della Civilà Europea. Milano Ed. Jaka Book, 1982. Per una panoramica completa e aggiornata di tutti i monumenti pugliesi e per una dettagliata bibliografia, si rimanda a: LEONE L. L&#8221;ideologia delle statue-menhir e statue-stele in Puglia, e la concettualità del simbolo fallico antropomorfo, in Quaderni dell&#8221;Associazione Lombarda Archeologica, Milano, 2000.<br />
(2) LEONE L. Due nuove pietre antropomorfe in Puglia, in Bollettino Camuno Notizie, Marzo 1997: 28-29; Megalithism of South East Italy in the Bonze Age , in Atti Symposium &#8221;Communication in Bronze Age&#8221;, 7-10 Settembre 1995. Tanum, Bohuslän, Svezia, 1999.<br />
(3) LEONE L. Oppio. &#8221;Papaver Somniferum&#8221;, la pianta sacra ai Dauni delle stele, in Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici, vol. 28, pp. 57-68, 1995.<br />
(4) TUNZI-SISTO A. M. Castelluccio dei Sauri-Bovino (Foggia), Sterparo, in TARAS, vol. XII:219-221, 1992.<br />
(5) ACANFORA M.O. Le stele antropomorfe di Castelluccio dei Sauri, in Riv. Sc. Preist. XV: 95-123, 1960.<br />
(6) NAVA M. L. Nuove stele antropomorfe da Castelluccio dei Sauri (Foggia), Ann. Museo Civ.&#8221;U. Formentini&#8221; La Spezia 1979/80: 115-149, 1982.<br />
(7) TUNZI SISTO A. M. Il complesso delle stele antropomorfe di Bovino, 10° Convegno su Preist. Protost. e Sto. della Daunia, San Severo, 1988: 101-129, 1989.<br />
(8) MEZZENA F. La Valle d&#8221;Aosta nella Preistoria e nella Protostoria, in Archeologia in Val d&#8221;Aosta: 15-60, 1981.<br />
(9) ANATI E. &#8211; I pugnali nell&#8221;arte rupestre e nelle statue-stele dell&#8221;Italia Settentrionale, Capo di Ponte, Ed.del Centro, 1972.<br />
(10) GIMBUTAS M. &#8211; The Language of the Goddess, Ed. Thames and Hudson, 1989.<br />
(11) MELLER PADOVANI P. &#8211; Una statuetta cipriota a Tell Abu Zureiq, Israele, in Bollettino Camuno Studi Preistorici, 19: 49-62, 1982.</span></p>
<p><span>(MARIA LAURA LEONE)<br />
</span></p>
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		<title>MEGALITHISM OF THE SOUTH-EAST ITALY, IN THE BRONZE AGE</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 16:28:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Megalithism]]></category>
		<category><![CDATA[Bronze Age]]></category>
		<category><![CDATA[south italy]]></category>

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		<description><![CDATA[Apulia is the millennial bridge which always had to be crossed by peoples who were cultural witnesses of its important commercial and migratory traffic. During the Bronze Age had different funerary architectures with artificial small caves cut into the rock and important subterranean tombs some of which are still being discovered. These different customs reveal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>Apulia is the millennial bridge which always had to be crossed by peoples who were cultural witnesses of its important commercial and migratory traffic. During the Bronze Age had different funerary architectures with artificial small caves cut into the rock and important subterranean tombs some of which are still being discovered. These different customs reveal expansionistic and commercial movements, waves of merchant warriors, metal seekers all of whom, since the Eneolithic period, have continued to move through and stop along the wole peninsula.<span id="more-64"></span></em></span><span>
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/2-376.jpg" title="2-3 Map of survey area with locations megalithic sites in Apulia (Areas underlined = with dolmens. Areas no underlined = with menhirs). (Malagrinò, 1978) " class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/4._76.jpg" title="4. Adriatic coast near Castro (Lecce)" class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/5._76.jpg" title="5. Cisternino dolmen (Fasano, Brindisi). Capstone m. 2x3; H m.1,70. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/6._76.jpg" title="6. La Chianca dolmen (Bisceglie, Bari). Capstone m. 2,40x3,80; Barrow m. 7,50; H m. 1,80. (Leone) " class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/7._76.JPG" title="7. a, b, c, d, e, f, h. Tipical vessels of Subappenninc Culture, XIII-XI, B.C. From La Chianca dolmen, Bisceglie (BARI). g. Jug of Appenninc Culture, XVI-XIII, B.C. From Albarosa dolmen, Bisceglie (Bari). (Biancofiore, 1979) " class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/8._76.JPG" title="8. Plant and sections of the grave n. 2. Long-barrows in circulars tumulus. Murgia San Francesco, Masseria del Porto, Gioia del Colle (Bari). Tumulus m. 9,50. (Striccoli, 1989)" class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/9._76.jpg" title="9. The dolmen Placa (Melendugno, Lecce). Capstone m. 2,05x1,60; H m.1. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/10.76.jpg" title="10. The dolmen Stabile (Giurdignano, Lecce). Capstone m. 2,60x1,80; H m. 0,90. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/11.76.jpg" title="11. The dolmen Scusi (Minervino, Lecce). Capstone m. 3,80x2,50; H m. 1,45. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="11.76" alt="11.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_11.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/12.76.jpg" title="12. Capstone of the dolmen Scusi (Minervino, Lecce). (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="12.76" alt="12.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_12.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/13.76.jpg" title="13. Menhir H m. 2,80 (Castrì, Lecce). (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="13.76" alt="13.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_13.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/14.76.jpg" title="14. Megalithic altar of Strada Abbazia (Bisceglie). (Palmiotti)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="14.76" alt="14.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_14.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/15.76.jpg" title="15. Rock with cup-marks and rivulets (Strada Abbazia, Bisceglie). (Palmiotti)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="15.76" alt="15.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_15.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/16.76.jpg" title="16. Anthropomorphic stelae of Strada Abbazia (Bisceglie). H cm.40. (Palmiotti)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="16.76" alt="16.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_16.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/17.76.jpg" title="17. Anthropomorphic stelae of Vicinanze 2 (Giurdignano). H cm. 60. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/18.76.jpg" title="18. Italian eneolithic statue-stelae: a (Aosta) (Mezzena, 1981); b (Vado all´Arancio, Grosseto) (Mezzena, 1981); c-i (Laconi, Oristano) (Atzeni, 1979/80); d (Giurdignano, Lecce) (Leone); e (Mattinata, Foggia) (Leone); f (Bovino, Foggia) (Leone); g-h (Castelluccio di Noto, Siracusa) (Graziosi, 1973)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="18.76" alt="18.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_18.76.jpg" width="100" height="75" />
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Italian dolmenic architecture does not offer a clear picture of the populations which have represented it and it is still difficult accurately define its geographical diffusion within the peninsula and to precisly reconstruct its typological and cultural evolution. It is represented by diverse yet interlinked expressions, and by local cultures unevenly distributed across only five Italian regions: the Aosta Valley (to the north), Lazio and Sardinia (in the centre), Apulia (to the south east) and Sicily (to the south west).</span></p>
<p>There are a number of very different monuments in each of these regions (Fig. 1). Only Sardinia and Apulia have a large concentration of dolmens, the majority of which are without funerary equipment (Atzeni, 1981; Lilliu, 1967; Palumbo, 1956; Malagrinò, 1978). Very few tombs can be found on the sites of San Martin de Corlèans (Aosta), Pian Sultano at San Severa (Rome) and Monte Racello (Comiso) (Mezzena, 1981; Puglisi, 1954; Bernabò-Brea, 1958). The earliest chronological references are those of the Eneolithic period at Aosta and in Sardinia. In Lazio, Apulia, and Sicily, the references date back to the Apenninic and Castelluccio cultures (Bronze Age) (Biancofiore, 1979; Bernabò-Brea, 1958).</p>
<p>The existence of a dolmen type architecture in the south-east of Italy mainly in Apulia is already well known to archaeologists involved in the study of this phenomenon, but it is still little known in terms of its most recent evolutionary and chronological aspects and in the context of a Bronze Age idealogy and culture.</p>
<p>Many authors have regarded the dolmens as though they were peripheral brothers belonging to a large megalithic family which had extended across vast geographical areas.</p>
<p>These dolmens would have marked the route between the most important areas which have still not yet been accurately traced. At the very least, these dolmens would have represented a regional aspect which could be linked to the larger Western and Atlantic megalithism (Bernardini, 1977; Biancofiore, 1962; Joussaume, 1985; Mohen, 1985; Niel, 1972; Renfrew, 1976; Withouse, 1981).</p>
<p>How they came to be there has been discussed without definitively discovering the places of origin of these unknown &#8220;builder&#8221; peoples. However, their dolmens have not always been talked of as an interesting sepulchral expression of the Bronze Age, because up to around ten years ago their datings had been rather uncertain. Finally, today with the widening of research, and the perfecting of the typology of black buchero-like pottery we are beginning to reconsider the findings of old field work thereby gaining a better understanding of this megalithic aspect of the south-east region of Italy.</p>
