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	<title>Artepreistorica.com &#187; Bronze Age</title>
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		<title>L&#8221;ASTRONOMIA DEI VICHINGHI</title>
		<link>http://www.artepreistorica.com/2009/12/lastronomia-dei-vichinghi/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 11:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Gaspani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bronze Age]]></category>
		<category><![CDATA[vichinghi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ecco, sono 350 anni che noi e i nostri antenati abitiamo in questa che e&#8221; la piu&#8221; bella delle terre, e mai prima d&#8221;ora la Britannia e&#8221; stata percorsa da un&#8221;ondata di terrore simile a quella che siamo stati costretti a subire da una razza pagana, ne&#8221; si riteneva possibile che tanta disgrazia potesse arrivare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>Ecco, sono 350 anni che noi e i nostri antenati abitiamo in questa che e&#8221; la piu&#8221; bella delle terre, e mai prima d&#8221;ora la Britannia e&#8221; stata percorsa da un&#8221;ondata di terrore simile a quella che siamo stati costretti a subire da una razza pagana, ne&#8221; si riteneva possibile che tanta disgrazia potesse arrivare dal mare&#8230;<span id="more-93"></span></em></span></p>
<p><span>Con queste parole, il monaco Alcuino da Lindisfarne descrisse nel 793 la furia devastatrice delle incursioni vichinghe lungo le coste della Britannia dopo che lo stesso monastero di Lindisfarne venne completamente distrutto e gran parte dei monaci, uccisi. Ma chi erano i Vichinghi? Questo insieme di tribu&#8221; di ceppo germanico settentrionale che abitava le coste della Scandinavia compare sulla scena europea nel periodo compreso tra l&#8221;800 e il 1100 d.C. invadendola con la loro prorompente espansione, spingendosi fino al Mar Nero, a Costantinopoli, attraverso la Russia.<br />
Circondata l&#8221;Europa occidentale, si infiltrarono nel Mediterraneo, invasero e occuparono ampie zone della Francia, dell&#8221;Inghilterra, dell&#8221;Irlanda e della Scozia, fondarono colonie in Islanda e Groenlandia, e ampliarono i confini del mondo conosciuto stabilendo per breve tempo un insediamento sulle rive del continente nordamericano. In quel periodo sembro&#8221; che all&#8221;improvviso i mari del nord pullulassero di navi predatrici dalla linea sottile e dagli scafi bassi, dalle polene raffiguranti teste di drago.</span></p>
<p>Gli equipaggi erano dotati di spietato coraggio e invincibile ferocia. Il loro cammino era segnato da saccheggi, incendi e stragi. La Chiesa, in particolare, divenne l&#8221;obiettivo della loro inusitata violenza, e i tesori ecclesiastici trafugati in grande quantita&#8221; durante il saccheggio di chiese e monasteri fluirono verso le terre scandinave.<br />
Il terrore e la protesta degli ecclesiastici oltraggiati contribuirono a creare, la fama dei Vichinghi come selvaggi assetati di sangue. Il clero e gli ordini religiosi non solo crearono una fama terrificante per i Vichinghi, ma inventarono anche la loro natura satanica: il &#8221;pericolo vichingo&#8221; fu ritenuto un castigo divino, e per questo era necessario il pentimento accompagnato da cospicue offerte alla chiesa. Attualmente questa valutazione storica nei confronti dei Vichinghi sta mutando.</p>
<p>La storiografia moderna e&#8221; giunta ad un&#8221;interpretazione piu&#8221; obiettiva del &#8221;fenomeno&#8221; vichingo. Oggi si tende a sottolineare maggiormente la loro importanza in termini di politica europea, di commercio, di pensiero, di esplorazione, colonizzazione e arte. Ovviamente i Vichinghi non furono dei santi, ma e&#8221; chiaro che non furono nemmeno quei demoni contro i quali la Chiesa medioevale tuonava. Queste popolazioni furono note anche per la loro abilita&#8221; nella navigazione, anche attraverso mari infidi e pericolosi quali erano quelli artici. La navigazione non era limitata ai tragitti rasente la costa, ma i &#8221;drakkar&#8221;, cioe&#8221; le loro navi si spingevano anche in mare aperto dove l&#8221;unico mezzo per orientarsi erano il Sole, la Luna e le stelle. Per questo potremmo aspettarci che i Vichinghi fossero depositari di una rilevante competenza nel campo dell&#8221;Astronomia.</p>
<p>L&#8221;analisi dei reperti archeologici e dei testi scritti, per lo piu&#8221; di redazione islandese, che sono giunti fino a noi ha confermato pienamente questa ipotesi. Da questo punto di vista esistono alcuni reperti archeologici molto singolari. Il primo e&#8221; una ruota in legno con infisso un ago perpendicolare al piano del disco e alla base di quest&#8221;ultimo era incernierato un ago libero di ruotare sul piano della ruota. L&#8221;archeologo danese Bertil Almgren che studio&#8221; alcuni di questi reperti rinvenuti durante gli anni &#8221;60 e&#8221; stato in grado di ricostruirne l&#8221;uso. In pratica si trattava di un dispositivo che mediante la misura della lunghezza dell&#8221;ombra proiettata dall&#8221;ago verticale, uno gnomone, permetteva di stabilire l&#8221;altezza del Sole a mezzogiorno rispetto alla linea dell&#8221;orizzonte marino. L&#8221;ago orizzontale serviva per indicare la rotta che la nave doveva seguire determinata sulla base della posizione del Sole in cielo.</p>
<p>E&#8221; improbabile che i Vichinghi avessero il concetto di latitudine, ma si erano accorti che navigando verso sud la lunghezza dell&#8221;ombra dello gnomone tendeva ad accorciarsi. L&#8221;ombra proiettata dallo gnomone a mezzogiorno varia di giorno in giorno per effetto del cambiamento di declinazione del Sole, quindi l&#8221;uso di un dispositivo quale quello descritto richiedeva alcuni calcoli che evidentemente chi navigava doveva saper eseguire. Un altro interessante dispositivo erano le &#8221;pietre da Sole&#8221; le quali oltre ad essere state rinvenute negli scavi archeologici, sono molto citate nella letteratura antica, per cui sappiamo esattamente come venivano usate.</p>
<p>Le &#8221;pietre da Sole&#8221; erano grossi cristalli di Cordierite giallo-grigia i quali posti controluce assumono riflessi azzurri a causa della rifrazione della luce. Il cristallo assume tinte azzurre quando la luce vi incide con un certo angolo e il colore e&#8221; piu&#8221; vivace se la luce che lo colpisce e&#8221; intensa e diretta. Quando il cielo era coperto il cristallo permetteva di stimare la posizione del Sole nel cielo in quanto, anche con la presenza di nuvole, il settore dove il Sole era posto era piu&#8221; luminoso del resto del cielo.</p>
<p>Quando il cristallo era orientato in quella posizione il suo riflesso blu diveniva maggiormente intenso. L&#8221;archeologo danese Torkild Ramskov ne ha rinvenuti svariati esemplari durante le campagne di scavo. E&#8221; documentato che i comandanti delle navi erano tenuti a conoscere a memoria questi metodi di navigazione astronomica per poter condurre le imbarcazioni. Considerando quale fu l’efficienza marinara dei Vichinghi appare chiaro che erano metodi che se ben applicati funzionavano molto bene. Oltre alla navigazione esistono grosso modo tre direzioni verso cui indagare al fine di rendersi conto di quanto di astronomico era comunemente noto presso i Vichinghi. La prima e&#8221; rappresentata dai testi scritti, redatti intorno all&#8221;anno 1000, ma che contengono un corpus di leggende e miti molto piu&#8221; antico il quale ci spiega quale fosse la cosmologia e come fosse la loro visione dell&#8221;Universo e della sua evoluzione. La seconda fonte e&#8221; il calendario, il quale e&#8221; perfettamente noto e documentato e che nelle sue linee fondamentali era usato ancora in Islanda nel 1940. La terza direzione, usuale per l&#8221;archeoastronomia, riguarda l&#8221;analisi dell&#8221;orientazione degli insediamenti, delle fortezze e dei complessi funerari, con l&#8221;obbiettivo di mettere in evidenza l&#8221;esistenza di direzioni astronomicamente significative e di criteri di progettazione basati su concetti di Astronomia.</p>
<p>Inizieremo subito con l&#8221;analisi dei testi scritti, occupandoci quindi del  sistema cosmologico vichingo.  &lt;&gt;. Cosi leggiamo nel Voluspa&#8221; (Profezia della Sibilla) uno dei testi antichi che ci permettono, assieme all&#8221;Edda di Snorri di conoscere quali fossero le credenze dei Vikinghi intorno all&#8221;astronomia, la cosmologia e in generale la loro visione del mondo. All&#8221;inizio non esisteva nulla, soltanto il Ginnungagap cioe&#8221; il &#8221;Grande Vuoto&#8221;, il caos. Il termine vichingo ci rivela che quel vuoto era un&#8221;illusione, un&#8221;apparenza, un qualcosa che era magicamente impregnato di forza magica superiore. I Vikinghi ovviamente non intendevano la creazione dell&#8221;universo nei termini moderni come qualcosa di evolutivo analogo al Big Bang o di stabile ed eterno somigliante alla Teoria dello Stato Stazionario, ma per loro si trattava di un processo di evoluzione predestinata: la vita era derivata in tempi antichissimi dalla interazione cataclismica delle forze del fuoco e del gelo, della luce e del buio e alla fine anche del bene e del male.</p>
<p>Ricostruire una visione strettamente sistematica della cosmologia vichinga, e&#8221; una cosa molto difficile in quanto i miti della Creazione che sono descritti negli antichi testi non formano una narrativa coerente ed equilibrata, tanto piu&#8221; che non esiste una fonte sicura ed affidabile alla quale attingere. Gli antichi testi contengono una grande quantita&#8221; di concetti simbolici, a volte contraddittori e difficili da interpretare, ai quali e&#8221; stata data espressione nei racconti mitici, ma da cui traspare una certa familiarità&#8221; con la scienza del cielo. Purtroppo molto e&#8221; andato perduto prima ancora di venire trascritto, in quanto la capacita&#8221; di scrivere arrivo&#8221; in Scandinavia in epoca tarda con l&#8221;avvento del Cristianesimo.</p>
<p>Per due secoli dopo la conversione, gli Islandesi ebbero molta cura nel conservare le tradizioni religiose dei loro antenati pagani e tramandarono oralmente i racconti degli dei e degli eroi mitologici finche&#8221;, nel XIII secolo, questi non vennero messi per iscritto. La fonte principale che contiene la maggior parte dei racconti mitologici ed eroici e nota come l&#8221;Edda poetica. Il manoscritto stesso, chiamato Codex Regius, fu scritto in Islanda attorno all&#8221;anno 1270; ma tutte le prove linguistiche e letterarie indicano che alcuni segmenti di poesia erano gia&#8221; allora molto antichi, ed erano stati composti secoli addietro, prima ancora della colonizzazione dell&#8221;Islanda avvenuta durante il X secolo.</p>
<p>Molti dei racconti furono redatti a scopo didattico, stesi spesso sotto forma di dialogo drammatico, nel quale alle domande relative alla creazione dell&#8221;universo e alla sua futura distruzione viene risposto dagli stessi dei.</p>
<p>Il piu&#8221; potente di tutti i poemi mitologici e&#8221; il Voluspa&#8221; (che significa &#8221;Profezia della Sibilla&#8221;, composta in Islanda durante la fase terminale del periodo pagano, forse addirittura dopo conversione al Cristianesimo; in questo poema, una sibilla narra a Odino il destino degli dei e quindi la formazione e la distruzione dell&#8221;universo secondo la concezione vichinga. L&#8221;unico tentativo di fornire un racconto collegato e sistematico della cosmologia vichinga venne effettuato in Islanda nel XIII secolo, nella cosiddetta &#8221;Edda in prosa&#8221; (per distinguerla dalla &#8221;Edda poetica&#8221;), testo redatto verso l&#8221;anno 1220 dal grande storiografo islandese Snorri Sturluson (1178-1241).<br />