<p>In the last ten years, funerary equipment which dates the dolmens back to the moment of transition between the Eneolithic and Early Bronze Age are being highlighted. At the same time, typological developments in the funerary structures are being discovered and these help us to understand that the large long-barrows of Bari with their elliptic tumuli are really the earliest monuments in the centre of Apulia. Other signs of worship which are topographically connected with the dolmens are now being acknowledged (an altar, rocks with cupmarks, and anthropomorfic stones) and these are helping us to widen our former knowledge of megalithic Apulia between the Early and Late Bronze Age.</p>
<p><strong>Geographical distribution throughout Apulia.</strong><br />
The dolmens of Apulia are tipologically and geographically divided into two large and distinct areas. Along the Adriatic coast (on average about 5 km from the sea) the largest of long-barrows in the region can be found. These are situated between Trani and Fasano. Nearer to the the Ionian caost lies the vast necropolis of dolmenic tumuli of Masseria del Porto, Gioia del Colle to the south east, and the two dolemens of Statte near Taranto (First List) (Fig. 2).</p>
<p>On the Salento peninsula the most southerly part of the region, in the povince of Lecce, more commonly known as Terra d´Otranto, there is a reasonable number of small dolmens between Melendugno and Racale (Second List) (Fig. 3). These are the most diverse of all the other Apulian and Italian dolmens but are extremly similar to those found in Malta. There are no dolmens to be found between Taranto and Lecce. Although on the Gargano at Vieste, province of Foggia, there was once dolmen of Molinella which has since disappeared.</p>
<p><span>It can said that Bisceglie, Gioia del Colle and Terra d´Otranto represent three megalithic cultural moments each quite distinct from the other which may have been introduced by different peoples.</span></p>
<p>Two topographical characteristics are shared by the Apulia dolmens. The first is that they are found along the coast, on average about 5/6 km from the sea. They are situated on the lower terracings which go down to the coast along an imaginary line running along a large stretch of the Adriatic side (from Vieste to Castro). In origin, perhaps the Ionian side was also much richer but today this is represented only by the dolmens at Racale and Statte.</p>
<p>The most inland are the dolmens of those found at Gioia del Colle and Maglie. The second topographical characteristic of the Apulian dolmens is the fact that the direction of the opening of the monuments is always towards the sea: those of Bisceglie and Fasano face east, those of Gioia del Colle face south and those on the Salento peninsula face in more directions, but always towards the sea. It is as if these monuments wish to recall the importance of the sea as a natural element of transition and life.</p>
<p><strong>The long-barrows found in the area between Trani and Fasano.</strong><br />
Along the central Adriatic coast between Bisceglie, Corato, Giovinazzo and Fasano, it is possible to see six of the largest and most famous dolmens in Apulia which are of the long-barrows type (Figg. 5-6). Today barely their skeleton remains. The original elliptic tumulus which covered them no longer exists, the corridor is barely able to be reconstructed, and the equipment in the tombs have nearly all disappeared.</p>
<p>This geographical area is characterised by an homogeneus megalithic typology in which its dimensions, its location at 5 km from the sea and the opening of the dolmens towards the east, are constant factors. The part housing the tombs is made up of a lower chamber which extends fowards to form a sort of gallery. Generally speaking, the original dimensions were around 10 x 2,20 x 2 meters high and the tumulus must have been between 15 and 18 meteres. The original tumulus we can be found on the dolmens of Albarosa (Bisceglie) and San Silvestro (Giovinazzo). Inside the long-barrows at San Silvestro medioeval pottery has been discovered which perhaps belonged to desecrators from that time. This dolmen has retained six of its nine covering slab, which in itself is unusual if one consider that in the others only one upper slab belonging to the chamber has remained.</p>
<p>Archaeological finds have been made in nearly all the Bari dolmens examples but no one has ever found anything intact that would help to reconstruct these burial rituals. However, a few remains do indicate what the objects were that accompanied the 3depositions. In the dolmen La Chianca where most of the archaeological remains have been found the remains of an amber necklace, clay weights used in weaving, a small bronze disk, vases for ritual meals (perhaps one of the dead had been a woman) have been discovered (Biancofiore, 1979). No weapons have been found either here.</p>
<p>Human bones have been scattered along the whole of the gallery perhaps due to plundering. The discovery of an inhumed body, lying on its right side in the foetal position, in the chamber of La Chianca dolmen has led to the hypothesis that the gallery may have been used as a ossuary. The pottery from the Bari dolmens has been dated back to the Sub-Apenninic period by Biancofiore. However, there is plenty of evidence which helps us to consider the earliest datings which can be deduced by comparing the typology of these dolmens with the datings given to the necropoli at Masseria del Porto (Gioia del Colle).</p>
<p>The typology of the vases is characterised by Apenninic-like forms such as ladles with long handles, rounded twisted points and shaped like axes (Fig. 7, a, e). Two jugs found in the dolmens at La Chianca and Albarosa represent two different chronological moments set between the Apenninic and Sub-Apenninic periods, XVIII-XI centuries B.C. (Fig. 7, b, g).</p>
<p><strong>The tumuli dolmenic at Gioia del Colle</strong><br />
The area of Masseria del Porto to the south-east of Gioia del Colle represent the only necropolis which is rich in chronological evidence (Donvito, 1971; Striccoli, 1989). Here thirty three tumuli which are more or less intact, have been found and inside there are three different types of chambers or cists which were used for burials between the end of the Eneolithic period and the second Iron Age.</p>
<p><span>During the IV and III centuries B.C. ritual ceremonies took place on the tumuli.</span></p>
<p>Only two elleptic tumulus tombs exist and these are also the earliest (Graves: nn. 1 of Masseria della Madonna and Masseria San Benedetto). The others are either circular tumuli with a long-barrow, (Fig. 8), or simple small dolmens or cists (these last were for the burial of individuals and date back to the Iron Age). The first two types contain evidence of Bronze Age equipment and show clear signs of having been re-used (after the removal of the previous bodies, between XI and VI centuries B.C.). The dimensions of the elliptic tumulus tomb are a little smaller than those of the dolmens found in the Adriatic area. Generally speaking the other tumuli were between 10 and 8 meters, with chambers 5 by 3 meters long and 1,5 meters wide. The cists are 2 x 1 meters. They always lie north-south with the opening to the south towards the Ionian sea.</p>
<p>The two dolmens of Statte, which today are out their tumulus and lie abandoned, display the same typology of the gallery tomb (Statte Wood) and the small dolmen (Statte Valley) which is present at Masseria del Porto. It has bee ascertained that the opening of one of these tombs faces west. What is also interesting is that it is situated along the edge of a large valley. The tombs af Masseria del Porto are also generally found in elevated positions on rocky spurs that overlook the valley.</p>
<p><strong>The distribution of monuments across the Salento</strong><br />
Where Apulia becomes a peninsula surronded by the Ionian and Adriatic seas in the Salento region, there are thirteen small dolmens scattered across a vast geographical area enclosed by the municipalities of Melendugno to the north, Maglie at the centre, Otranto to the east, Cocumola and Racale to the south-west. The largest concentration is in the Adriatic area between Lecce and Castro. The area of Giurdignano holds the largest number of dolmens in the Salento with nerly eight examples, four of which can still be seen today (second list). In fact, at least thiry have been found over the last hundred years however around half of those have been wiped out (Palumbo, 1955; Malagrinò, 1978; Corsini, 1986). Megalithic Salento (or perhaps it could be more accurately described as mediolithic Salento) could be set into a framework of four cultural district: Melendugno, Maglie, Giurdignano and Racale.</p>
<p><strong>These district are distinguished by their typology and characteristic distribution.</strong><br />
Today these dolmens are represented by a small room which is variable and irregular in shape, generally subcircular an subquadrangular, covered by a capstone resting on five or seven small pilars which are between 0,70m and 1,30m high. There is virtually no trace of the corridor or tumulus, the floor is made of natural rock and the opening is along the longest side and, in the majority of cases, facing the sea (however this is not visible), (Figg. 9-10-11). In terms of length and planimetry their dimensions vary. The dolmens of Scusi, Chianca, Chiancuse, Grassi, Stabile, Monteculumbu, Campina and Torre Ospina are among the largest of the dolmens (maximum 4m). When viewed as a whole the dolmens of Salento can be set in the context of a unitarian production but are not of an homogeneous typology.</p>