L&#8221;Edda di Snorri e&#8221; in realta&#8221; un manuale di poetica, ideato per insegnare le tecniche tradizionali degli antichi poeti e le allusioni letterarie pagane reperibili nella loro poesia. Il materiale mitologico e&#8221; contenuto in una lunga narrativa didattica in prosa, piena di vecchia poesia, chiamata Gylfaginning (L&#8221;inganno di Gylfi); in essa Snorri usa la tecnica letteraria impiegata in alcuni degli originari racconti mitologici, creando la figura di un leggendario re svedese di nome Gylfi, e facendolo viaggiare in incognito verso una mitica cittadella abitata dagli dei; qui interroga il Grande Padre, Odino (sotto forma di una trinita&#8221;: l&#8221;Altissimo, l&#8221;Egualmente Altissimo e il Terzo), sull&#8221;inizio del mondo e sul destino degli dei e degli uomini.</p>
<p>Le fonti di Snorri, per la maggior parte, erano racconti mitologici, molti dei quali sarebbero stati in seguito conservati nella Edda poetica; ma parte di questo materiale non e&#8221; sopravvissuta in nessun&#8221;altra opera, o soltanto in forme diverse. Tuttavia, e&#8221; importante ricordare che lo scopo originale di Snorri fu di aiutare i lettori a comprendere la prima poesia e i suoi miti; il suo interesse nei miti era essenzialmente &#8221;da antiquario&#8221; e, per quanto fosse uno studioso di coscienza, non puo&#8221; aver fatto a meno di razionalizzare questi miti e localizzarli per renderli comprensibili, come si addiceva a un erudito intellettuale cristiano.</p>
<p>Attualmente anche noi siamo costretti a fondere le notizie provenienti da varie fonti, proprio come fece a suo tempo Snorri Sturluson, per chiarire le linee generali della cosmologia vichinga. Il &#8221;Ginnungagap&#8221;, il Grande Vuoto, consisteva in due regioni nettamente distinte: una regione di scure e gelide nebbie al nord (Niflhel o Niflheim, noto in seguito come il regno della morte) e una regione di fuoco e fiamme al sud (Muspell o Muspellsheim, che divenne la patria dei futuri distruttori del mondo, governata dal gigante di fuoco Surtr. Appare evidente che la cosmologia vichinga e&#8221; basata sui due grandiosi fenomeni naturali comuni nei territori scandinavi: i ghiacci e i vulcani.<br />
Gli undici fiumi di Niflheim congelarono; strati nebbia congelata si alzarono e si diffusero fino coprire l&#8221;intero Ginnungagap. &lt;&gt;.</p>
<p>Quando l&#8221;infernale calore del sud incontro&#8221; le distese ghiacciate del nord, il ghiaccio salato di Niflheim si sciolse, e le gocce si fusero dando forma alla prima creatura vivente, un terribile gigante chiamato Ymir, antenato di tutte le razze cattive di giganti che a sua volta diede origine all&#8221;umanita&#8221;. Il cielo era tenuto ai quattro angoli da quattro nani, chiamati Nord, Sud, Est e Ovest ostili sia agli dei sia ai mortali. Questi nani erano larve formatesi all&#8221;interno del cadavere di Ymir dopo la sua morte, erano artigiani superbi, e le loro opere erano molto ricercate dagli dei. Le brillanti scintille e gli ardenti tizzoni che fuoriuscivano da Muspell diedero origine alle stelle, ai pianeti e alla Luna, i cui movimenti venivano regolati dagli dei: &lt;&gt;.</p>
<p>In un&#8221;altra tradizione tramandataci da Snorri, gli dei diedero a una gigantessa che rappresentava la Notte e a suo figlio, il Giorno, un carro trainato da cavalli, e li mandarono nel cielo a trainare la Terra, una volta ogni ventiquattro ore.Snorri riporta che &lt;&gt;. In un altro mito, il Sole e la Luna sono due bambini che corrono per tutto il cielo, perche&#8221; ognuno di loro e&#8221; inseguito da un lupo, il malevolo lupo Fenrir che viveva in una caverna degli inferi e alla fine (periodicamente) venivano catturati e ingoiati, questa era la spiegazione vichinga per le eclissi, che tra l&#8221;altro e&#8221; molto simile all&#8221;idea che era diffusa nel mondo celtico, come testimonia la moneta degli Unelli, coniata durante il I secolo a.C., sulla quale e&#8221; posta l&#8221;immagine di un lupo che morde il Sole rendendolo a forma di falce e che si riferisce all&#8221;eclisse del Marzo del 78 a.C.</p>
<p>&lt;&gt; questa domanda fu posta, secondo Snorri, nel Gylfaginning, da Gylfi agli dei. La risposta di Odino fu che passeggiando un giorno in riva al mare, essi inciamparono in due tronchi di legname venuti alla deriva, li raccolsero e li modellarono fino a creare la forma umana. Odino diede loro la vita e lo spirito; Vili diede loro la facolta&#8221; di comprendere e di provare sentimenti; e il terzo (Ve) diede loro un aspetto, la parola, l&#8221;udito e la vista. All&#8221;uomo venne dato il nome di Askr (frassino) e alla donna il nome di Embla (nome di una pianta rampicante che pero&#8221; non e&#8221; possibile identificare). Il mondo era raffigurato come un disco piatto, circondato da un vasto oceano (somigliante all&#8221;Okeanos della mitologia greca). Sulle rive piu&#8221; lontane di questo oceano, gli dei sistemarono un pezzo di terra perche&#8221; i giganti vi abitassero e lo chiamarono Jotunheim.</p>
<p>Al centro del mondo stabilirono una roccaforte per gli uomini, Midgard (Zona di Mezzo), fortificata contro i giganti da una palizzata. Alla fine, gli dei si costruirono il loro rifugio, Asgard (la Dimora degli Dei), una cittadella alla sommita&#8221; di un dirupo al centro di Midgard, fortificata da un&#8221;alta muraglia e collegata alla Terra dall&#8221;arcobaleno che fungeva da ponte. Il quadro del mondo che emerge e&#8221; quello di un disco strutturato a fasce concentriche. Al centro era posto Asgard, per gli dei, poi Midgard, per gli uomini, poi l&#8221;Oceano, e all&#8221;esterno Jotunheim, patria dei Giganti. Sebbene l&#8221;universo simbolico vichingo fosse concepito come piatto, aveva anche tre livelli: Asgard in cima, Midgard in mezzo e, al disotto, Niflheim, il regno dei morti. Tutti questi regni erano tenuti insieme dall&#8221;Albero del Mondo, &#8221;Yggdrasil&#8221;, cioe&#8221; &#8221;il piu&#8221; grande e il migliore di tutti gli alberi&#8221;, un gigantesco frassino, il piu&#8221; sacro tra gli alberi, attorno al quale gli dei stavano seduti in consiglio tutti i giorni. Era questo il centro dell&#8221;universo vichingo. I suoi rami raggiungevano il cielo e si stendevano sulla terra, le sue radici si allungavano nel sottosuolo di tutti i regni. Alla base si trovava la Sorgente o Pozzo del Destino, la fonte di tutta la saggezza, accudita da tre divinita&#8221; che decidevano il destino di tutte le creature viventi. Un&#8221;aquila con un falco tra gli occhi stava appollaiava sui rami piu&#8221; alti del grande frassino le cui radici venivano costantemente osicchiate dal serpente Nidhoggr, con il quale l&#8221;aquila era perennemente in lotta.</p>
<p>E&#8221; singolare che la scena prevedeva uno scoiattolo, Ratatoskr, che correndo su e giu&#8221; lungo l&#8221;albero, seminava discordia tra l&#8221;aquila e il serpente. Oltre a questo, quattro cervi brucavano il fogliame dell&#8221;albero e ne staccavano pezzetti di corteccia. Il grande frassino Yggdrasil teneva insieme il tessuto dell&#8221;universo il quale secondo i Vichinghi era ritenuto un essere vivente e pensante il quale si trovava sottoposto a terribili sofferenze proprio a causa dei cervi, dell&#8221;aquila e del serpente, mentre i Fati continuavano a spruzzarlo di acqua risanatrice, attinta dalla Sorgente del Fato. Yggdrasil era la rappresentazione simbolica della pericolosa condizione di un mondo contenente, sin dall&#8221;inizio il seme, della distruzione, secondo il fatalismo tipico del modo di pensare vichingo. L&#8221;universo vichingo era un luogo precario e vulnerabile, sconvolto da terribili forze distruttive che dovevano ostentatamente essere tenute lontane. Lo stesso mare che i Vichinghi percorsero in lungo e in largo era un luogo pericoloso in quanto abitato da una mitica e spaventosa creatura, detta Midgardsorm (il Serpente del Mondo), che giaceva, sempre pronto all&#8221;attacco, nelle profondita&#8221; dell&#8221;Oceano.</p>
<p><span>Il Voluspa&#8221; e&#8221; la sola fonte che ha risentito in qualche modo del Cristianesimo infatti la &#8221;Profezia della Sibilla&#8221; e&#8221; l&#8221;unico testo che prevede una nuova rinascita dopo la distruzione dell&#8221;universo e degli dei. In altre fonti coeve questo non si rileva. L&#8221;annientamento rappresenta generalmente il &#8221;ferro del mestiere&#8221; della profezia religiosa, la cosmografia vichinga pero&#8221; fu la sola nel mondo antico e medievale a destinare alla distruzione anche gli dei, i quali periranno di morte violenta nelle epiche battaglie combattute poco prima della completa distruzione dell&#8221;universo. E&#8221; possibile che il Voluspa&#8221; sia stato influenzato dalle visioni dell&#8221;Apocalisse di Giovanni, ma e&#8221; anche possibile che abbia a che vedere con il carattere essenzialmente nichilista tipico delle prime tribu&#8221; germaniche e ben lontano alle credenze mitologiche celtiche.</span></p>
<p>Il mondo vichingo, nonostante tutta la sua fiducia in se stesso e il suo prorompente vigore, mancava alla base di radici solide in quanto il concetto dell&#8221;eternita&#8221; sembra essergli stato completamente estraneo. L&#8221;atteggiamento dei vichinghi nei confronti della morte era informato a un fatalismo che si estendeva oltre la tomba, non verso un&#8221;altra vita dopo la morte, di eterna felicita&#8221; o di dannazione, ma verso una lotta ancora piu&#8221; aspra, che si sapeva perduta in partenza, una battaglia finale alla quale nessuno sarebbe fuggito o sopravvissuto, compresi gli dei. Il fatto che i Vichinghi dovessero fare i conti con tale fatalismo, che non ammetteva compromessi e non lasciava adito ad alcuna speranza, puo&#8221; essere forse visto come la definitiva misura del loro carattere bellicoso.</p>
<p>Veniamo ora al calendario in uso tra le popolazioni vichinghe. Le notizie piu&#8221; affidabili relativamente al calendario comunemente utilizzato da loro ci giungono nuovamente dall&#8221;Islanda. L&#8221;Islanda fu colonizzata dai Vichinghi intorno all&#8221;anno 870 d.C., mentre il Cristianesimo vi giunse solamente verso il 1000 portato dai monaci giunti dall&#8221;Irlanda.<br />
Ari Frodi Thorgilsson (1067-1148) riporta nei suoi scritti che intorno al 930 l&#8221;isola era gia&#8221; uno stato indipendente dotato di una struttura politica relativamente stabile, basata su una specie di parlamento detto &#8221;althing&#8221;. I Vichinghi portarono in Islanda il loro calendario lunare sviluppato su base empirica. La settimana era formata da sette giorni ed era basata, come al solito sull&#8221;intervallo che intercorre tra una fase lunare principale e la successiva. I nomi dei giorni della settimana erano: Sunnudagur, Manudagur, Tyrsdagur, Odinsdagur, Thorsdagur, Frjadagur, Laugardagur. L&#8221;etimologia dei nomi si collega al Sole (sunnudagur), alla Luna (manudagur), ma anche alle divinita&#8221; principali Odino e Thor (odinsdagur e thorsdagur) L&#8221;anno, formato da 12 mesi lunari, era diviso in due stagioni dette &#8221;misseri&#8221;: l&#8221;estate e l&#8221;inverno. In mezzo alle stagioni erano poste le due piu&#8221; grandi feste per i Vichinghi, quella del solstizio d&#8221;estate e quella del solstizio d&#8221;inverno, soprattutto quest&#8221;ultima dava adito a 12 giorni di festeggiamenti. Questo era il calendario utilizzato dalle tribu&#8221; stanziate alle latitudini piu&#8221; basse rispetto al Circolo Polare Artico.</p>
<p>In molte parti della Scandinavia, in Islanda ed in generale in tutti i luoghi posti oltre il Circolo Polare Artico, un calendario lunare presenta parecchi problemi di utilizzo in quanto la Luna puo&#8221; non essere visibile per vari giorni in quanto la sua culminazione superiore avviene periodicamente al di sotto dell&#8221;orizzonte astronomico locale. Altre volte invece il nostro satellite non tramonta per alcuni giorni giungendo solamente a lambire la linea dell&#8221;orizzonte astronomico locale risalendo successivamente in cielo. Anche il Sole durante la notte polare non sale mai sopra dell&#8221;orizzonte astronomico locale, mentre durante il giorno artico esso non tramonta per circa sei mesi divenendo un astro circumpolare. Durante questo lungo periodo di luce continua, la Luna era difficile da vedere in cielo quindi l&#8221;uso del calendario lunare empirico diveniva piuttosto difficoltoso. Il calendario vichingo quindi era impossibile da usare durante l&#8221;estate artica, di conseguenza gli islandesi modificarono il calendario originale abbandonando l&#8221;osservazione della Luna durante l&#8221;estate e contando in maniera sequenziale le settimane (di sette giorni) trascorse dall&#8221;ultima fase lunare principale osservata prima del termine della notte polare.</p>
<p><span>Durante l&#8221;inverno invece la mancanza della visibilita&#8221; del Sole li obbligo&#8221; al conteggio formale &#8221;al buio&#8221; di mesi lunari standard formati da 30 giorni ciascuno, cioe&#8221; un&#8221;approssimazione per eccesso della lunghezza della lunazione media.</span></p>
<p>Le esigenze amministrative richiedevano, in seno all&#8221;&#8221;althing&#8221;, la pianificazione in anticipo di taluni eventi di carattere politico e sociale secondo date prefissate, lungo l&#8221;anno. Si ebbe quindi una riforma del calendario secondo una struttura formata da 52 settimane organizzate in 12 mesi (lunazioni) da 30 giorni ciascuno, piu&#8221; 4 &#8221;aukenoetr&#8221; cioe&#8221; giorni epagomeni che portarono il conteggio annuale complessivo a 364 giorni. Il &#8221;misseri&#8221; estivo era composto da 26 settimane comprendenti 2 &#8221;aukenoetr&#8221; ed era obbligo iniziasse di martedi&#8221;, il resto dell&#8221;anno faceva parte del &#8221;misseri&#8221; invernale. In Islanda, la peculiare pratica di contare le settimane in estate e i mesi in inverno rimase in uso praticamente fino alla meta&#8221; del XX secolo. Nonostante la semplicita&#8221; ed una certa eleganza numerica, la struttura da 52 settimane da 7 giorni ciascuna portava ad un anno piu&#8221; corto di 1.2422&#8230; giorni rispetto alla vera lunghezza dell&#8221;anno solare tropico; questo fatto creava una discordanza progressiva rispetto alle stagioni e quindi uno slittamento dei mesi rispetto alle condizioni climatiche. Dopo 147 anni solari tropici un mese invernale di calendario sarebbe caduto in piena stagione estiva. Al fine di porre rimedio a questa situazione, nel 955 d.C., Thorstein Surt riformo&#8221; nuovamente il calendario introducendo il &#8221;sumarauki&#8221;, cioe&#8221; una settimana supplementare intercalata periodicamente a meta&#8221; dell&#8221;estate, ogni 7 anni.</p>
<p>In questo modo l&#8221;anno medio del calendario era diventato di 365 giorni esatti. Ovviamente l&#8221;errore progressivo dovuto alla differenza di circa un quarto di giorno ogni anno tra l&#8221;anno di calendario e l&#8221;anno tropico porto&#8221; presto a un nuovo sfasamento rispetto alle stagioni con il risultato che, dopo un secolo, un proprietario terriero locale, tale Oddi Helgason, noto in letteratura con il soprannome di Star Oddi, dotato di ottime capacita&#8221; astronomiche e matematiche, riusci&#8221; a misurare accuratamente la lunghezza dell&#8221;anno tropico e di conseguenza sviluppo&#8221; una nuova riforma del calendario con l&#8221;idea di renderlo piu&#8221; accurato. L&#8221;idea di Star Oddi fu di aggiustare la regola di intercalazione dei &#8221;sumarauki&#8221; in modo che le 52 settimane annuali risultanti rimanessero in fase con il calendario giuliano correntemente utilizzato dai monaci irlandesi, che giunti nel 1000 dalla verde isola, si erano stabiliti in Islanda costruendo numerosi monasteri. Purtroppo il metodo esplicito con cui Star Oddi opero&#8221; la riforma del calendario e&#8221; descritto in maniera molto oscura nei suoi scritti, ma quello che e&#8221; chiaro e&#8221; che l&#8221;intercalazione della settimana &#8221;sumarauki&#8221; fu operata in modo che l&#8221;estate dovesse cominciare un martedi&#8221; posto tra il 9 e il 15 Aprile del calendario giuliano e che probabilmente un &#8221;samarauki&#8221; addizionale fosse introdotto ogni 28 anni. Tale data era completamente scorrelata con quella dell&#8221;equinozio di primavera che nel 1000 avveniva il 14 Marzo del calendario giuliano.<br />
Dal punto di vista degli insediamenti abitativi di tipo civile, e&#8221; facile rilevare che la loro orientazione fu studiata per favorire al massimo l&#8221;insolazione, piuttosto scarsa nei profondi fiordi scandinavi.</p>
<p>Quello che stupisce e&#8221; la metodologia di costruzione delle fortezze e degli insediamenti di tipo militare, i cosiddetti &#8221;trelleborger&#8221; dal nome del piu&#8221; famoso di essi scavato dagli archeologi nei pressi di Trelleborg in Svezia. I &#8221;trelleborger&#8221; vichinghi erano delle fortezze costituite da un terrapieno rigorosamente circolare alto 6 metri, largo 17 metri alla base con un diametro variabile dai 50 ai 200 metri. Lo spazio interno era quadripartito da due vie che si incrociavano ad angolo retto esattamente nel centro del cerchio e le cui direzioni erano rigorosamente corrispondenti alla direzione meridiana e a quella equinoziale a cui corrispondevano quattro porte ricavate nel terrapieno. All&#8221;interno di ciascuno dei quattro settori erano poste 4 caserme disposte secondo i lati di un quadrato orientato parallelamente alle direzioni cardinali astronomiche. Il piu&#8221; famoso &#8221;trelleborger&#8221; e&#8221; quello appunto scavato nei pressi di Trelleborg, ma se ne conoscono altri a Firkat, a Nonnebakken presso Odense in Danimarca e in altri luoghi, ma il piu&#8221; grande di tutti e&#8221; quello di Aggesborg il quale con il suo diametro di 200 metri contiene ben 48 caserme poste nei 4 settori delimitati dalle strade principali.</p>
<p><span>Ciascun settore fu diviso in altri 4 sottosettori da altre vie incrociate e parallele alle direzioni cardinali in modo che la geometria delle caserme potesse esse ancora quella a quadrato astronomicamente orientato.</span></p>
<p>Quasi tutti i &#8221;trelleborger&#8221; noti risalgono circa all&#8221;anno 980, periodo del regno di Harold Dente-Azzurro, fa eccezione il grande complesso di Aggesborg che e&#8221; stato datato alla prima meta&#8221; del XI secolo. Quello che stupisce e&#8221; l&#8221;esattezza dell&#8221;orientazione (l&#8221;errore e&#8221; in tutti i casi inferiore ad 1 grado) e la regolarita&#8221; geometrica le quali presuppongono capacita&#8221; matematiche e astronomiche notevolmente sviluppate. Dal punto di vista dei complessi funerari rileviamo che i Vichinghi ebbero vari riti per onorare i defunti. Tra questi abbiamo la cremazione e il relativo seppellimento delle ceneri sotto tumuli di terra, l&#8221;inumazione in camere tombali in legno a forma di nave, la deposizione del defunto, accompagnato dal cadavere di una o piu&#8221; persone a lui molto vicine che sceglievano liberamente di essere uccise e accompagnarlo cosi&#8221; nel Walalla, su una vera nave che poteva essere data alle fiamme oppure seppellita sotto un grande tumulo di terra e pietre. Era fondamentale che la nave funeraria fosse stata in grado di tenere il mare.</p>
<p>Gli archeologi sono stati in grado di portare alla luce tre magnifici esempi di navi utilizzate, devono aver effettivamente navigato in mare, a scopo funerario. Le tre navi provengono da tre tumuli funerari posti nella Norvegia<br />
meridionale, ad Oseberg, a Gokstad e a Tune, tre localita&#8221; del fiordo di Oslo. Tutte e tre sono attualmente esposte al Museo di Navi Vichinghe di Oslo anche se soltanto la nave di Tune e&#8221; stata completamente restaurata. La nave di Oseberg, superbamente decorata, era atta alla navigazione nelle acque costiere. Essa risale alla prima meta&#8221; del IX secolo e di fatto poteva essere definita un&#8221;elegante chiatta di stato, usata per la sepoltura della regina Asa, che si pensa fosse la terribile nonna di Harold I Bella-Chioma, che unifico&#8221; l&#8221;intera Norvegia sotto un&#8221;unica corona verso la fine del IX secolo. La salma della regina venne accompagnata alla sepoltura da una giovane schiava; nella tomba furono collocati tutti i mobili e gli oggetti, che avevano circondato la regina in vita, affinche&#8221; continuasse anche dopo la morte quel tipo di esistenza regale alla quale era abituata da viva Tra il corredo e&#8221; stata rilevata la presenza di un carro in legno, alcune slitte, dei letti, molti arazzi, alcuni telai per tessere, vari barili, una serie completa di utensili da cucina, dei finimenti per cavallo, varie paia di scarpe, svariati oggetti personali, e perfino un bue. Prima che la nave venisse riportata alla luce nel 1904, il tumulo era stato razziato da profanatori di tombe, probabilmente pochi anni dopo la sepoltura.</p>
<p>Un&#8221;altra usanza, riservata ai contadini che pero&#8221; avevano navigato e combattuto per mare era quella del seppellimento del defunto entro navi simboliche costituite da strutture megalitiche formate da grosse pietre fitte le quali erano disposte secondo una forma ovale in modo da simulare la forma di una nave. Il defunto era sepolto presso una pietra posta all&#8221;interno della struttura. Un esempio molto interessante e&#8221; costituito da &#8221;Ale Stenar&#8221;, la Nave di Ale, che e&#8221; un complesso megalitico posto presso la localita&#8221; di Ale, nel sud della Svezia, nella regione dello Scania. Il profilo ovale fu ottenuto disponendo accuratamente 60 grosse pietre, 59 delle quali costituiscono il profilo della nave, mentre una e&#8221; posta all&#8221;interno di esso, esattamente sul segmento nordoccidentale dell&#8221;asse mediano il quale e&#8221; diretto con rilevante accuratezza lungo la direzione che va dal punto di levata del Sole al solstizio d&#8221;inverno all&#8221;orizzonte, astronomico locale materializzato dal profilo della superficie del mare, a quello di tramonto al solstizio d&#8221;estate all&#8221;orizzonte naturale locale. La &#8221;nave&#8221; e&#8221; orientata in accordo con la levata del Sole alle due piu&#8221; importanti feste celebrate dai Vichinghi. Lungo l&#8221;asse minore della struttura ovale esiste in lontananza una piccola sella formata da due montagne in cui era possibile osservare il sorgere del Sole al solstizio d&#8221;estate. Secondo gli studiosi Vincent H. Malmstrom, James T. Carter e Curt Roslund che negli anni &#8221;70 studiarono il complesso megalitico di Ale, sia il numero, che la posizione, che la spaziatura delle pietre e&#8221; ben lontana dall&#8221;essere casuale.</p>
<p><span>Secondo questi studiosi, la posizione dei monoliti fu determinata intersecando una serie di 15 linee parallele all&#8221;asse congiungente il punto di levata dal sole solstiziale invernale e quello del tramonto solstiziale estivo, con la direzione lungo cui il sole nascente al solstizio estivo poteva essere visto sorgere entro la sella da 4 giorni prima della data di effettiva solstizio a 4 giorni dopo di essa. In effetti la serie di punti che viene a crearsi sul terreno in questo modo segue un andamento vicino a quello di una parabola e avrebbe quindi permesso di costruire la forma di meta&#8221; della nave simbolica, la prua o la poppa e i punti concordano molto bene con la posizione relativa dei monoliti sul terreno.<br />
Esiste pero&#8221; il problema che nel 1916 il complesso megalitico venne restaurato e non si sa se l&#8221;accuratezza del posizionamento originale dei monoliti sia stata mantenuta. Al di la&#8221; dell&#8221;ipotesi di Malmstrom, Carter e Roslund e&#8221; facile rilevare che le due serie di monoliti concordano bene con il numero di giorni compresi entro due lunazioni complete, 30+29 approssimato all&#8221;intero piu&#8221; prossimo e questo fatto e&#8221; caratterizzato da una ridotta probabilita&#8221; di essere casuale.</span></p>