<p>A particular characteristic of the dolmens of the Melendugno area at Giurdignano, which also can be compared with the Maltese dolmens, is the presence of cupmarks or a hole on the capstone. On the dolmen Scusi there are cupmarks and a 20cm groove which seems to form an anthropomorphic face (Fig. 12). There is a cupmark about 15m. wide and 20 cm. deep on the Placa dolmen of Melendugno. The dolmens Stabile and Sferracavalli have a long groove which runs along the perimeter edge before reaching a large concave groove. The groove or cupmarks is not at the exact centre of the upper capstone, which is always slightly tilted to one side. This factor leads us to think that the table, the tomb and the altar used for offerings and rituals served a dual purpose.</p>
<p>Due to the lack of tumulus and soil beneath the chambers of these small dolmenic tables we do not know what their original form was not what they were used for. By comparing them with their Maltese twins we can deduce that they housed a funerary urn which has since disappeared (Evans, 1956). In the surrounding areas finds have been made above ground.</p>
<p><span>The most recent archaeological references come to us from the remains of these settlements. One is in Adigrat Street, in the centre of Maglie (discovered during the restoration of a house) and at two other sites in the countryside to the south of Maglie towards Scorrano (Drago, 1954/55; Corsini, 1986) One of these is situated 100m from the dolmen La Chianca. The archaeological finds of burnt bones, small grindstones, flint instruments and pottery belonging to the Proto-Apenninic cultures, have been made.</span></p>
<p><strong>Other expressions of worship near the dolmens</strong><br />
Topographically close to the dolmens in the Salento and in the Bari region exist other archaeological expressions of a cultual type. Not far from the dolmens rise the menhirs in the form of square columns 3m high whose date remains a mystery because structurally they do not seem related to the dolmens (Ruta, 1986). Most of them have been moved to contemporary places of worship (Fig. 13). The same type of columns can also be found in Malta.</p>
<p>In a place called Strada Abazia in Bisceglie not far from the dolmens of La Chianca, Frisari and Albarosa, I togeter with other collaborators have discovered a megalithic altar attached planimetrically to two rocks covered with cupmarks and rivulets (Figg. 14-15). Near to the rocks is an anthropomorphic stone similar to another recently discovered at Giurdignano (Lecce), by professor Anati and me, which is one of the richest of the meagalithic sites (Fig.16-17). At Strada Abazia Eneolithic and Early Bronze Age pottery has been recovered.</p>
<p>The anthropomorphic stone of the Salento can be found at Vicinanze 2, a few hundred meters from the dolmens of Stabile and Grassi. This stone (statue-stelae) has been inserted into a small wall near to a country crossroads and is easily visible. In front of it to the left is a menhir. On the land behind lies subterranean tomb which can be dated back to between the VI-III centuries B.C.. We are still uncertain about the dates of the two anthropomorfhic stones of Vicinanze and Abazia and up till now they are the only ones to have been found near the dolmens (Leone, 1997).</p>
<p>Other Eneolithic statue-stelae have been found in the north of Apulia at Sterparo (Castelluccio dei Sauri-Bovino) and at Tor di Lupo (Mattinata) in the province of Foggia (fig. 18, e, f) (Nava, 1988; Tunzi-Sisto, 1989). These have been dated back to the second half of the III° mill. B.C. based on the daggers incisions. In the province of Foggia no outstanding megalithic signs remain today. However, recently, a faint presence of true subogival menhirs (at Accadia and S. Agata, near to Bovino) which, having survived the disappearance of the Molinella dolmen (Vieste), indicate traces of a local megalithism which has now virtually disappeared (Tunzi-Sisto, 1992).</p>
<p>I believe it is also important to consider another topographical coincidence which is that of the relative proximity of areas to anthropomorphic stelae to areas with dolmens and megalithis in Italy. Stelae, which are more or less contemporary with the dolmens, can be found in each of the five region. At Aosta there is an important sacred area dedicated to worship, with dolmenic graves connected with stelae alignments. There is one stelae located between Vado all´Arancio (Grosseto). Monteracello is near to the necropoli of Castelluccio di Noto, where two stones with stylised anthropomorphic figures originate and these served as doors to the tombs. Stelae and dolmens can be found oround Laconi, in Sardinia (fig. 18). In Malta there are also monuments which show stone evidence with anthropomorphic motifs, like stelae (Mezzena, 1981; Atzeni, 1979/80; Graziosi, 1973; Landau, 1977; Gimbutas, 1989).</p>
<p>Apulia is the millennial bridge which always had to be crossed by peoples who were cultural witnesses of its important commercial and migratory traffic. During the Bronze Age had different funerary architectures with artificial small caves cut into the rock and important subterranean tombs some of which are still being discovered. These different customs reveal expansionistic and commercial movements, waves of merchant warriors, metal seekers all of whom, since the Eneolithic period, have continued to move through and stop along the wole peninsula.</p>
<p>The places where dolmens are to be found, could today represent those faint evidence of important geographical junctions for commercial traffic between the III° and II° mill.</p>
<p><span>B.C.. Infact there are also places where the sea must have played a relevant role when we consider where these dolmens were situated; it is still not possible to say axactly in wath direction these movements went but certainly they did not move in one direction only. There are elements which support the hypotesis that there was a confluence of two or perhaps more megalithic routes. It is most probable that one of these originated in Malta.</span></p>
<p>It is likely that an important wave moved from the north west across central Italy. But other groups must have arrived via the Ionian and Adriatic seas. Both Dalmatia and the Maltese archipelago are easily accessible from Apulia. Furthermore, the Maltese dolmens would have been the earliest of those in Salento dating back to between 2400 and 1500 B.C. (Tarxien Cemetery period). In conclusion, more megalithic cultural routes have touched the south-east of Italy which, due to its geographical formation, would have bolcked them and allowed them to mature there for more than a thousand years.</p>
<p><strong>First List</strong><br />
Dolmen   MOLINELLA (Prov.  Foggia: Vieste) = destroyed</p>
<p>“         SANTERAMO (Prov. Bari: Trani) = destroyed</p>
<p>“        FRISARI          (Prov.  Bari: Bisceglie)</p>
<p>“        ALBAROSA     (Prov. Bari: Bisceglie)</p>
<p>“        LA CHIANCA (Prov. Bari: Bisceglie)</p>
<p>“        GIANO                (Prov. Bari: Bisceglie) = destroyed</p>
<p>“        COLONNELLE – PALADINI (Prov. Bari: Corato)</p>
<p>“         SAN SILVESTRO  (Prov. Bari: Giovinazzo)</p>
<p>Necropoli di  MASSERIA DEL PORTO (Prov. Bari: Gioia del Colle</p>
<p>- Murgia S. Francesco     Graves I/III e VI</p>
<p>- Murgia Giovinazzi Graves I/V</p>
<p>- Murgia S. Benedetto     Graves I/VIII</p>
<p>-  Masseria della Madonna  Graves I/V</p>
<p>- Masseria S. Benedetto     Graves I/II</p>
<p>Dolmen    LEUCASPIDE &#8211; S.GIOVANNI  (Prov. Taranto: Statte Bosco)</p>
<p>Dolmen    ACCETTULLA                           (Prov. Taranto: Statte Valle)</p>
<p>Dolmen   CISTERNINO – MONTALBANO (Prov. Brindisi: Fasano)</p>
<p><strong>Second List  (Province of Lecce)</strong></p>
<p>Dolmen      PLACA                     (District   Melendugno)</p>
<p>“            GURGULANTE         (   “        Melendugno)</p>
<p>“            COLARESTA            (    “        Melendugno) = destroyed</p>
<p>“             POZZELLE              (     “      Zollino)</p>
<p>“            MASS. BARROTTA   (    “    Corigliano)</p>
<p>“             SPECCHIA                  (    “      Melpignano)</p>
<p>“             CHIANCA                   (     “      Maglie)    = destroyed</p>
<p>“             CANALI                       (     “     Maglie)     = destroyed</p>
<p>“             MUNTURRUNE           (     “    Maglie)</p>
<p>“             GROTTA                      (      “    Maglie)</p>
<p>“              PINO                             (      “  Maglie)</p>
<p>“             CARAMAULI I            (      “   Maglie)</p>
<p>“             CARAMAULI II          (      “  Maglie)</p>
<p>“         STABILE &#8211; QUATTROMACINE    (   “    Giurdignano)</p>
<p>“        SFERRACAVALLI                          (   “    Giurdignano)  = destroyed</p>
<p>“        GRASSI                                           (   “    Giurdignano)</p>
<p>“       CAUDA                                          (   “     Giurdignano)    = destroyed</p>
<p>“       CHIANCUSE                                 (   “    Giurdignano)   = destroyed</p>
<p>“       PESCHIO                                       (   “    Giurdignano)</p>
<p>“      ORFINE                                          (   “    Giurdignano)</p>
<p>“       GRAVASCE                                    (   “   Giurdignano)    = destroyed</p>
<p>“        ORE                                                (   “  Giuggianello)</p>
<p>“        BELLISCHI                                    (    “   Sanarica)</p>
<p>“        SCUSI                                            (   “     Minervino)</p>
<p>“        COCUMOLA &#8211; MONTECULUMBU  (   “    Cocumola)   = destroyed</p>
<p>“       CAMPINE                                            (    “    Vaste)       =   destroyed</p>