<p>Forse Ale Stenar avrebbe potuto avere qualche funzione calendariale oltre che una pura e semplice rappresentazione del simbolismo navale funerario vichingo. Altre strutture litiche dello stesso tipo possono essere reperite in varie parti della Scandinavia e anche loro mostrano rilevanti correlazioni astronomiche anche se per ora solo quella di Ale e&#8221; stata accuratamente studiata. La conclusione che possiamo trarre da quanto e&#8221; stato rilevato e&#8221; che i Vichinghi possedevano buone conoscenze astronomiche basate soprattutto sull&#8221;osservazione empirica del Sole e della Luna. Tali conoscenze sembrano essere state per lo piu&#8221; finalizzate alla navigazione, all&#8221;utile orientazione dei villaggi e al calendario, mentre Ale Stenar ci potrebbe forse suggerire un utilizzo simbolico a livello funerario decisamente piu&#8221; sofisticato e archeoastronomicamente interessante. Delle stelle e dei pianeti non sappiamo per ora nulla, salvo quello che i testi antichi ci tramandano sulla mitologia legata alla loro formazione e delle questioni connesse alla navigazione. La struttura e l&#8221;orientazione dei &#8221;trelleborg&#8221; ci permette pero&#8221; di affermare che queste popolazioni nordiche avevano una notevoli conoscenze geometriche e astronomiche ed erano in gradi di applicarle praticamente con notevole perizia.</p>
<p>(ADRIANO GASPANI)</p>
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		<title>INCISIONI RUPESTRI A S. MARIA REZZONICO E CREMIA (ALTO LARIO, COMO)</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 11:54:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Pozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bronze Age]]></category>
		<category><![CDATA[coppelle]]></category>
		<category><![CDATA[lago di como]]></category>

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		<description><![CDATA[SOMMARIO Nell&#8221;alto Lago di Como sono state individuate diverse rocce con incisioni rupestri: coppelle, canaletti ed altri segni forse risalenti alla tarda Età del Bronzo o all&#8221;Età del Ferro. Compaiono anche segni successivi, quali croci e scritte sia antiche sia recenti. Le singole rocce vengono descritte e figurate, e se ne discutono le analogie con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>SOMMARIO<br />
Nell&#8221;alto Lago di Como sono state individuate diverse rocce con incisioni rupestri: coppelle, canaletti ed altri segni forse risalenti alla tarda Età del Bronzo o all&#8221;Età del Ferro. Compaiono anche segni successivi, quali croci e scritte sia antiche sia recenti.<br />
Le singole rocce vengono descritte e figurate, e se ne discutono le analogie con altri siti alpini.</em></span></p>
<p><em>SOMMAIRE<br />
Au nord du Lac de Côme on a répéré plusieurs rochers avec des gravures rupestres; des coupelles, des caniveaux et d&#8221;autres marques qui remontent peut-être à l&#8221;Age du Bronze ou à l&#8221;Age du Fer.<br />
Se apparaît aussi des signes plus récents, tels que des croix et des inscriptions en caractères soit anciens que récents. On décrit et on représente les différents rochers et on en discute les analogies avec d&#8221;autres sites des Alpes.</em></p>
<p><em>SUMMARY<br />
Several rocks with rupestrian carvings have been identified in the Northern Lake Como area: cupels, groovings and other signs, possibly dating back to the Bronze or the Iron Age. More recent signs, such as crosses and writings in both ancient and more recent types, appear as well.<br />
The individual rocks are described and portrayed and their analogy to those from other Alpine sites are discussed.</em></p>
<p><em>ZUSAMMENFASSUNG<br />
Im nördlichen Gebiet des Comersees sind mehrere Felsen mit Inschriften entdeckt worden: schalenförmige Vertiefungen (coppelle), kleine Kanäle und andere Zeichen, die wahrscheinlich auf die Bronze- oder Eisenzeit zurückzuführen sind. Es lassen sich auch neuere Zeichen sehen, wie Kreuze und Schriften, sowohl in antiken als auch in neueren Schriftzeichen.<br />
Im Artikel werden die einzelnen Felsen beschrieben und dargestellt und man diskutiert über die Ähnlichkeiten mit anderen Funden im Alpengebiet. <span id="more-91"></span></em><span><br />
</span> <span> <strong>
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto9_jpg.jpg" title="Roccia n.1, part. Antropomorfo" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto9_jpg" alt="35-foto9_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto9_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto10_jpg.jpg" title="Roccia n.8, particolare della superficie superiore" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto10_jpg" alt="35-foto10_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto10_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto12_jpg.jpg" title="Roccia n.4, particolare del bacino nella parte inferiore" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto12_jpg" alt="35-foto12_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto12_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto14_jpg.jpg" title="Roccia n.6, Giovanni Beltranelli, scopritore delle rocce incise del Dosso Rezzonico-Cremia; la striscia scura è data da acqua fatta percolare lunga la doccia con le coppelle maggiori." class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto14_jpg" alt="35-foto14_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto14_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto16_jpg.jpg" title="Roccia n.6, particolare" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto16_jpg" alt="35-foto16_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto16_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto18_jpg.jpg" title="Roccia n.7, coppelle e canaletti" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto18_jpg" alt="35-foto18_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto18_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto19_jpg.jpg" title="Roccia n.7, coppelle canaletti e due antropomorfi" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto19_jpg" alt="35-foto19_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto19_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto20_jpg.jpg" title="Roccia n.7, canaletti, croci, antropomorfi" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto20_jpg" alt="35-foto20_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto20_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto21_jpg.jpg" title="Roccia n.7, antropomorfo scutiforme" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto21_jpg" alt="35-foto21_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto21_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto23_jpg.jpg" title="Roccia n.8, particolare della superficie superiore" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto23_jpg" alt="35-foto23_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto23_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto24_jpg.jpg" title="Roccia n.9, le coppelle sono allineate in una doccia naturale." class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto24_jpg" alt="35-foto24_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto24_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/35-foto26_jpg.jpg" title="Roccia n.17, particolare" class="shutterset_set_18" >
								<img title="35-foto26_jpg" alt="35-foto26_jpg" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/incisioni-rupestri-a-s-maria-rezzonico/thumbs/thumbs_35-foto26_jpg.jpg" width="100" height="75" />
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INTRODUZIONE</strong></span></p>
<p>Nel corso delle ricerche che hanno preceduto l&#8221;allestimento della mostra L&#8221;Antica Via Regina &#8211; tra gli itinerari stradali e le vie d&#8221;acqua del Comasco realizzata fra il dicembre 1994 e il gennaio 1995 dalla Società Archeologica Comense e dal Comitato Antica Strada Regina <a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=35','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=35#">(1) </a>il sig. Giovanni Beltramelli di Dongo ci ha indicato alcune rocce incise su un promontorio ubicato al confine dei territori comunali di S. Maria di Rezzonico e Cremia (Provincia di Como). Tali rocce sono state da lui scoperte nel 1989 e 1990; esse sono poi state segnalate alla Soprintendenza Archeologica della Lombardia dal dott. Fabio Calvino.</p>
<p>Alcuni affioramenti incisi sono stati oggetto di ricerche pubblicate sulla &#8221;Raccolta di studi&#8221; edita dalla Società Archeologica Comense a documento della citata mostra (Blockley, Frigerio, Niccoli, 1995; Pozzi, 1995). Da allora la zona è stata esplorata in dettaglio e altre rocce incise sono state reperite o ritrovate, mentre altre ancora sono state scoperte rimuovendo la vegetazione che le nascondeva o le ricopriva (edera, rovi, muschi, licheni).<br />
La presente ricerca è stata svolta in accordo con la dott.ssa Donatella Caporusso della Soprintendenza Archeologica della Lombardia. Sono stati presi in esame solo i materiali di superficie (ossia le rocce incise) senza effettuare nè sondaggi nè scavi per la ricerca di eventuali contesti archeologici.<br />
La particolare concentrazione di rocce incise in questa zona sembra essere stata determinata da fattori diversi, che verranno discussi più avanti. Anticipiamo qui che le incisioni sono state eseguite in periodi successivi che spaziano dalla preistoria ai giorni nostri. Questo ripetersi di interventi sulle rocce affioranti sembra mostrare un desiderio o una esigenza di persone della zona di lasciare dei messaggi. Situazione che si ripropone con una certa periodicità anche dopo lunghi periodi di silenzio, a seguito di un processo quasi inconscio o, più semplicemente, perché i segni e i simboli incisi in un periodo lontano suggeriscono l&#8221;idea di fare altrettanto.<br />
Il ripetersi nel tempo di questi interventi umani sulle rocce affioranti è attestato in molte altre zone dove si concentrano le incisioni rupestri: prima fra tutte la Valcamonica.</p>
<p>I segni più antichi consistono in coppelle <a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=35','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=35#">(2)</a>, spesso unite da canaletti, che sembrano scavati per raccogliere e far scorrere dei fluidi. Compaiono poi dei segni enigmatici che possono ricollegarsi a figure antropomorfe, del tipo detto a &#8221;ø&#8221;. Abbastanza rare le incisioni piediformi, che invece sono frequenti in altre località del nostro territorio (Spina Verde, Triangolo Lariano, provincia di Sondrio) e in tutto l&#8221;arco alpino. Più tarde sembrano essere le incisioni di croci, talvolta a bracci uguali, più spesso con la base più lunga (simbolo cristiano). In alcuni casi notiamo la presenza di figure antropomorfe che sembrano assomigliare a croci; forse queste sono state trasformate in un secondo tempo in figure dall&#8221;aspetto umano, o viceversa. In un caso o nell&#8221;altro sembra di riconoscere i segni di una cristianizzazione di rocce adibite in precedenza a culti pagani. Ancora più tarde le incisioni di lettere (maiuscole e minuscole) che potrebbero essere delle abbreviazioni di parole o concetti. E per finire scritte recentissime anche datate (esempio: &#8221;W 1914&#8221;).</p>
<p><strong>DISTRIBUZIONE DELLE ROCCE INCISE NEL TERRITORIO COMASCO</strong><br />
Le rocce incise in modo non figurativo, che comprendono cioè coppelle, canaletti ed altri segni sicuramente eseguiti nell&#8221;antichità, sono frequenti su tutto l&#8221;arco alpino. Nel comasco ne sono state segnalate in molte località, talvolta con notevoli concentrazioni. Nell&#8221;alta pianura sono quasi assenti (un masso a Carate Brianza); abbondano invece, anche se compaiono in modo sporadico, sulle colline della Brianza e più in generale a Sud dei laghi (Lipomo, Albese, Capiago, Cantù, Vertemate, Orsenigo, Casletto di Rogeno, Lurago d&#8221;Erba &#8211; segnalazione inedita -, Sirtori, Monte Barro) <a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=35','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=35#">(3)</a>. Qui le incisioni sono state eseguite su massi erratici, ossia su rocce di provenienza alpina, portati a valle dai ghiacciai pleistocenici. Molti di essi, segnalati all&#8221;inizio del secolo, non sono più reperibili, forse a causa di un riutilizzo a scopo edile.<br />
Una particolare concentrazione di incisioni è presente sulla Spina Verde e sul Monte Goi, dove compaiono soprattutto su affioramenti di rocce tenere (arenaria) ma anche sulla più dura gonfolite; nel primo caso l&#8221;azione meteorica insieme al calpestio ne ha reso precaria la conservazione e difficile la lettura.</p>
<p><span>Abbastanza numerose, ma distribuite, sono le incisioni delle Prealpi; in questa fascia il substrato roccioso sedimentario non offre materiale adatto alla loro conservazione. Nella zona, infatti, esse sono presenti quasi esclusivamente sui massi erratici. Eventuali incisioni eseguite su calcari teneri e marne del substrato non si sono conservate; infatti queste rocce, quando affiorano, subiscono una lenta degradazione ad opera degli agenti atmosferici (piogge acide naturali che determinano il fenomeno del carsismo di superficie).</span></p>
<p>Il passaggio dalle rocce sedimentarie a quelle cristalline è repentino ed avviene lungo la linea della Grona, che corre da Ovest a Est passando a settentrione di Menaggio (questa linea ideale è intesa anche come limite fra Prealpi e Alpi). A Nord di essa le incisioni rupestri mostrano una distribuzione diversa: non sono più limitate ai massi erratici, ma compaiono su affioramenti rocciosi che sono stati lisciati dall&#8221;azione esaratrice dei ghiacciai; ma ne troviamo anche su pietre che, per le loro dimensioni e quindi per la loro mobilità, sono state riutilizzate<br />
in tempi relativamente recenti.  Infatti ne possiamo spesso vedere sui corsi superiori dei muretti a secco (o anche cementati).</p>
<p>La presenza delle incisioni rupestri &#8211; qui come altrove &#8211; sembra essere legata alla frequentazione dei luoghi da parte dell&#8221;uomo nei tempi passati; le loro concentrazioni potrebbero indicare una antica sacralità del luogo secondo i canoni di una religione che ha preceduto l&#8221;avvento del paganesimo vicino-orientale, mediterraneo e centro-europeo (Celti, Romani) e che si è mantenuta anche nel periodo della massima diffusione di quest&#8221;ultima, fino all&#8221;avvento del cristianesimo.</p>
<p><strong>METODO DI RILEVAMENTO E DI RESTITUZIONE GRAFICA</strong><br />
L&#8221;ubicazione degli affioramenti incisi non viene data mediante una dettagliata cartografia; la situazione vegetazionale non consente di effettuare un rilievo topografico senza drastici tagli dell&#8221;alto fusto. D&#8221;altra parte una cartografia particolareggiata porrebbe comunque delle difficoltà a chi volesse raggiungere le singole rocce. Ho quindi preferito dare la descrizione di alcuni itinerari pedonali con partenza da punti raggiungibili in auto. La base cartografica (tav. I) è la carta tecnica regionale scala 1:10.000 con reticolo chilometrico sovrastampato (nella nostra riproduzione è stata rimpicciolita).</p>
<p>I rilievi sono stati effettuati sovrapponendo alle superfici incise un reticolo con maglia da cm 10&#215;10, teso da una cornice smontabile (fig. 15). I disegni sono stati poi realizzati in scala 1: 10 (e ulteriormente rimpiccioliti nelle figure allegate, su cui viene sempre riportata la scala grafica). I disegni rappresentano la proiezione in piano delle superfici rocciose; di ciascuna di esse presentiamo una o più sezioni (spesso a scala diversa) che consentono di leggere la forma e la pendenza della roccia.</p>
<p>La restituzione grafica delle incisioni è stata fatta nel modo seguente. Le coppelle sono rappresentate in scala e la loro profondità approssimativa è indicata dalle isoipse. Le coppelle poco profonde e gli altri segni poco marcati o dai confini incerti vengono rappresentati con una punteggiatura, che diviene più intensa là dove l&#8221;incisione è più profonda. Anche i canaletti sono rappresentati con punteggiatura fitta. In nero pieno sono rappresentate le incisioni profonde e regolari; il contorno indica il tipo di solco: netto se l&#8221;incisione ha confini ben marcati e punteggiato se è irregolare e incerto.</p>
<p>Alcune riproduzioni fotografiche sono state eseguite evidenziando con il gesso le incisioni; tali marcature sono state subito eliminate mediante lavaggio con acqua.<br />
Nel testo che segue le rocce incise sono identificate mediante numeri; la numerazione è stata data per gruppi. In qualche caso segue l&#8221;ordine di reperimento o di inizio delle fasi di rilevamento. I numeri superiori al 50 indicano &#8221;posizioni&#8221; riferite a incisioni su pietre staccate dal substrato roccioso, che possono essere distanti dalla propria ubicazione originale; oppure segni isolati che compaiono su rocce affioranti, anche lontane dalle superfici descritte.</p>
<p><strong>DESCRIZIONE MORFOLOGICA, GEOLOGICA E VEGETAZIONALE</strong></p>
<p>La zona che abbiamo definito &#8221;Dosso Rezzonico-Cremia&#8221; è un pianoro ubicato poco sopra la quota 400, che si estende sul territorio contiguo dei due comuni (la superficie del Lago di Como &#8211; zero idrometrico &#8211; è a quota 199). <span>Morfologicamente appartiene ad un costone che si protende verso il ramo di Colico del Lario (riva occidentale) scendendo dalla cresta che unisce i Monti Grona e Bregagno (spartiacque dei bacini dell&#8221;Adda e del Ticino).</span></p>
<p>Il dosso è inciso da una vallecola in cui corre sempre una modesta quantità di acqua; questa si infiltra nel suolo nella parte pianeggiante del dosso, per riapparire poco più a valle.<br />
Il substrato geologico è costituito da micascisti del Basamento Cristallino Subalpino, fittamente piegati e fagliati (Calvino, 1996) ricchi di vene quarzose. La superficie ha subìto una sensibile esarazione glaciale, bene visibile sulle rocce affioranti.<br />
Queste sono numerose ed estese a monte del pianoro, soprattutto nella porzione meridionale, dove compaiono creste parallele orientate Sud-Ovest / Nord-Est; fra esse corrono sentieri a quote leggermente diverse. Lo stesso allineamento di emergenze rocciose, di dimensioni più contenute, si osserva in vari punti della zona interessata dalle incisioni; si tratta di affioramenti orientati anch&#8221;essi Sud-Ovest/Nord-Est e inclinati verso il lago.</p>
<p>Alcuni di essi, a forma di dorso di balena, portano incisioni nella loro porzione alta e media. L&#8221;orientamento della scistosità della roccia si identifica con quello delle creste degli affioramenti; esso punta verso il gruppo dei Monti Legnone e Legnoncino, ubicati ad oriente del Lario. Per la loro altezza (rispettivamente m 2.609 e 1.714), per la visibilità e per la loro sagoma piramidale le due vette costituirono forse un motivo di alto interesse per gli esecutori delle incisioni più antiche (fig. 24, 25).<br />
Dal punto di vista vegetazionale, tutta la zona è ricoperta da un bosco di castagni e betulle, in vari punti assai degradato a causa di un incendio propagatosi all&#8221;inizio degli anni &#8221;90. Su parti di esso cresce un folto sottobosco (felce aquilina, rovo, ginestra, giovani robinie) che nella stagione estiva rende difficile il passaggio e l&#8221;ubicazione degli affioramenti incisi.</p>
<p>Il bosco comunque è di formazione recente; in passato tutta la zona doveva essere stata utilizzata a pascolo, con qualche piccola superficie a coltivo. Sono visibili dei terrazzamenti e dei muri a secco per il sostegno dei primi e per la divisione di proprietà e pertinenze; in alcuni punti modeste superfici sono limitate da pietre piatte poste verticalmente. Numerosi i piccoli fabbricati rurali (fienili e stalle, alcuni con un locale di abitazione al piano superiore) quasi tutti cadenti. La loro presenza non troverebbe giustificazione se la zona, in passato, fosse stata occupata come oggi dal bosco.</p>
<p><strong>ITINERARI</strong></p>
<p>Da Rezzonico. Itinerario n. 1. &#8211; Si lascia la S.S. Regina alla chiesa di S. Maria; si sale superando le frazioni di Torre e di Marena fino a raggiungere Soriano, dove si lascia l&#8221;automezzo al primo tornante (quota 356). Si sale per una breve scalinata raggiungendo l&#8221;antico tracciato di una mulattiera che, con lieve pendenza, sale verso Nord-Est. Sotto il pronao di un fabbricato dall&#8221;aspetto antico (resti di un vecchio convento) troviamo due lastre litiche utilizzate come panchine (Pos. 51 A e 51 B) (fig. 4); si prosegue superando un&#8221;ampia cappella sulla destra e un lavatoio sulla sinistra; poco dopo verso sinistra si incontra un vicolo a fondo cieco che porta all&#8221;ingresso di un cortile (Qui sono presenti alcune pseudo-coppelle che altro non sono che punti in cui si imperniavano i cardini di un antico portone).</p>
<p>Di fronte a questo ingresso vi è un muretto di pietre cementate che nella parte superiore comprende tre lastre incise a coppelle e canaletti (Pos. 52 A, B, C). Un centinaio di metri più avanti, dopo l&#8221;ultima casa della frazione, la mulattiera diviene sentiero pedonale, svolta a sinistra e prosegue in salita. Su una delle pietre che costituiscono la pavimentazione verso valle, si nota una coppella incompleta per la rottura del sasso (Pos. 53). Si prosegue per circa 400 metri, poi il sentiero corre alla base di ampie emergenze rocciose; alla sommità di un basso affioramento verso valle si nota la presenza di una coppella isolata (Pos. 54) e poco oltre, verso monte, una croce incisa (Pos. 55).</p>
<p>Dopo un tratto pianeggiante, lungo circa 200 metri, sulla sinistra vi è una piccola emergenza rocciosa isolata (alta circa 60 cm) che alla sommità porta una coppella poco profonda (Pos. 56). Dopo un ulteriore tratto pianeggiante, sulla sinistra si nota un affioramento ricoperto da muschi, sul quale si nota una traccia di sentiero. <span>Si segue questa diramazione e dopo circa 15 metri si raggiunge la Roccia n. 1.</span></p>
<p>Da questa si scende verso valle per un centinaio di metri e si raggiunge il piccolo affioramento della Roccia n. 3; circa 30 metri più a Nord si trova la Roccia n. 4. Mantenendosi sulla medesima quota e portandosi verso Sud si nota l&#8221;imbocco di un sentiero che prosegue nella medesima direzione incuneandosi fra rocce affioranti con pareti verticali (lato valle). Su una di queste (Pos. 58) si nota una grande incisione quadrangolare forse molto recente. Si prosegue verso Sud in leggera discesa; dopo quasi 400 metri, dove il sentiero è più ripido e vi si convogliano delle acque, si nota una piccola deviazione sulla sinistra (ossia verso valle) nel folto della vegetazione (cespugli e felci). A brevissima distanza dal sentiero principale è posta la Roccia n. 2.<br />
Ancora dalla Roccia n. 1 si sale sul sentiero di crinale, che subito scende ad un piccolo ruscello; senza varcarlo, mantenendosi sulla sua riva destra, si sale leggermente e si incontra la Roccia n. 6. Si ritorna sul sentiero, si guada il ruscello e si sale nel bosco di castagni lasciandosi alle spalle un piccolo pianoro con una delimitazione quadrangolare formata da lastre verticali.</p>