<p>“        SGARRA I                                           (   “     di Castro)      = destroyed</p>
<p>“        SGARRA II                                          (   “     di Castro)      = destroyed</p>
<p>“         TORRE OSPINA                                 (   “    di Racale)</p>
<p><strong>REFERENCES</strong></p>
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<p>Maria Laura Leone</p>
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		<title>MEGALITISMO DOLMENICO DEL SUD-EST ITALIA NELL´ETA´ DEL BRONZO</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 16:22:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Puglia è un millenario ponte attraverso il quale si sono avvicendati traffici commerciali, passaggi migratori, attardato culture religiose e costumi funerari. E’ fra le poche regioni italiane ad avere un numero consistente di dolmen e manifestazioni antropomorfe su pietra, inerenti l’Età del Bronzo. Questo periodo, infatti è stato significativamente toccato da queste espressioni ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>La Puglia è un millenario ponte attraverso il quale si sono avvicendati traffici commerciali, passaggi migratori, attardato culture religiose e costumi funerari. E’ fra le poche regioni italiane ad avere un numero consistente di dolmen e manifestazioni antropomorfe su pietra, inerenti l’Età del Bronzo. Questo periodo, infatti è stato significativamente toccato da queste espressioni ma le vecchie precisazioni cronologiche vanno aggiornate.</em></span></p>
<p><span> <em>(Già apparso in:<br />
Communication in Bronze Age Europe. The Museum of National Antiquities Studies 9, Stockolm 1999.<br />
Atti del Simposio Communication in Bronze Age Europe   a Marcus Wallenberg Symposium.<br />
Svoltosi il 7-10 Settembre del 1995 a Tanum, Bohuslän (Svezia)<br />
<span id="more-60"></span></em></span></p>
<p><span>
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/1._76.jpg" title="1. Maps of Italy. Dots= megalithic sites. Triangles= Statue-stelae sites. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/2-376.jpg" title="2-3 Map of survey area with locations megalithic sites in Apulia (Areas underlined = with dolmens. Areas no underlined = with menhirs). (Malagrinò, 1978) " class="shutterset_set_10" >
								<img title="2-376" alt="2-376" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_2-376.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/4._76.jpg" title="4. Adriatic coast near Castro (Lecce)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="4._76" alt="4._76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_4._76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/5._76.jpg" title="5. Cisternino dolmen (Fasano, Brindisi). Capstone m. 2x3; H m.1,70. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="5._76" alt="5._76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_5._76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/6._76.jpg" title="6. La Chianca dolmen (Bisceglie, Bari). Capstone m. 2,40x3,80; Barrow m. 7,50; H m. 1,80. (Leone) " class="shutterset_set_10" >
								<img title="6._76" alt="6._76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_6._76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/7._76.JPG" title="7. a, b, c, d, e, f, h. Tipical vessels of Subappenninc Culture, XIII-XI, B.C. From La Chianca dolmen, Bisceglie (BARI). g. Jug of Appenninc Culture, XVI-XIII, B.C. From Albarosa dolmen, Bisceglie (Bari). (Biancofiore, 1979) " class="shutterset_set_10" >
								<img title="7._76" alt="7._76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_7._76.JPG" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/8._76.JPG" title="8. Plant and sections of the grave n. 2. Long-barrows in circulars tumulus. Murgia San Francesco, Masseria del Porto, Gioia del Colle (Bari). Tumulus m. 9,50. (Striccoli, 1989)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="8._76" alt="8._76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_8._76.JPG" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/9._76.jpg" title="9. The dolmen Placa (Melendugno, Lecce). Capstone m. 2,05x1,60; H m.1. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="9._76" alt="9._76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_9._76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/10.76.jpg" title="10. The dolmen Stabile (Giurdignano, Lecce). Capstone m. 2,60x1,80; H m. 0,90. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="10.76" alt="10.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_10.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/11.76.jpg" title="11. The dolmen Scusi (Minervino, Lecce). Capstone m. 3,80x2,50; H m. 1,45. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="11.76" alt="11.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_11.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/12.76.jpg" title="12. Capstone of the dolmen Scusi (Minervino, Lecce). (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="12.76" alt="12.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_12.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/13.76.jpg" title="13. Menhir H m. 2,80 (Castrì, Lecce). (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="13.76" alt="13.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_13.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/14.76.jpg" title="14. Megalithic altar of Strada Abbazia (Bisceglie). (Palmiotti)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="14.76" alt="14.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_14.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/15.76.jpg" title="15. Rock with cup-marks and rivulets (Strada Abbazia, Bisceglie). (Palmiotti)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="15.76" alt="15.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_15.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/16.76.jpg" title="16. Anthropomorphic stelae of Strada Abbazia (Bisceglie). H cm.40. (Palmiotti)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="16.76" alt="16.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_16.76.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/17.76.jpg" title="17. Anthropomorphic stelae of Vicinanze 2 (Giurdignano). H cm. 60. (Leone)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="17.76" alt="17.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_17.76.jpg" width="100" height="75" />
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		<div class="ngg-gallery-thumbnail" >
			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/18.76.jpg" title="18. Italian eneolithic statue-stelae: a (Aosta) (Mezzena, 1981); b (Vado all´Arancio, Grosseto) (Mezzena, 1981); c-i (Laconi, Oristano) (Atzeni, 1979/80); d (Giurdignano, Lecce) (Leone); e (Mattinata, Foggia) (Leone); f (Bovino, Foggia) (Leone); g-h (Castelluccio di Noto, Siracusa) (Graziosi, 1973)" class="shutterset_set_10" >
								<img title="18.76" alt="18.76" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/megalitismo-dolmenico/thumbs/thumbs_18.76.jpg" width="100" height="75" />
							</a>
		</div>
	</div>
	
		
 	 	
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L´esistenza di un´architettura di tipo dolmenico nel sud-est d´Italia, e quindi in Puglia, è nota da tempo agli studiosi del fenomeno. Sono, però, ancora poco noti alcuni dati sulla cronologia e sui nuovi ritrovamenti, specie quelli relazionati all’età del Bronzo. Più autori hanno trattato dei dolmen pugliesi come i fratelli periferici di una grande famiglia megalitica estesa su vaste porzioni geografiche, considerandoli esempi locali del grande megalitismo atlantico occidentale (Bernardini, 1977; Biancofiore, 1962; Joussaume, 1985; Mohen, 1985; Niel, 1972; Renfrew, 1976; Withouse, 1981). Si è parlato molto anche delle possibili rotte d’espansione, senza mai identificarle con esattezza.</span></p>
<p>Il megalitismo italiano, in genere, non ha ancora rivelato un quadro esauriente della civiltà che lo avrebbe rappresentato, della diffusione, dell’evoluzione strutturale e culturale. E’ distribuito a macchia in cinque regioni: Val d´Aosta, Lazio e Sardegna, Puglia e Sicilia (fig. 1 ), all’interno delle quali sono estremamente variabili sia l’intensità delle presenze che l’uniformità tipologica. Soltanto in Sardegna e in Puglia è sopravvissuta una larga concentrazione di dolmen, la maggiorparte dei quali, però, è pervenuta senza resti databili (Atzeni, 1981; Lilliu, 1967; Palumbo, 1956; Malagrinò, 1978). I riferimenti cronologici più antichi sono dell´ Eneolitico per Val d’Aosta e Sardegna, mentre Lazio, Puglia e Sicilia, occupano i periodi dell´Età del Bronzo con culture Appenninica e di Castelluccio, (Biancofiore, 1979; Bernabò-Brea, 1958).</p>
<p>Per via delle incerte datazioni ricavate in passato, i dolmen pugliesi non sono mai stati trattati come un’espressione sepolcrale propria dell´età del Bronzo ma oggi grazie all´avanzare delle ricerche, la scoperta di nuove necropoli dolmeniche ed il perfezionamento delle tipologie delle ceramiche scure o nere buccheroidi, si va riconsiderando i reperti dei vecchi scavi e ridefinendo il megalitismo locale. Negli ultimi dieci anni sono stati individuati dei corredi funerari che retrocedono le datazioni alla fase di passsaggio tra Età del Rame e prima Età del Bronzo. Ugualmente, sono avanzati gli studi sulla tipologia strutturale dei grandi dolmen a galleria di Bari risultando i più antichi monumenti pugliesi. Oltre a tutto ciò si stanno ridefinendo, come parte del fenomeno in oggetto, quelle espressioni cultuali che hanno qualche attinenza topografica con i dolmen pur di periodi diversi: altari, pietre fitte, rocce con coppelle, stele antropomorfe.</p>
<p><strong>Distribuzione geografica</strong><br />