<p>Verso monte, dopo una cinquantina di metri in salita, che diviene ripida, si incontra la Roccia n. 7. Da qui, salendo su una superficie scoscesa e superando un affioramento, si raggiunge la Roccia n. 11. Partendo dalla Roccia n. 7 e dirigendosi verso Nord, seguendo una lieve traccia pianeggiante, dopo un centinaio di metri si incontra una prominenza con qualche incisione (Roccia n. 10); proseguendo ancora e portandosi un poco verso valle, in una posizione panoramica e prominente si raggiunge la Roccia n. 12.</p>
<p>Da Rezzonico. Itinerario n. 2. &#8211; Dalla frazione Soriano si superano due tornanti; al terzo si lascia l&#8221;auto e si percorre la stradina che passa nell&#8221;abitato (sulla destra una lastra di pietra porta due incisioni rettangolari recenti). Senza superare una valletta in cui corre poca acqua, si sale raggiungendo la parte alta della frazione. Il sentiero si dirige verso Nord-Est (seguendo un corso parallelo a quello descritto nell&#8221;itinerario n. 1). Sulla destra si nota un piccolo affioramento con una coppella sommitale (Pos, 59); poco oltre vi è una cappelletta costruita sulla roccia. Da qui il sentiero scende leggermente e diviene poi orizzontale; su una pietra del muretto verso valle vi sono incisioni (piccole coppelle con canaletti; Pos. 60).</p>
<p>Il sentiero prosegue e porta al Dosso Rezzonico-Cremia; nel punto più alto, sulla sinistra, troviamo la Roccia n. 5. Da qui il sentiero tende a perdersi: verso monte si notano grandi superfici rocciose (che comprendono le Rocce incise n. 8, 9 e 13 vedi itinerario n. 3); proseguendo verso Nord si incontra la Roccia n. 6 (vedi itinerario n. 1).<br />
Da Rezzonico. Itinerario n. 3 &#8211; Si supera la frazione Soriano fino al quarto tornante, dove termina un tronco di strada lungo circa 1200 metri; qui si lascia l&#8221;auto (quota 447). Si prende un sentiero in direzione Nord-Est per breve tratto in discesa, poi in lieve salita. Dopo circa 200 metri sulla destra, a breve distanza dal sentiero, è ubicata la Roccia n. 13. Si procede per poco più di 200 metri fin dove il sentiero diviene orizzontale.</p>
<p>Verso destra si nota la presenza di continui affioramenti rocciosi; un varco fra la vegetazione e fra gli spuntoni di roccia ci permette di portarci sulla parte sommitale del grande affioramento roccioso posto a valle del nostro sentiero. Qui si trova la Roccia n. 8 (localmente detta Sass Tajàa) e, qualche metro più a Nord, la Roccia n. 9. (R 8 è nettamente visibile per una spaccatura che la interessa; entrambe poi lo sono per la loro posizione prominente). Da qui, scendendo lungo l&#8221;affioramento in direzione Sud per poco più di 100 metri, si raggiunge la Roccia n. 14.</p>
<p>Dal sentiero principale, poco dopo la deviazione per raggiungere R8 e R9, si stacca sulla sinistra un sentiero ad andamento orizzontale e in direzione Sud-Ovest; dopo una cinquantina di metri si raggiunge uno spiazzo erboso con un capanno di caccia. Sul ciglio del pianoro si trova la Roccia n. 19. Girando attorno al capanno e salendo per pochi metri si incontra la Roccia n. 20 e, poco a Nord di questa, la Roccia n. 21.</p>
<p>Proseguendo ancora sul sentiero principale, circa 20 metri oltre R8 e R9, si nota una piccola pietra affiorante con una coppella (Pos. <span>61); più avanti si incontra una vallecola; la si supera scendendo leggermente e seguendo una traccia poco marcata. Poco dopo inizia un vasto affioramento; nella parte superiore, fra la vegetazione, troviamo una piccola roccia orizzontale con qualche incisione (Roccia n. 18); più a valle e poco oltre, verso la parte centrale del grande affioramento, la Roccia n. 11.</span></p>
<p>Il sentiero attraversa questo roccione nella sua parte alta; ad un tratto il passo sembra sbarrato da una emergenza (che il sentiero deve superare): è la Roccia n. 17.<br />
Si ritorna alla vallecola sopra indicata e si segue il sentiero in salita che ci porta ad un fabbricato rustico poco sotto ad un pianoro. Si oltrepassa quest&#8221;ultimo (quota 500 circa) e si scende nel bosco (che qui è quasi libero dalla vegetazione arbustiva). Si incontra la Roccia n. 16 (un lastrone in media pendenza che non emerge dal suolo); verso Sud, quasi alla medesima quota, troviamo la Roccia n. 22. Qualche decina di metri ancora più a Sud, ad un livello lievemente più alto, incontriamo nuovamente la Roccia n. 17 (vedi sopra).</p>
<p>Variante per Pian di Cée. Dal pianoro a quota 500 (vedi sopra) si segue un sentiero/mulattiera che corre in leggera salita in direzione Sud (si tratta della strada che da Vezzedo porta a Gallio); la si segue fino al suo punto più alto. Qui inizia un sentiero che sale verso monte per poi girare in direzione Nord. Si passa sotto alle due linee di alta tensione, poi si prende un sentiero sulla sinistra che accompagna ad un pianoro in parte boscato e in parte pratoso; qui sorge la Cascina Pian di Cée (quota 550). Nella parte meridionale, fra giovani piante d&#8221;alto fusto, affiorano diversi massi incisi (R 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32). A una quota<br />
leggermente maggiore si trova la Roccia n. 33.<br />
Da Cremia. Itinerario n. 4 &#8211; Dalla Strada Regina, frazione S. Vito, si sale a Vignola (sede comunale) proseguendo per Cheis; si segue la strada pianeggiante che porta ad un piazzale di sosta.</p>
<p>A piedi si prosegue superando la profonda Valle Vezzedo e si raggiunge la frazione omonima. Nell&#8221;abitato si notano varie incisioni recenti (poco leggibili) su rocce affioranti e su pietre del lastricato. A valle di un piccolo vigneto, sotto una cappellina dedicata alla Madonna, affiora la Roccia n. 23. Si prosegue verso Sud superando la Valle delle Vacche e si sale per un comodo sentiero, spesso limitato da muretti a secco, attraverso un bosco di castagni.</p>
<p>Lungo il percorso, circa 40 metri a monte della strada, si nota un affioramento a dorso di balena, dalla superficie molto ripida; è inciso nella sua parte superiore (R 25). Si raggiunge poi una scala intagliata nella roccia (fig. 5); poco oltre, al termine dell&#8221;affioramento, si trova la Roccia n. 24. Più avanti ancora (65 metri circa) ad una decina di metri dal sentiero, sulla sinistra, vi è un dosso panoramico (non facile da individuare a causa della fitta vegetazione) con incisioni: è la Roccia n. 15. Procedendo verso Sud si raggiunge la zona centrale del Dosso (R 1, 3, 4).</p>
<p><strong>DESCRIZIONE DELLE ROCCE INCISE</strong><br />
Roccia n. 1 &#8211; Tav.  II &#8211; Figg. 6, 7, 8, 9<br />
E’ ubicata su una piccola emergenza del dosso; una posizione che possiamo definire<br />
importante in quanto si trova all&#8221;incrocio di due percorrenze: il sentiero, ancora utilizzato, che unisce le frazioni di Soriano e Vezzedo e un sentiero che segue una costa appena pronunciata che proviene da valle e prosegue verso monte.<br />
E’ un affioramento poco emergente, liscio e ondulato, che si estende per 13 metri da monte a valle (di cui 8,5 incisi) e per 8 metri in larghezza. Ha una pendenza lieve e irregolare. All&#8221;estremità superiore si notano tre piccole coppelle; seguono 4 metri senza incisioni, poi inizia una serie complessa di coppelle e canaletti.</p>
<p>Sono frequenti le coppie di coppelle unite da un singolo canaletto; in qualche caso esse sono disposte sul medesimo piano, in altri su due piani diversi tanto che un eventuale fluido versato nella superiore scorrerebbe nel canaletto fino a quella inferiore. Interessante è la presenza, nella parte alta, di una grande coppella del diametro di circa 30 cm da cui si diparte un canaletto che porta a coppelle più piccole.<br />
Altre coppelle sono leggermente distaccate e non hanno solchi che le uniscano alle precedenti. Più in basso alcuni piccoli gruppi di coppelle unite da canaletti e, poco sotto, un &#8221;sistema&#8221; formato da due coppelle che confluiscono in un intaglio orizzontale abbastanza profondo e lungo 80 cm. <span>Dopo un altro gruppo di 4 coppelle troviamo l&#8221;incisione di un profilo umano e, poco sotto, vicino al limite inferiore dell&#8221;affioramento, delle lettere incise dal significato alquanto dubbio.<br />
Nella parte centrale troviamo alcuni gruppi di coppelle mentre, nella parte inferiore verso la destra di chi guarda dal basso, compaiono delle incisioni lineari che sembrano voler rappresentare due piccoli galli vicini ad una figura rettangolare. Ancora più a destra piccole coppelle e segmenti incisi che disegnano una figura che potrebbe essere definita antropomorfa (fig. 9).</span></p>
<p>Poco sotto, una serie di 4 intagli fusiformi, che difficilmente potrebbero essere ritenuti &#8221;affilatoi&#8221;. All&#8221;estremità destra dell&#8221;affioramento, in posizione mediana ed inferiore, la roccia presenta una inclinazione molto pronunciata; nella parte più alta è presente un gruppo di coppelle, quattro delle quali sono unite da canaletti che disegnano i bracci di una croce (fig. 8), ed una serie di incisioni lungo la linea di massima pendenza. Alcuni solchi sono interessati da linee trasversali che sembrano disegnare delle croci. Particolarmente fitte sono queste incisioni nella parte bassa verso destra.<br />
Irregolarmente distribuite sulla roccia vi sono alcune croci che potrebbero essere attribuite alla presenza cristiana; una è vicinissima ad una coppia di coppelle (fig. 7); una è inscritta in una figura lineare scutiforme, mentre altre sembrano del tutto indipendenti dalla presenza delle incisioni più antiche.</p>
<p>Secondo il tipo di incisione e secondo l&#8221;usura degli spigoli, coppelle e canaletti sono certamente i segni più antichi. Più recenti appaiono le incisioni parallele (alcune con bracci trasversali cruciformi) e la figura antropomorfa. Forse appartenenti all&#8221;epoca alto-medievale le incisioni dei galli, del profilo umano e delle scritte.<br />
8 metri a monte del limite superiore della Roccia n. 1, su una piccola emergenza rocciosa compare una coppella isolata (Pos. 62). (Bibl.: A. Pozzi, 1995).</p>
<p><em>Roccia n. 2. &#8211; Tav. III &#8211; Fig. 10</em><br />
E’ ubicata ad una certa distanza da tutte le altre, lungo il sentiero inferiore che si stacca dal costone principale nella zona dove si trovano R 3 e R 4. E’ lunga metri 5 e larga poco più di 2. La quasi totalità delle coppelle sono ripartite in due gruppi, separati da un piccolo avvallamento-fessura naturale. Il gruppo più numeroso, in posizione meridionale, mostra coppelle discretamente profonde e ubicate sul medesimo piano, unite da canaletti. Se in esse viene riversato un fluido, questo si distribuisce raggiungendole tutte. Nella parte settentrionale invece compaiono conche per lo più indipendenti l&#8221;una dall&#8221;altra. Nella parte occidentale e centrale dell&#8221;affioramento sono presenti tre altre coppelle (a quote inferiori rispetto ai due gruppi descritti).<br />
(Bibl.: A. Pozzi, 1995).</p>
<p><em>Roccia n. 3.</em><br />
E’ ubicata a valle di R 1 ed a breve distanza di R 4. Si tratta di un modesto affioramento sul quale compaiono due solchi paralleli che potrebbero essere stati provocati da ripetuti passaggi di carri o di slitte (l&#8221;incisione potrebbe però essere dovuta all&#8221;azione esaratrice dei ghiacciai quaternari). Fra le due linee compare una incisione di tipo vagamente floreale e, più a valle e al limite dell&#8221;affioramento, una incisione semicircolare (canale di raccolta di acque?). La roccia è stata descritta e studiata negli anni scorsi (P. Blockley, G. Frigerio, C. Niccoli, 1995).</p>
<p><em>Roccia n. 4. &#8211; Tav.  IV &#8211; Figg. 11, 12</em><br />
E’ un vasto affioramento, ubicato a breve distanza da R 3 in direzione Nord, la cui sezione monte-valle descrive una serie di ondulazioni che terminano in una conca in parte naturale. A brevissima distanza verso destra corre un ruscello (il medesimo che passa vicino a R 6).<br />