I dolmen della Puglia, tutt’ora visibili, occupano tre grandi aree geografiche tra la provincia di Bari, di Taranto e Lecce (Salento) (fig. 2 ), mentre in provincia di Foggia, a Vieste, si segnalava il Dolmen di Mulinello, poi scomparso. Sul versante adriatico tra Trani e Fasano ci sono i grandi dolmen a galleria, situati a circa 5 Km dal mare. Verso la costa ionica c’è la necropoli dei tumuli dolmenici di Masseria del Porto (a sud-est di Gioia del Colle) e i due dolmen di Statte (Taranto) (lista n.1). Nella penisola del Salento c´è una discreta quantità di piccoli dolmen tra Melendugno e Racale (fig. 3)(lista n. 2).</p>
<p>Si può dire che i territori di Bari, Gioia del Colle e Lecce rappresentino tre fasi megalitiche ben distinte ma caratterizzate da due costanti, la collocazione dei monumenti nei pressi della costa e l´orientamento dell´apertura sempre rivolta al mare. Ad Est per quelli ubicati tra Bisceglie a Fasano, a Sud per quelli di Masseria di Gioia del Colle, in più direzioni ma sempre verso i due mari per quelli salentini (fig. 4).</p>
<p><strong>I dolmen a galleria  tra  Trani e Fasano</strong><br />
Lungo il versante adriatico centrale, tra Bisceglie, Corato, Giovinazzo e Fasano-Cisternino, è possibile vedere sei dei dolmen più grandi e conosciuti della Puglia, quelli del tipo long barrows o a galleria (figg.5,6). Oggi sono meno che uno scheletro, manca l´originario tumulo ellittico che li ricopriva, il corridoio è appena ricostruibile mentre i corredi e le sepolture sono quasi del tutto scomparsi. Non sono mai state trovate armi.</p>
<p><span>Siamo in un’area geografica caratterizzata da una tipologia megalitica omogenea che ha come costanti, dimensioni ed apertura verso Est. Il luogo per le sepolture era la camera di fondo, prolungata in avanti in modo da costituire una sorta di galleria.</span></p>
<p>In linea generale le dimensioni si aggiravano intorno ai m. 10&#215;2,20, con un’altezza di circa m. 2 ed il tumulo tra m. 15 e 18. E’ possibile avere un’idea del tumulo grazie al dolmen di Albarosa (Bisceglie), sopravvissuto in due tronconi separati, e a quello di San Silvestro (Giovinazzo), del quale si sono conservate anche sei delle nove lastre di copertura.</p>
<p>I ritrovamenti archeologici sono emersi in quasi tutti gli esemplari baresi ma così rari che non è possibile ricostruire puntualmente il rituale di sepoltura. Gli oggetti che accompagnavano le deposizioni del dolmen La Chianca (il più ricco di ritrovamenti) si riferiscono a qualche vago di collana in ambra, dei pesi per tessere, un piccolo disco di bronzo ed alcuni vasi rituali. (Biancofiore, 1979). Qui le ossa umane, tra cui quelle di una donna, erano distribuite disordinatamente lungo la galleria, come se fossero state sparpagliate, il ritrovamento di un inumato disteso sul fianco destro, in posizione fetale nella camera del dolmen, ha fatto ipotizzare una funzione di ossuario per la galleria.</p>
<p>Biancofiore inquadrò la ceramica dei dolmen baresi nell´ambito del Subappenninico, tuttavia la tipologia strutturale richiama datazioni più antiche con vasi dalle caratteristiche forme Appenniniche: attingitoi con alta ansa ad apici revoluti e a forma di ascia (fig.7 ). Due brocche recuperate nel dolmen La Chianca e Albarosa, rappresenterebberoo due diversi momenti cronologici tra Appenninico e Subappenninico, XVIII- XII sec. a.C. (figg.7 b,g) (Biancofiore, 1979).</p>
<p><strong>I  sepolcri a tumulo dolmenico di Gioia del Colle</strong><br />
L ‘area di Masseria del Porto, a sud-est di Gioia del Colle, è stata individuata da Francesco Preolorenzo, un instancabile esploratore di Bisceglie al quale si deve il merito di aver seganalato molte zone archeologiche di rilievo. Qui gli scavi hanno evidenziato l´unica grande necropoli con precisi elementi di datazione (Donvito, 1971; Striccoli, 1989). Sono stati individuati trentatre tumuli, più o meno intatti, caratterizzati da tre diversi tipi di camere o ciste sepolcrali datate tra la fine dell´Età del Rame e la seconda Età del Ferro (fino a giungere a IV-III sec. a.C. quando i tumuli furono oggetto di qualche rituale in superficie).</p>
<p>I due unici sepolcri a tumulo ellittico sono le tombe più antiche (Tombe n.1 di Masseria della Madonna e Masseria S. Benedetto). Le altre tombe sono a tumulo circolare con all’interno: dolmen a corridoio (fig.8 ), dolmen semplice a camera, piccola cista domenica. In quest’ultimo tipo i resti si riferiscono all´Eà del Ferro, mentre negli altri due tipi sono emerse tracce di corredi dell´Età del Bronzo e riutilizzi di VII e VI sec. a. C. Il riutilizzo avveniva sempre dopo aver tolto la deposizione precedente. Le dimensioni delle tombe a tumulo ellittico sono poco più piccole dei dolmen dell´area adriatica, generalmente gli altri tumuli sono tra m. 10 e m. 8, con camere lunghe dai m. 5 a m. 3, larghe m. 1,50. Le piccole ciste sono m. 2&#215;1. L’orientamento è sempre nord-sud, con apertura a sud, verso il mare Ionio.</p>
<p>I due dolmen di Statte, oggi senza tumulo ed in uno stato di abbandono totale, ripetono la tipologia della tomba a galleria (Statte Bosco), e della cista dolmenica (Statte Valle). Per uno dei due si è accertata l´apertura verso ovest ed una collocazione quasi sul bordo di una grande vallata. Anche i sepolcri di Masseria del Porto hanno una collocazione significativa su speroni rocciosi che guardano a valle.</p>
<p><strong>I dolmen del Salento</strong><br />
Nel Salento, dove la Puglia diventa una penisola circondata dai due mari, Ionio e Adriatico, vi sono tredici piccoli dolmen distribuiti nei quattro distretti principali di Melendugno, Maglie, Giurdignano e Racale, con massima concentrazione tra Lecce e Castro. Negli ultimi cento anni se ne erano scoperti una trentina ma oltre la metà è andata decimata per incuria e per dissossamento dei terreni agricoli (Palumbo, 1955; Malagrinò, 1978; Corsini, 1986); il territorio di Giurdignano originariamente con ben otto esemplari, ne ha conservati solo quattro (elenco n. 2).</p>
<p>Nell´insieme sono inquadrabili in una tipologia unitaria con differenze minime. <span>Si presentano come una piccola camera a pianta irregolare, generalmente subcircolare e subquadrangolare, con lastra di copertura grezza appoggiata su cinque o sette piccoli pilastri alti tra m. 0,70 e m. 1, 30. Manca qualsiasi traccia di corridoio o tumulo, il pavimento è sovente costituito dalla stessa roccia naturale e l´apertura è sul lato lungo, nella maggiorparte dei casi rivolta al mare (figg. 9, 10, 11).</span></p>
<p>Dimensioni e planimetria sono molto variabili, tra i dolmen più grandi (max m. 4) si includono i dolmen: Scusi, Chianca, Chiancuse, Grassi, Stabile, Monteculumbu, Campina, di Torre Ospina. Una particolarità dei dolmen delle aree di Melendugno e Giurdignano, ma che si rivela anche uno dei termini di analogia con i dolmen maltesi (Evans, 1956), è la presenza di una coppella o di un buco sulla lastra di copertura. Sul dolmen Scusi due coppelle ed un foro, del diamentro di 20 cm., sembrano comporre una faccia antropomorfa (fig.12). Sul dolmen Placa di Melendugno c´è una coppella di circa 15 cm. di diametro e 20 cm. di profondità. Sui dolmen Stabile e Sferracavalli è incisa una canaletta che corre lungo il bordo perimetrale fino a giungere in un incavo perpenticolare. Il foro o la coppella non sono perfettamente al centro della lastra superiore ma questa è quasi sempre inclinata su un lato, come se servisse a facilitare il percolamento di un liquido.</p>
<p>Per la mancanza del tumulo non possiamo ricostruire la forma originaria della struttura e, allo stesso modo, per carenza di contesto non possiamo precisarne la funzione ma, in analogia con i dolmen maltesi, è possibile che ospitassero un´urna funeraria. Dalle aree circostanti provengono alcuni ritrovamenti di superficie. Ossa bruciate, piccole macine, strumenti in selce e ceramica Protoappenninca e Subappennica, sono i resti di tre insediamenti di villaggio: uno in Via Adigrat dentro Maglie (scoperto durante i lavori di restauro di una casa) ed altri due nelle campagne a sud di Maglie, verso Scorrano (Drago, 1954/55; Corsini, 1986). Uno di questi è situato a cento metri dal dolmen Chianca.</p>
<p><strong>Altre espressioni di culto, vicino ai dolmen</strong><br />
Topograficamente vicino ad alcuni dolmen del Salento e del barese, sono state identificate delle espressioni dal probabile carattere cultuale. In alcuni casi si tratta di colonne squadrate, impropriamente chiamate menhir, alte fino a m. 3, la cui datazione è un grattacapo (Ruta, 1986). Infatti, non presentano alcuna indicazione culturale tranne i segni di un’intensa cristianizzazione operata con l’incisione di croci e crocette e la stessa ricollocazione presso edicole votive e chiese (fig.13). Strutturalmente non sembrano imparentati ai dolmen ma colonne dello stesso tipo sono presenti anche a Malta.</p>
<p>Sempre Francesco Prelorenzo, nel 1994, mi ha segnalato un sito inedito a Bisceglie, in località Strada Abbazia, non lontano dai dolmen La Chianca, Frisari e Albarosa, dove una sorta di ara megalitica era connessa a due rocce ricoperte di coppelle e rivoletti (fig. 14, 15) (Leone, 1997). I reperti di superficie sembrano riferirsi all’ Eneolitico e al Bronzo Antico. Nello stesso terreno ho individuato una pietra antropomorfa straordinariamente simile ad un´altra trovata nel 1992 a Giurdigano nel Salento, in località Vicinanze 2 (figg.16, 17). Questa è distante qualche centinaio di metri dai dolmen Stabile, Grassi e Chiancuse ed è inserita in un muretto a secco che costeggia un crocicchio, davanti ha una colonna- menhir e dietro un ipogeo d’età messapica (VI e III se. a.C.).</p>
<p>Le due pietre di Vicinanze ed Abbazia sono, finora, le sole ad essere nel comprensorio di territori dolmenici, al contrario delle altre statue-stele della regione (figg. 18 e,f) le quali provengono da ristrette aree oggi agricole di antica destinazione sacra: Salapia, Arpi, Sterparo di Castelluccio dei Sauri, Cavallino e Monte Saraceno (Nava, 1988; Tunzi, 1979a).</p>
<p>La relazione tra megaliti e pietre antropomorfe non è casuale. E’ ben noto il caso di S. Martin de Corleans di Aosta dove la compresenza tra stele antropomorfe e megaliti dolmenici è molto significativa. L’area di Laconi in Sardegna comprende stele e dolmen. Non ultime le due pietre-portello della necropoli di Castelluccio di Noto, decorate con figure antropomorfe stilizzate, non sono lontane da Monteracello (figg.18).</p>
<p>Come già accennato nella provincia di Foggia non si incontrano grandi espressioni megalitiche, tuttavia esistono menhir sub-ogivali ad Accadia e a S. <span>Agata, comuni del sub-appennino daunio non lontani da Castelluccio dei Sauri (Tunzi, 1992). E’ possibile che quest’area sia stata toccata da un megalitismo oggi scomparso, magari anche contemporaneo delle stele eneolitiche di Sterparo.</span></p>
<p>I popoli portatori delle statue-stele e dei dolmen percorressero rotte parallele nell’occidente europeo e la Puglia fu testimone dei questi traffici in questo punto di passaggio tra occidente ed oriente. Vi sono elementi per ipotizzare la confluenza pugliese di almeno due ondate megalitiche, una che interagiva con il Salento e i piccoli dolmen, l’altra con il Barese e i grandi dolmen a galleria.</p>
<p>La prima collegata a Sud/Ovest con l’area di influenza delle culture maltesi. I dolmen maltesi si datano fra 2400- 1500 a. C. (Tarxien Cemetery Culture) e Malta dista dal Capo di Leuca solo 540 Km. percorribili costa-costa tra Sicilia e Calabria. L’altra collegata con il Nord/Ovest e quindi con le zone di influenza del megalitismo sardo e d’oltralpe. In tale contesto i territori odierni occupati dai dolmen potrebbero rappresentare decisivi snodi migratori tra III e II mill. a.C., e quindi le sedi di una consuetudine sepolcrale attardata rispetto ai luoghi di provenienza.</p>
<p><strong>Elenco dei grandi dolmen con galleria e tumulo </strong><br />
Dolmen   MOLINELLA (Provincia di Foggia: Vieste) = scomparso</p>
<p>“         SANTERAMO (Provincia di Bari: Trani) = scomparso</p>
<p>“        FRISARI          (Provincia di Bari: Bisceglie)</p>
<p>“        ALBAROSA     (Provincia di Bari: Bisceglie)</p>
<p>“        LA CHIANCA (Provincia di Bari: Bisceglie)</p>
<p>“        GIANO                (Provincia di Bari: Bisceglie) = scomparso</p>
<p>“        COLONNELLE – PALADINI (Provincia di Bari: Corato)</p>
<p>“         SAN SILVESTRO  (Provincia di Bari: Giovinazzo)</p>
<p>Necropoli di  MASSERIA DEL PORTO (Provincia di Bari: Gioia del Colle</p>
<p>- Murgia S. Francesco     Tombe I/III e VI</p>
<p>- Murgia Giovinazzi        Tombe   I/V</p>
<p>- Murgia S. Benedetto     Tombe I/VIII</p>
<p>- Masseria della Madonna  Tombe I/V</p>
<p>- Masseria S. Benedetto     Tombe I/II</p>
<p>Dolmen    LEUCASPIDE &#8211; S.GIOVANNI  (Provincia di Taranto: Statte Bosco)</p>
<p>Dolmen    ACCETTULLA (Provincia di Taranto: Statte Valle)</p>
<p>Dolmen   CISTERNINO – MONTALBANO (Provincia di Brindisi: Fasano)</p>
<p><strong>Elenco dei piccoli dolmen del Salento (tutti in Provincia di Lecce)</strong></p>
<p>Dolmen      PLACA                     (Comune di  Melendugno)</p>
<p>“            GURGULANTE         (   “         di Melendugno)</p>
<p>“            COLARESTA            (    “        di  Melendugno) = scomparso</p>
<p>“             POZZELLE              (     “       di  Zollino)</p>
<p>“            MASS. BARROTTA   (    “      di Corigliano)</p>
<p>“             SPECCHIA                  (    “      di Melpignano)</p>
<p>“             CHIANCA                   (     “      di  Maglie)    = scomparso</p>
<p>“             CANALI                       (     “     di  Maglie)     = scomparso</p>
<p>“             MUNTURRUNE           (     “     di  Maglie)</p>
<p>“             GROTTA                      (      “     di  Maglie)</p>
<p>“              PINO                             (      “     di  Maglie)</p>
<p>“             CARAMAULI I            (      “     di  Maglie)</p>
<p>“             CARAMAULI II          (      “     di  Maglie)</p>
<p>“         STABILE &#8211; QUATTROMACINE    (   “     di Giurdignano)</p>
<p>“        SFERRACAVALLI                          (   “     di Giurdignano)  = scomparso</p>
<p>“        GRASSI                                           (   “     di Giurdignano)</p>
<p>“       CAUDA                                          (   “     di Giurdignano)    = scomparso</p>
<p>“       CHIANCUSE                                 (   “     di Giurdignano)   = scomparso</p>
<p>“       PESCHIO                                       (   “     di Giurdignano)</p>
<p>“      ORFINE                                          (   “     di Giurdignano)</p>
<p>“       GRAVASCE                                    (   “     di Giurdignano)    = scomparso</p>
<p>“        ORE                                                (   “     di Giuggianello)</p>
<p>“        BELLISCHI                                    (    “     di Sanarica)</p>
<p>“        SCUSI                                            (   “        di  Minervino)</p>
<p>“        COCUMOLA &#8211; MONTECULUMBU  (   “   di Cocumola)   = scomparso</p>
<p>“       CAMPINE                                            (    “    di Vaste)       = scomparso</p>
<p>“        SGARRA I                                           (   “     di Castro)      = scomparso</p>
<p>“        SGARRA II                                          (   “     di Castro)      = scomparso</p>
<p>“         TORRE OSPINA                                 (   “    di Racale)</p>
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<p>Maria Laura Leone</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%" align="center">
<tbody>
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		<title>SPIRITUALITA’ FUNERARIA PALEOLITICA. La Puglia e le sue espressioni</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 22:39:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleolithic]]></category>

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		<description><![CDATA[Premessa Trattando della spiritualità funeraria inevitabilmente si percepisce il senso dell’aldilà, il mondo più lontano che l’essere umano abbia mai tentato di elaborare. Nelle varie risposte date al post morte c&#8217;è il filo conduttore delle ideologie funerarie di ogni tempo e luogo, sempre legate al desiderio di permanenza, continuità, conservazione del corpo e dell’anima. L’inumazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Premessa</strong><br />
<em>Trattando della spiritualità funeraria inevitabilmente si percepisce il senso dell’aldilà, il mondo più lontano che l’essere umano abbia mai tentato di elaborare. Nelle varie risposte date al post morte c&#8217;è il filo conduttore delle ideologie funerarie di ogni tempo e luogo, sempre legate al desiderio di permanenza, continuità, conservazione del corpo e dell’anima. L’inumazione ne è il segno più tangibile e antico. Dalle scoperte archeologiche risulta che tali preoccupazioni risalgono già al Paleolitico medio (per quanto ne sappiamo oggi) ma qui vengono esaminate le sepolture del Paleolitico superiore e, più dettagliatamente, quelle scoperte in Puglia. Queste ultime sono simili alle altre ma presentano anche una gamma di particolarità di interesse paletnologico e in particolare un feto gravettiano ancora nel grembo di una mamma sepolta “in pompa magna” quando era in avanzata gravidanza. </em></p>
<p><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2009/10/06.sepolture.pdf">pdf estratto da </a> <em> </em><span style="color: #ff0000;"><em>Ipogei</em>, quaderni dell’IISS  “S. Staffa” di Trinitapoli, Dicembre 2006, n.1, pp. 83-92 </span></p>
<p><em><span id="more-14"></span></em><strong>
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/1.jpg" title="Fig. 1 Sepoltura del Paleolitico medio. Grotta di Skhul, Monte Carmelo, Israele. (da Anati, 1995: 39)" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/2.jpg" title="Fig. 2 Sepoltura bisoma di una donna ed un fanciullo, risalente a 20.000 anni fa. Grotta dei Fanciulli, Balzi Rossi (Liguria). (da Anati, 1995: 43)" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/3.jpg" title="Fig. 3 Sepoltura di un giovane. Sono molto ben visibili la cuffia di conchiglie i 'bastoni perforati' e la lama nella mano destra. Arene Candide (Liguria). (da Anati, 1995: 47)" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/4.jpg" title="Fig. 4 Ricostruzione della deposizione nel Riparo di Villabruna, Val Cismon (da G. M. Pace 1993: 150)" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/5.jpg" title="Fig. 5 Sepoltura di inumato decorato da una fitta serie di file di perline. Sunghir, Russia. (da Anati, 1995: 50)" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/6A.jpg" title="Fig. 6A Veduta generale della sepoltura della donna incinta gravettiana. B- Particolare della testa. Grotta di S. Maria di Agnano, Ostuni (Puglia). (Foto dell'autrice)" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/6B.jpg" title="6b Particolare della testa. Grotta di S. Maria di Agnano, Ostuni (Puglia). (Foto dell'autrice)" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/7A.jpg" title="Fig. 7 A Grotta Paglicci, Rignano Garganico (Puglia) Sepoltura del ragazzo gravettiano" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/7B.jpg" title="B Cranio ricostruito del ragazzo. (da Palma di Cesnola, 1992: 46)" class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/8a.jpg" title="Fig. 8 A Cranio della donna gravettiana di Paglicci. (da Palma di Cesnola, 1992: 49)." class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/8b.jpg" title="8b Ricostruzione del volto della donna, proposto da Francesco Mallegni, Università di Pisa.