Le incisioni compaiono nella parte centrale e inferiore: fra esse una serie di coppelle su una superficie a sensibile pendenza, non bene definite e non adatte a contenere liquidi. Poco sotto troviamo una lieve depressione che confina con una linea trasversale che definisce l&#8221;inizio della parte più ripida dell&#8221;affioramento. Su quest&#8221;ultima sono ben visibili 5 canaletti (uno dei quali si divide in due) poco profondi che seguono la linea di massima pendenza; sembrano atti a convogliare modeste quantità di acqua. Una coppella più grande compare all&#8221;estremità destra (per chi guarda dal basso) della citata depressione.</p>
<p><span>Verso il centro vi è una incisione subrettangolare che potrebbe essere del tutto indipendente dalle altre e molto più recente.</span></p>
<p>Alla base dell&#8221;affioramento si nota una piccola conca, aperta verso valle. Sulla parte sinistra vi sono 5 coppelle poco profonde che disegnano un arco di cerchio; poco oltre una incisione più marcata a forma di ferro di cavallo. Nella parte opposta al limite destro della roccia, nella parte bassa, si notano alcune scritte: due volte la lettera &#8221;C&#8221;, una volta la cifra &#8221;4&#8221; ed altri segni lineari, angolati o curvi (una parte dell&#8221;incisione sembra essere stata asportata dall&#8221;erosione o dalla rottura della superficie rocciosa).<br />
Nella parte alta la Roccia 4 confina con il sentiero che da Vezzedo sale al dosso e prosegue per Soriano ad una quota inferiore del percorso principale, in direzione della Roccia n. 2. In prossimità di R 4 il sentiero costeggia l&#8221;affioramento nella sua parte più alta, per scendere leggermente in direzione Sud. Qui (parte sinistra alta) vi sono due incisioni ovoidali, larghe circa 20 cm, vicine ma a quote diverse come se fossero due gradini per facilitare l&#8221;accesso alla parte superiore dell&#8221;affioramento. La vicinanza del ruscello induce a pensare che da esso venisse attinta dell&#8221;acqua per farla scorrere nei canaletti fino a riempire la conca sottostante.</p>
<p>10 metri a monte dell&#8221;affioramento, sulla sinistra, vi sono due piccoli spuntoni di roccia; su quello meno prominente si notano due coppelle, una delle quali abbastanza profonda.<br />
(Bibl.: A. Pozzi, 1995, 1996).</p>
<p><em><br />
Roccia n. 5. &#8211; Tav.  V &#8211; Fig. 13</em><br />
Si trova nella parte alta e meridionale del Dosso, lungo il sentiero che dalla parte superiore di Soriano raggiunge la zona delle rocce incise (Itinerario n. 2). E’ posta in posizione sommitale, è lunga 7 metri e larga 5. Nella parte alta mostra coppelle di diverse dimensioni; una abbastanza grande ed altre piccole sono state approfondite con strumenti metallici e presentano una sezione cilindrica. Su tutta la roccia sono frequenti le croci, alcune incise con bordi irregolari ed altre con bordi netti, ottenuti usando strumenti metallici taglienti. In alcune croci la parte basale si divide in due rami divergenti, in qualche caso descrivendo un arco di cerchio, quasi a raffigurare una figura antropomorfa a gambe divaricate.<br />
All&#8221;estremità nord-occidentale compare una incisione abbastanza profonda, trapezoidale che prosegue verso il basso (limite dell&#8221;affioramento) formando dei micro-gradini (dimensioni 38 cm; larghezza dell&#8221;incisione: da 8 a 14 cm). Molto chiare alcune lettere in carattere maiuscolo: EM, P e PV; vicino a queste ultime troviamo una scritta incisa: &#8221;W 1919&#8221; eseguita probabilmente da ragazzi locali chiamati al servizio di leva.</p>
<p><em>Roccia n. 6 &#8211; Tav.  VI &#8211; Figg. 14, 15, 16</em><br />
E’ situata poco sopra R 1, sulla riva destra del ruscello che solca il dosso. E’ un affioramento dalla superficie liscia e alquanto ondulata, lungo 22 m e largo fino a 8 m. Nella parte alta e media compaiono poche incisioni: alcune coppelle, due croci e un canaletto incompleto che scende verso destra (per chi guarda dal basso). Seguendo la linea dorsale dell&#8221;affioramento, nella parte medio-bassa troviamo 5 coppelline poco profonde, disposte in cerchio, che disegnano una &#8221;rosetta&#8221; senza centro. Segue un tratto di 4,5 m senza incisioni, dopodiché compare una importante serie di coppelle distribuite lungo una doccia, dovuta all&#8221;azione abrasiva del ghiacciaio, che incontra alcune lievi fessure strutturali. Le coppelle (alcune delle quali del diametro di 10 cm) si allineano lungo il fondo della doccia e delle fessure che, nell&#8221;insieme, sembrano qui sostituire i canaletti artificiali che su altre rocce consentono il defluire di un liquido da una coppella all&#8221;altra.</p>
<p>Non mancano brevi canaletti incisi intenzionalmente che uniscono fra loro alcune coppelle. Nella parte bassa notiamo la presenza di una conca lunga 45 cm e altre coppelle, anche di dimensioni medio-grandi. Sono presenti tre croci ed alcune incisioni dal significato sconosciuto.<br />
Alla parte alta della serie di coppelle allineate si affianca una incisione particolare:un piccolo foro centrale contornato da una circonferenza sottile del diametro di 10 cm. Questa figura può ricollegarsi forse a figure analoghe, reperibili in varie parti dei rilievi alpini, eseguite in epoca recente per stabilire un punto fisso per rilevamenti topografici.</p>
<p><span>Nella parte inferiore dell&#8221;affioramento sono presenti diverse lettere dell&#8221;alfabeto, alcune in carattere maiuscolo e altre in minuscolo, di tipo arcaico. Ancora più in basso vi sono due lettere (C e B) di incisione più recente.</span></p>
<p><em>Roccia n. 7 &#8211; Tav.  VII, VIII/a, VIII/b &#8211; Figg. 17, 18, 19, 20, 21</em><br />
E’ la roccia che offre il maggiore interesse per la varietà dei segni che porta. E’ ubicata a monte della zona pianeggiante del dosso e sovrasta R 1 e R 6 (vedi itinerario n. 1).<br />
Si tratta di un affioramento a dorso di balena, lungo circa 20 metri e largo fino a 8. E’ incisa su quasi tutta la superficie, per una lunghezza dall&#8221;alto di metri 17,5 (la parte inferiore è molto ripida e non porta incisioni).<br />
Nella parte superiore sono presenti 7 coppelle (gruppo 1); alla loro sinistra (per chi guarda dal basso) troviamo due croci piccole ed una più grande (altezza cm 23) il cui braccio inferiore, più lungo, prosegue in un canaletto ad andamento irregolare.</p>
<p>Segue un secondo gruppo di 10 coppelle; alcune di esse sono vagamente allineate; ad esse segue (dopo breve stacco) un canaletto che, pur interrotto, si prolunga per m 1,70; a lato, una coppella e subito sotto una seconda, che si inserisce nel canaletto (dopo una breve interruzione). Sotto al secondo gruppo di coppelle ed a lato del canaletto troviamo una serie di linee ad andamento irregolare; fra esse si inseriscono delle croci, di cui una vagamente antropomorfa. Segue un terzo gruppo di coppelle; da quella più grande, a monte, si dipartono due canaletti. Sono presenti 4 croci. Dalla coppella grande le incisioni si aprono a ventaglio e divengono sempre più complesse. Verso sinistra, dopo una superficie senza incisioni, compare una serie di 4 croci, tre delle quali inserite in una figura rettangolare (alta 25 cm). Al centro della grande roccia vi è una scritta molto netta &#8221;MC&#8221; e poco sotto un numero abbastanza bene leggibile: &#8221; 1889&#8221;. In questa parte compaiono croci ed incisioni definibili &#8221;antropomorfi a ø&#8221;. Sotto questo complesso gruppo di figure troviamo disegnato (incisioni rettilinee poco profonde) un grande rettangolo che in alto è largo m 1,1 per allargarsi in basso a m 1,30; la sua altezza (lungo la linea di massima pendenza) è di m 1,7.</p>
<p>All&#8221;esterno e soprattutto al suo interno troviamo diverse croci, alcune vagamente antropomorfe. Sempre all&#8221;interno anche una lettera &#8221;B&#8221;. Sulla sinistra altre croci di tipo cristiano. Al centro dell&#8221;affioramento, poco a destra del grande rettangolo, si notano delle strane figure; alcune sembrano delle lettere maiuscole, altre disegnano linee unite ad angoli retti. Fra queste appare una immagine che richiama la forma di una bottiglia con il fondo piatto e il collo stretto. Seguono, verso il basso, altre incisioni appena accennate e di difficile lettura.<br />
Nella parte destra dell&#8221;insieme figurativo aperto a ventaglio troviamo una serie di canaletti ad andamento lineare o vagamente ondulatorio; a fianco due croci, una coppella ed altri segmenti rettilinei. I canaletti si sviluppano per una lunghezza di quasi tre metri, sfiorando il limite destro dell&#8221;affioramento. Nella parte inferiore di questo insieme di figure compare il quarto gruppo di coppelle (in numero di 18). Fra queste, una piccola incisione che richiama l&#8221;uomo balestra o a trottola (tav. VIII/a) descritto da Astini (1973) che lo ha trovato sopra Luino (Varese); figure analoghe compaiono anche in Val Solda (Como) (Pozzi, 1996).</p>
<p>All&#8221;estremità destra della roccia troviamo una figura di grande interesse: un antropomorfo scutiforme (fig. 21 &#8211; tavv. VIII/a, VIII/b). Sotto questa figura, sempre sulla destra, segue una serie complessa di incisioni: canaletti ad andamento rettilineo che descrivono angoli retti ed acuti; un antropomorfo “a ø”, croci, piccole coppelle.</p>
<p>Per facilità espositiva consideriamo chiusa la porzione descritta, allargata a ventaglio. La base di questo è caratterizzata da una netta riduzione di pendenza della superficie rocciosa; si viene qui a formare una conca poco profonda, chiusa verso valle da una emergenza lievemente convessa. In questa zona, sulla destra, troviamo una croce con la base ripartita (come la figura descritta in R 5), una lettera &#8221;B&#8221; e una &#8221;S&#8221; (quest&#8221;ultima dai contorni netti). All&#8221;estremità sinistra vi è una depressione che, se viene riempita d&#8221;acqua, disegna una figura a forma di bottiglia (come quella descritta sopra).</p>
<p><span>Al centro e sulla emergenza convessa, un quinto gruppo di coppelle (una quarantina) di cui cinque coppie unite due a due da canaletti.<br />
Sotto alla parte sinistra si notano delle lettere maiuscole male leggibili insieme ad una croce e ad un antropomorfo “a ø”.<br />
Seguendo l&#8221;andamento della superficie rocciosa, nella parte destra troviamo due croci e, poco sotto, una serie di canaletti dall&#8221;andamento ancora più strano: sono linee rette e curve che si dividono e si dirigono verso il basso, alcune riunendosi come in una confluenza. Da osservare che in due punti queste linee/canaletti si incontrano verso l&#8221;alto. La loro posizione reciproca non consente di ipotizzame la funzione, in quanto non si tratta certo di canaletti atti a far defluire dei liquidi da una coppella all&#8221;altra. Sulla destra di questo gruppo di linee compare un ultimo antropomorfo &#8221;a ø&#8221;.</span></p>
<p><em>Roccia n. 8 &#8211; Tav.  IX &#8211; Figg. 22, 23</em><br />
E’ ubicata in posizione dominante (come R 9) al sommo del grande affioramento che si costeggia superiormente seguendo l&#8221;itinerario n. 3. Localmente è detta &#8221;Sass Tajàa&#8221; in quanto attraversata da una fessura obliqua che, sul piano alto, divide in due zone la superficie incisa. La parte meridionale porta una quarantina di coppelle, alcune delle quali unite due a due da canaletti. Il masso presenta una parete verticale verso valle, mentre la parte opposta è meno ripida e ha altre coppelle (una coppia, tre coppelle piccole e una conchetta allungata). Una coppellina isolata è presente vicino all&#8221;estremità meridionale, ad un livello molto inferiore rispetto al gruppo sommitale.<br />
Sulla parte settentrionale del masso, oltre la fessura, compare un gruppo di una quindicina di coppelle. Tre di esse sono unite formando un triangolo ed a questo si collegano, per mezzo di canaletti, una quarta coppella isolata ed un gruppo di due. Sono presenti anche conche allungate poco profonde.<br />
(Bibl.: F. Calvino, 1996).</p>
<p><em>Roccia n. 9 &#8211; Tav.  X &#8211; Figg. 24, 25</em><br />