8b Ricostruzione del volto della donna, proposto da Francesco Mallegni, Università di Pisa. " class="shutterset_set_62" >
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/spiritualita/9.jpg" title="Fig. 9 Rilievo della rimanenza della sepoltura bisoma di Grotta delle Veneri, Parabita (Puglia). (Palma di Cesnola, 1979 )" class="shutterset_set_62" >
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Coordinate funerarie del Paleolitico medio e superiore</strong></p>
<p><strong> </strong><br />
Secondo i ritrovamenti il primo tipo umano che ha seppellito i morti, accompagnandoli con dei gesti rituali, è stato il Neanderthal. Sono attestate, infatti, numerose e particolari attenzioni alle sepolture musteriane (Paleolitico medio) localizzate in quelle grotte non abitate. I corpi erano adagiati entro una fossa scavata appositamente, talvolta ricoperta da una lastra (come a La Ferrassie), deposti rannicchiati in posizione dormiente e accompagnati da strumenti in selce, molto probabilmente deposti accanto al morto con l’idea di essere usati in un’altra vita.</p>
<p>Sono state individuate anche porzioni di animali macellati, lasciate in segno di offerta o scorta di cibo funerario, mentre in una sepoltura a Shanidar sono emersi persino resti pollinei attribuiti dallo scopritore (Ralph Solecki) ad uno strato di fiori adagiati sulla sepoltura. Le deposizioni più note di questo periodo in Europa sono in Francia a La Chapelle-aux-Saints, Le Moustier, La Ferrassie; e nel Vicino Oriente sul Monte Carmelo (fig. 1), a Nazaret (Israele) e appunto a Shanidar (Iran).</p>
<p>In Italia non sono state scoperte ancora importanti deposizioni neandertaliane, abbiamo però un caso singolare di probabile cannibalismo rituale legato al famoso cranio trovato dal Blanc nella Grotta Guattari sul Monte Circeo. In Puglia i soli resti neandertaliani di incerto contesto funerario, sono due denti infantili recuperati a Grotta del Cavallo e a Grotta del Bambino (in provincia di Lecce), ed una porzione di femore recuperata a Grotta S. Croce di Bisceglie (in provincia di Bari).</p>
<p>Differente è la situazione per il Paleolitico superiore. Ai più rari esempi neandertaliani si aggiungono le numerosissime inumazioni dell’ Homo Sapiens Sapiens, distribuite un po’ in tutti luoghi dov’è stata riscontrata la sua presenza. I riti funerari e le pratiche che accompagnavano la deposizione divengono più complesse e differenziate. Il tipo umano è naturalmente il Cro-magnon. La maggiore quantità di ritrovamenti permette di tracciare numerosi dettagli: sugli ornamenti, costantemente presenti sul corpo del defunto, sempre addobbato da copricapi, collane, cavigliere, bracciali e amuleti; sulla posizione del corpo, che varia rispetto a quella dormiente predominante nel Paleolitico medio; sulla struttura della fossa che si arricchisce spesso di un letto di ocra (ematite) ed una sorta di cuscino di pietra per il capo; e sulla diversità degli elementi di corredo, sempre di pregiata fattura.</p>
<p>Ognuno di questi fattori si moltiplica di numero ed incidenza rispetto alle abitudini del Neanderthal, aumenta anche il numero delle deposizioni bisome (doppie) o multiple con adulti di sesso diverso (come in Puglia a Grotta delle Veneri) o anche di un adulto e di un adolescente (come in Liguria ai Balzi Rossi). Talvolta la posizione degli scheletri ha rivelato defunti abbracciati.</p>
<p>Questi ritrovamenti implicano degli interrogativi sulle dinamiche, sui tempi di sepoltura e sui decessi, fattori che non sempre possono essere stati contemporanei, lo stesso sulla deposizione secondaria o del cosiddetto sacrificio della vedova; per esempio gli inumati del Riparo del Romito, a Cosenza, scoperti da P. Graziosi (Brizzi, 1977).  Aumentano anche le testimonianze della conservazione di parti del corpo del defunto (denti e mandibole) che erano, con ogni probabilità, appesi da qualche parte nella grotta forse in concomitanza di culto degli antenati. Nella grotta del Placard è stato individuato un cranio femminile isolato e circondato da conchiglie, più altre cinque calotte craniche trasformate in coppe (Broglio, Kozlowski, 1986).</p>
<p>Le sepolture del Paleolitico superiore hanno parecchie caratteristiche comuni, la scelta delle grotte come per inumare, il rituale di sepoltura e gli ornamenti personali che, ripetendosi, suggeriscono alcuni dati sulla moda dell’epoca. Un elemento essenziale che caratterizza la spiritualità ed il simbolismo funerario dei cro-magnon è la grande profusione di ocra rossa. Si è appurato che il defunto poteva essere disteso su un intero letto di ocra o anche esserne cosparso completamente; in altri casi l&#8217;ocra era usata solo su alcune parti del corpo, preferenzialmente il capo, oppure si aggiungevano al corredo dei ciottoli dipinti con questa sostanza. In numerosi casi, il capo era stato sicuramente macchiato di rosso. E&#8217; probabile che il rosso, simile al sangue, simboleggiasse la forza vivificatrice di prezioso liquido vitale.</p>
<p>Nel Paleolitico superiore l’ocra o anche ematite (ossido di ferro) fu anche oggetto di commercio. Insieme alla selce ed alle conchiglie fu materia preziosa e ricercata importata da notevoli distanze. La sua estrazione  in miniera è confermata per il Maddaleniano tardivo e per i complessi epipaleolitici della Polonia (Broglio, Kozlowski, 1986). Il sesquiossido idrato di ferro è uno dei principali minerali da cui si estrae il ferro ma anche quello che produce la limonite di colore giallo. La limonite cuocendola diventa rossa, infatti andava a sopperire l’ocra dove mancava. I due colori fondamentali, rosso e giallo, e tutte le loro sfumature, sono stati largamente impiegati soprattutto nelle pitture parietali.</p>
<p>Le principali sepolture della nostra penisola si concentrano essenzialmente in Liguria: ai Balzi Rossi e alle Arene Candide. In Puglia sono nelle grotte di Paglicci, Veneri, S. Maria di Agnano e Grotta delle Mura. Tutte, da nord a sud, presentano comuni denominatori rituali. Nella sepoltura gravettiana bisoma dei Balzi Rossi (Grotta dei Fanciulli) i corpi di un adolescente ed una donna adulta, furono rannicchiati l’uno vicino all’altra; avevano ornamenti di conchiglie e tracce di ocra (fig. 2). In uno strato superiore, un altro individuo cosparso di ocra era disteso supino con le braccia ripiegate sul petto e la testa appoggiata su un masso.</p>
<p>Dagli strati superiori epigravettiani venne in luce un’altra sepoltura<br />
bisoma di due bambini, deposti supini e ricoperti da ornamenti di conchiglie forate che ricoprivano la zona dei fianchi, forse a formare un perizoma. Alle Arene Candide è stata trovata una delle più integre sepolture dell’epoca, appartenente ad un giovane il cui corredo ha riportato sia una bella lama di selce (tenuta ancora nella mano) che quattro bastoni forati di corno d’alce, interpretati come raddrizzatori di frecce (fig. 3). La testa era ornata da una cuffia di conchiglie, mentre il fondo della fossa e la superficie del corpo erano stati ricoperti della “magica” sostanza rossa. Alla Barma Grande, sempre ai Balzi Rossi, è stata scoperta una sepoltura trisoma con un maschio adulto, una giovane donna ed un adolescente, anche qui corredi di conchiglie ed ocra completavano l’inumazione.</p>
<p>Un caso di notevole presenza di ocra l’abbiamo in Sicilia, dove sui resti scheletrici della Grotta di San Teodoro è stato individuato uno strato di 5 cm.. Qui è anche stata riscontrata un’altra abitudine attestata altrove, ossia quella di deporre sugli arti dei defunti pietre pesanti, forse per rispondere a qualche oscura credenza sul possibile movimento del morto. Ad una credenza simile può corrispondere l’abitudine di seppellire il morto legato e in posizione fortemente contratta, con le ginocchia che toccano il mento, come nel caso dell’uomo di Chancelade in Dordogna (Vigliardi, 1992).</p>
<p>Talvolta, oltre all’associazione dell’ocra, nelle sepolture si rintracciano alcuni aspetti artistici, rappresentati sia da oggetti di corredo, finemente decorati, che da espressioni grafiche dal contenuto simbolico. Solitamente si tratta di ciottoli dipinti o anche incisi. E’ il caso della sepoltura di un adulto, di circa venticinque anni, trovata in un Riparo di Villabruna a Belluno (Val Cismon) (fig.4). La fossa era stata riempita di detriti e ricoperta di pietre, tra cui due erano state dipinte con motivi geometrici, come il banco di roccia aggettante vicino la fossa disegnato da bande verticali dipinte (Cocchi Genik, 1990). La presenza di oggetti decorati o amuleti non è infrequente, tuttavia a Sunghir in Russia sono state trovate quattro sepolture notevoli per ricchezza di ornamenti, fra i quali anche oggetti in avorio con figurine di animali (fig. 5) (Anati, 1995).</p>
<p><strong>La Puglia ed il suo contributo nel Paleolitico superiore</strong></p>
<p>In Puglia si concentrano almeno cinque delle sepolture rilevanti del Paleolitico superiore italiano. Il più recente dei ritrovamenti, risalenti al 1992, è avvenuto nella Grotta di S. Maria di Agnano dove due sepolture poco distanti erano straordinariamente trattenute dalla breccia giunta fino al soffitto, una delle due appartiene alla donna sepolta con in grembo il suo feto di nove mesi. Altri esempi sono un ragazzo ed una donna trovati a Grotta Paglicci ed una sepoltura bisoma scoperta a Grotta delle Veneri. L’accuratezza usata per queste deposizioni ed il loro stato di conservazione, forniscono una buona documentazione sugli elementi ornamentali, sugli oggetti quotidiani e sui caratteri scheletrici dei tipi umani che vissero nella regione tra i 20.000 e 15.000 anni fa. Le sepolture inquadrate in questo periodo sono in grotte particolari definibili “luoghi di culto” perché hanno restituito anche importanti segni di arte paleolitica (Leone, 2002).</p>
<p>Nella Grotta di S. Maria di Agnano, collocata alla base di un monte nei pressi di Ostuni, in provincia di Brindisi, tra il 1991 ed il 1992 si sono individuate, appunto, due sepolture inglobate nelle concrezioni del soffitto della cavità (da qui, la difficoltà della loro estrazione); i corpi giacevano di spalle a poca distanza. Il sito è tuttora in fase di scavo, ma già ha rivelato il suo enorme valore cultuale, anch’esso ha restituito qualche segno d’arte mobiliare, ma soprattutto un&#8221;intensa frequentazione prevalentemente religiosa. E’ possibile che la scelta di tumulare qui una giovane donna, con il feto ancora in grembo, non sia stato un mero atto funerario. Il luogo fu un santuario Mariano per molti secoli, fino agli inizi del 800’, precedentemente in epoca classica fu sede del culto di Demetra ed ancora nel Neolitico fu sede di un altro culto dedicato ad una divinità femminile.</p>
<p>I ritrovamenti di offerte votive attestano l’esistenza di una divinità materna alla quale si sacrificavano maialini (Coppola, 1992). Tuttavia la prima frequentazione della grotta risale al Paleolitico medio, quando gruppi neandertaliani sfruttarono il ricovero del riparo esterno, molto più esteso di oggi; dopo una fase di interruzione il sito fu frequentato, questa volta nell’interno, dai cromagnoniani. La datazione della sepoltura risale a 24.410 &#8211; 320 anni fa, età gravettiana.</p>
<p>La donna, trovata in perfetta connessione anatomica, era deposta in una fossa adagiata sul fianco sinistro, con la mano destra appoggiata sul ventre e la sinistra sotto la guancia, come dormiente (fig. 6A-B). Lo scheletro del feto, ben visibile, era posizionato nella esatta dimora materna, mentre il corpo della donna era addobbato da diversi monili: ai polsi indossava bracciali di conchiglie (Cyclope neritea, Ciprea lurida, Trivia europea), il capo aveva un’acconciatura o cuffia composta da un centinaio di conchiglie forate impastate ad ocra. Tutta la sepoltura era circondata da denti di cavallo e rari di Bos primigenius, una porzione del cranio di un cavallo era stata adagiata vicino il capo, diversi pezzi di selce e frammenti ossei, con tracce di incisioni, costituivano la restante parte del corredo.</p>
<p>La deposizione era stata collocata ai margini di un grande masso rettangolare, per poi essere ricoperta di pietrame. Un altro raro caso di feto e attestato nell’Epipaleolitico Natufiano della Grotta di Hayonim sul Monte Carmelo, in Israele (Anati, 1995). Il corpo dell’altro inumano, di cui non si riconosce ancora il sesso a causa della frattura estrema del bacino, presentava la stessa posizione con la mano vicino la testa ma le gambe maggiormente contratte, anche qui il capo era contornato di conchiglie e canini di cervo forati. L’intero reperto è immerso in una breccia molto dura, i lavori di liberazione dei corpi si è svolto nei laboratori di Anatomia e Fisiologia dell’Università di Torino.</p>
<p>In un altro caposaldo della preistoria europea, Grotta Paglicci presso Rignano Garganico, sul Gargano, sono state scoperte due inumazioni risalenti a momenti diversi del Gravettiano. Una deposizione appartiene ad un giovinetto di circa 12-13 anni, sepolto fra lo strato 22 e lo strato 21 quest’ultimo datato alla base: 24.720 &#8211; 420 anni fa. Il corpo fu disteso supino, sul pavimento della cavità, e circondato da un insieme di ottimi strumenti litici (fig.7), infine fu semplicemente ricoperto con un sottile strato di ocra. Gli strumenti comprendevano cinque grattatoi, una punta, una lama, un bulino, un osso ed un blocchetto di ematite. Il ragazzo indossava un copricapo composto da una trentina di denti forati di cervo, una collana con un pendente di conchiglia di Cyprea, dei bracciali ed una cavigliera con denti forati di cervo.</p>
<p>La seconda sepoltura, praticata in una fossa ellittica appositamente scavata, era dentro lo strato 21, in un punto dove le datazioni avanzano di circa un millennio rispetto alla base. Appartiene ad una donna, dell’età di circa 20 anni, trovata in posizione supina con le braccia distese lungo il torace, le mani accostate sul ventre e le gambe non più in connessione anatomica (fig. 8), forse a causa di uno smottamento del deposito.</p>
<p>Il corpo era stato ricoperto da ossame di animale, misto a qualche manufatto litico, nonché da blocchi calcarei dipinti di ocra. Fra gli strumenti di selce compaiono: quattro bulini, una lama ed un grattatoio.</p>
<p>L’ocra compariva anche alla base della fossa, sul corpo e particolarmente concentrata sulla testa, sul bacino e sui piedi. La testa era ornata da un piccolo diadema fatto con denti forati di cervo (Palma di Cesnola, 1992). Una terza sepoltura, conservatasi molto parzialmente, era contenuta nello strato 5, a ciò si aggiungono i ritrovamenti di resti umani appartenenti a differenti individui (fra cui due omeri isolati) distribuiti nel resto del deposito. La grotta, ancora in corso di studio, è stata scavata solo nella zona dell’atrio, da qui sono pervenute le note espressioni d’arte mobiliare che testimoniano una consuetudine artistica protrattasi per almeno 10.000 anni. Nell’interno, recondito, della cavità sono nascoste le uniche pitture parietali, figurative, del Paleolitico italiano, costituite da qualche impronta di mano e tre profili di cavalli in ocra.</p>
<p>Alle deposizioni singole di S. Maria di Agnano e di Paglicci si aggiunge una sepoltura bisoma trovata nella Grotta delle Veneri, a Parabita nella provincia di Lecce. E’ datata all’Epigravettiano antico, intorno ai 18.000 anni fa ed è composta da due individui di sesso opposto. I resti scheletrici si riferiscono, purtroppo, solo ai bacini e agli arti inferiori poiché i neolitici praticarono buche votive che distrussero la metà superiore dei corpi (Cremonesi, Parenti, Romano, 1972; Mallegni, 1997). La deposizione era avvenuta in una fossa ellissoidale naturale, sfruttando l’andamento del suolo roccioso (fig. 9). Le abbondanti tracce di ocra indicavano che i corpi erano stati adagiati su questa sostanza o che n&#8221;erano stati ampiamente cosparsi. Il corredo ha restituito solo un ciottolo dipinto di ocra ed una trentina di canini di cervo forati in prossimità del punto dove era la testa dell’individuo femminile, infatti i canini trovati in doppia fila e macchiati di ocra avrebbero potuto comporre il copricapo.</p>
<p>Dall’atrio della grotta provengono le due statuine muliebri in osso che hanno assegnato il nome al sito, datate tra il Gravettiano finale e l’Epigravettiano antico, ossia tra 21.000 e 18.000 anni fa. Oltre alle piccole statuine muliebri si sono recuperate circa cinquecento ossa e pietre incise con vari motivi geometrici, risalenti all’Epiromanelliano (fine Paleolitico).</p>
<p>Le componenti somatiche degli individui di Paglicci, Veneri e Agnano rivelano tutti i caratteri classici del tipo umano Cro-magnon e confermano l’attenuato dimorfismo sessuale che allora vigeva tra i due sessi. La statura era elevata, intorno al metro e settanta, per le donne, e al metro e ottanta per gli uomini, gli arti erano molto robusti ed i tratti fisionomici presentavano generalmente una faccia larga e bassa, il naso stretto e a ponte alto, le orbite basse e oblique a contorno rettangolare. I lineamenti del volto della donna di Paglicci sono stati, recentemente, ricostruiti e presentati dal paletnologo Francesco Mallegni, direttore del Dipartimento di antropologia dell’Università di Pisa; il risultato rivela che i suoi tratti non differiscono affatto da una nostra contemporanea. Il giovinetto di Paglicci presenta tratti del viso ancora più delicati e armonici, definiti mediterranei, ma gli studiosi conservano qualche riserva nello stabilire l’appartenenza al tipo mediterraneo, vista la sua tenera età. L’esame paleontologico delle gambe della donna di Ostuni, invece, ha rivelato i segni degli sforzi muscolari tipici della deambulazione su terreni scoscesi ed il segno di una prolungata postura assisa sul calcagno.</p>
<p><strong>Considerazioni finali.</strong><br />
Nelle ultime quattro testimonianze funerarie citate si condensano gli elementi essenziali delle pratiche legate al culto dei morti nel Paleolitico superiore, e la Puglia come le altre regioni italiane è normalmente inserita nella cultura spirituale di allora, tra Gravettiano, Epigravettiano ed Epipaleolitico. Le peculiarità della deposizione accompagnata da ocra, da un corredo personale e da monili sul corpo, evidenziano la grande omogeneità ideologica di quel mondo. Un mondo che presenta anche un articolato rapporto con le grotte: ora abitate, ora designate come dimore dei defunti, ora sacralizzate anche con segni d’arte.</p>
<p>In base ai dati attuali le manifestazioni funerarie non presentano particolari relazioni con le espressioni artistiche, presenti in questi giacimenti, tuttavia non è da escluderlo perché le evidenze su legami sempre più pregnanti fra arte e soprannaturale, arte ed esoterico, vanno aumentando. In quest’ottica, le sepolture citate sono un’ulteriore aspetto dell’escatologico cavernicolo. Perché scegliere quel preciso luogo per “lasciare” disegni su parete o su pezzi di pietra, e perché deporre qualche individuo e non tutti? A prescindere dalla relazione (riscontrabile o non) tra sepolture ed arte, si deve comunque tener presente che la grotta è sempre stato un luogo speciale per l’uomo religioso. La sepoltura in questi luoghi era una scelta sicuramente più elevata rispetto a quella all’aperto, destinata a individui speciali: sciamani, eroi, primogeniti, capostipiti, forse vittime designate di olocausti, forse gli stessi artisti, coloro che hanno ben documentato il valore profondo attribuito alla grotta.</p>
<p>Delle necropoli esterne non rimane quasi più nulla, a distanza di tanto tempo non si sono conservati che rarissimi casi (per esempio di fine Paleolitico nel Vicino Oriente), ma possiamo ragionevolmente pensare che anche qui le emozioni di commiato non erano troppo differenti. Come non differisce, neanche oggi, il senso umano che proviamo di fronte a vite così lontane dalla nostra.</p>
<p>Maria Laura Leone</p>
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