Pochi metri a Nord di R 8 troviamo un&#8221;altra emergenza rocciosa, subpianeggiante nella parte superiore, su cui si nota la presenza di due gruppi di 3 coppelle (allineate ma distanziate); a circa 3 metri verso Nord-Est vi è una serie di 11 coppelle che formano un allineamento non rettilineo, ma che segue la linea più profonda di una piccola doccia. Esso sembra orientarsi verso il ramo lecchese del Lago di Como. A monte di questo allineamento vi sono coppelle sparse, fra le quali compare la scritta &#8221;W 1914&#8221;, una lettera &#8221;P&#8221; e due croci.</p>
<p><em>Roccia n. 10</em><br />
Si trova su un piccolo promontorio isolato, un centinaio di metri a Nord di R 7 (quasi alla medesima quota). Si nota una coppella sul punto più elevato dell&#8221;affioramento ed alcune conche incise poco a valle (in direzione del lago) che si perdono fra fessure naturali. Sarebbe di scarso interesse se non fosse per la posizione dominante della piccola emergenza.</p>
<p><em>Roccia n. 11 &#8211; Tav.  XI</em><br />
Si trova sul vasto affioramento a Nord della vallecola indicata nell&#8221;itinerario n. 3, un poco a monte di R 7. A valle di una vistosa fessura troviamo 4 grandi coppelle (diametro circa 15 cm) unite due a due da canaletti; vicino a queste, un gruppo di 9 coppelle, oltre a due poco profonde e ad una piccola conca. A poco più di un metro verso valle, un gruppo di 3 coppelle; a meno di due metri dal primo gruppo delle 4 grandi coppelle, in direzione Nord, vi è una conca subtriangolare con alcune piccole coppelle; più avanti, due coppelle unite da un canaletto.</p>
<p><em>Roccia n. 12</em><br />
E’ una piccola emergenza che si raggiunge da R 10 portandosi in direzione del lago e superando un lieve pianoro coperto da fitta vegetazione. Troviamo una coppella sommitale, alcune incisioni naturali (una delle quali sembra allargata intenzionalmente) e, poco oltre, un gruppo di 6 piccole coppelle, di cui una oblunga. Come per R 10 questa roccia è ben poco interessante, salvo che per la posizione; infatti la parte incisa si trova nella parte alta di un costolone di roccia seguendo il quale l&#8221;occhio corre alle vette dei Monti Legnone e Legnoncino.</p>
<p><em>Roccia n. 13 &#8211; Tav.  XII/a</em><br />
Si trova all&#8221;inizio del percorso descritto nell&#8221;itinerario n. 3. E’ una emergenza rocciosa che rappresenta il culmine di un più vasto affioramento. Nella parte sommitale la superficie si presenta convessa e leggermente inclinata verso valle. <span>Troviamo qui un gruppo di 24 coppelle (oltre ad altre conchette poco profonde) che sembrano costituire almeno 6 allineamenti vicini, ad andamento lievemente curvo; a valle di questi ed a lato di uno di essi notiamo una fessura ad andamento irregolare che disegna angoli retti e che è stata approfondita intenzionalmente. Poco oltre, in direzione Nord, una conca larga 15 cm, aperta verso valle. A monte del primo gruppo si notano due canaletti incisi su una paretina molto ripida, rivolta a monte; due coppelle del diametro di circa 8 cm si trovano nella parte alta: una alla sorgente del primo canaletto, l&#8221;altra fra questa e l&#8221;inizio del secondo canaletto.</span></p>
<p><em>Roccia n. 14 &#8211; Tav.  XII/b</em><br />
E’ situata nella parte meridionale e medio-bassa del grande affioramento sotto R 8 e R 9 (vedi itinerario n. 3). Si tratta di un gruppo di 9 coppelle incise su una superficie emergente, posta poco a valle di uno spuntone leggermente più alto. Alla distanza di m 4,5 verso monte, dove la superficie rocciosa inizia a diventare ripida, vi sono due vaschette scavate intenzionalmente. La prima, inferiore, è triangolare e lunga 25 cm; la seconda, poco sopra, è trapezoidale (lunghezza massima 40 cm, larghezza poco più di 20 cm). Entrambe sono intagliate nella superficie rocciosa a forte pendenza e sono adatte a contenere poca acqua (profondità 3-4 cm). Dato che in tutto il territorio non si osservano conche simili, scavate dall&#8221;uomo per motivi pastorali (come ad esempio per contenere del sale), è possibile ipotizzare che siano coeve delle coppelle e legate ad esse nella loro funzionalità.</p>
<p><em>Roccia n. 15</em><br />
E’ ubicata sul versante di Vezzedo, lungo il sentiero che sale al dosso (itinerario n. 4), su un piccolo promontorio costituito da un gruppo di rocce bene lisciate dal ghiacciaio, in posizione dominante. Su uno di essi compare la scritta &#8221;33 CC&#8221; ed alcune lettere poco decifrabili (forse &#8221;ECL&#8221; rovesciate come in uno specchio). A poco più di un metro dalla prima scritta vi sono 6 coppelle vicino ad una infossatura rettangolare (larga 18 cm). Su una seconda roccia affiorante compaiono lettere più chiare e recenti (forse limite di comune).</p>
<p><em>Roccia n. 16</em><br />
Ci troviamo nel folto del castagneto, nella parte alta della zona in questione; si raggiunge questa roccia seguendo l&#8221;itinerario n. 3. E’ un lastrone liscio, di media pendenza, che non emerge dal livello del suolo circostante. Presenta due incisioni piediformi, lunghe quasi 30 cm e distanziate di un metro.<br />
Sembrano le impronte lasciate da una persona che saliva lungo la linea di massima pendenza; sono profonde 5 cm.</p>
<p><em>Roccia n. 17 &#8211; Tav.  XIII/a &#8211; Fig. 26</em><br />
Poco sotto la precedente, in direzione Ovest; è un costolone roccioso, limitato da paretine verticali, che si prolunga verso monte e verso valle. Il punto in cui compaiono le incisioni rappresenta una specie di sbarramento del sentiero (itinerario n. 3), Sulla superficie più alta, ad andamento orizzontale, notiamo tre coppelle, unite da un canaletto, vicine ad una croce bene pronunciata, con i 4 bracci larghi 5 cm e di uguale lunghezza; a monte di una piccola fessura vi è una seconda croce e due linee brevi poco profonde.</p>
<p>Verso Nord la superficie orizzontale è bruscamente interrotta da una paretina verticale, alta 60 cm, che alla sua base forma una specie di gradino. Sulla parte piana di questo vi è una coppella grande (diametro 12 cm), altre più piccole e un&#8221;altra croce. La medesima paretina, che prosegue verso monte per oltre due metri, porta delle incisioni sul piano verticale, che disegnano delle linee leggermente curve ed angolate, che potrebbero forse rappresentare il profilo dei monti che da questa posizione si vedono sull&#8221;altra sponda del Lago di Como. Compaiono poi altre incisioni verticali, con piccole conche alle estremità, che ricordano le linee descritte in R 1, alla estrema destra.</p>
<p><em>Roccia n. 18</em><br />
Si trova lungo il sentiero orizzontale alto descritto nell&#8221;itinerario n. 3, poco dopo il passaggio della piccola valle. E’ una piccola emergenza rocciosa posta su una superficie pianeggiante fra il sentiero e i vistosi spuntoni di roccia che rappresentano la parte alta dell&#8221;affioramento che comprende R 11. Porta 7 coppelle ripartite in vari spazi definiti da fessure naturali; un canaletto lungo 40 cm si stacca dalla coppella più grande.</p>
<p><em>Roccia n. </em><span>19<br />
E’ uno spuntone isolato sul ciglio di un piccolo pianoro (vedi itinerario n. 3). Porta 9 coppelle nella parte più alta, quasi pianeggiante; si notano numerose fessure, alcune delle quali ampliate intenzionalmente e collegate ad una coppella.</span></p>
<p><em>Roccia n. 20 &#8211; Tav.  XIV</em><br />
E’ un vasto affioramento poco emergente dal suolo circostante, ubicato a monte di R 19. La superficie incisa è lunga 11 metri e larga 3 nel punto massimo. La parte alta rappresenta il termine, verso valle, di un piccolo pianoro; le prime incisioni si osservano su una superficie liscia, in leggera contropendenza; qui compaiono 8 croci, alcune coppelle e qualche altro segno poco evidente.</p>
<p>Segue un tratto senza incisioni (lungh. m 1,5) che comprende il punto più elevato dell&#8221;affioramento. Su una seconda lieve emergenza compare una coppella isolata; da qui la pendenza è continua con lievissime ondulazioni. Nei tre metri che seguono alla coppella si osservano delle incisioni poco marcate: due segmenti a &#8221;L&#8221;, altri segmenti che si incrociano disegnando un piccolo rettangolo, alcune croci e segni a &#8221;V&#8221; e a &#8221;Y”.</p>
<p>Poco oltre, dopo una coppella isolata, si nota un primo gruppo di 8 coppelle (tre delle quali aperte verso valle); segue un tratto interessato da lievi fessurazioni della roccia lungo le quali vi sono coppelle di dimensioni diverse, ripartite in gruppi. Sulla sinistra, fuori dal ventaglio delle fratture, vi sono 4 coppelle (tre poco profonde); segue un gruppo di 15 coppelle (una delle quali larga 12 cm), accompagnate da altre più piccole e poco marcate, a destra delle quali si nota una croce. Segue un quarto gruppo di 24 coppelle (fra cui una di 19 mm di diametro) alcune delle quali unite da canaletti. Sulla destra un altro gruppo di 4 coppelle vicine ad una incisione ovoidale, larga 8 cm, aperta verso valle e seguita da una incisione della medesima larghezza ma scavata a piccoli gradini successivi. Questa figura richiama una analoga incisione descritta in R 5.</p>
<p><em>Roccia n. 21 &#8211; Fig. 27</em><br />
Pochi metri a Nord-Est di R 20 troviamo questa emergenza che richiama la precedente come forma, anche se è più piccola e meno ricca di incisioni. La sua parte superiore è vicina alla zona alta di R 20, dalla quale si divarica lievemente. Nella parte a monte compare una croce; segue un tratto in salita, lungo m 2,80 senza incisioni. Nel punto più alto vi è un gruppo composto da due coppelle grandi e da 4 piccole; poco più a valle un altro gruppo di 4 coppelle.</p>
<p><em>Roccia n. 22 &#8211; Tav.  XIII/b</em><br />
Si trova nella parte settentrionale, vicina a R 16 e R 17 (itinerario n. 3). E’ un affioramento poco emergente, lungo poco più di 8 metri. Nella parte alta si osservano tre coppelle (di cui una subrettangolare); sulla sinistra un gruppo costituito da una croce a braccia larghe, accompagnata da tre coppelle. Sulla destra un gruppo di 9 coppelle, una delle quali allungata come se fosse un insieme di tre conche unite. Segue una superficie liscia e lievemente pendente senza incisioni. Nella parte inferiore dell&#8221;affioramento compaiono dei segni che possono essere intesi come lettere e numeri: &#8221;GSS&#8221; leggibile per chi si trova sulla roccia e guarda verso valle; &#8221;3&#8221; vicino ad una &#8221;U&#8221;rovesciata e una doppia &#8221;C&#8221; (leggibile per chi si trova a valle).<br />
E’ evidente che i gruppi incisi nella parte alta non hanno alcun riferimento o legame con le scritte inferiori.</p>
<p><em>Roccia n. 23</em><br />
Si trova nell&#8221;abitato di Vezzedo, alla base di un piccolo vigneto (itinerario n. 4). E’ una roccia di modeste dimensioni, tagliata verso valle per favorire il passaggio (siamo su una delle percorrenze che legano Vezzedo al dosso e a Soriano). La superficie incisa è lunga quasi m 2,5; inizia, dall&#8221;alto, con una coppella media (diametro 8 cm) affiancata da due più piccole e da una incisione a zig-zag; poco sotto troviamo un gruppo di coppelle quasi tutte allineate entro una stretta fascia che segue la linea di massima pendenza. Sotto a queste compaiono delle incisioni interpretabili come lettere (leggibili solo una &#8221;P&#8221; e un gruppo &#8221;ALP&#8221;). Seguono alcune coppelle, di cui una inserita in un canaletto lungo circa 90 cm, che termina in una grande coppella ovoidale (largh. 14 cm). Questa è aperta verso il basso e, mediante un breve canaletto, fa defluire eventuali liquidi sulla parete verticale ottenuta mediante scalpellatura della roccia.</p>
<p><span>La situazione indurrebbe a ritenere che coppelle e canaletti siano coevi al taglio verticale operato per migliorare il passaggio sul sentiero.</span></p>
<p><em>Roccia n. 24</em><br />
Seguendo l&#8221;itinerario n. 4, poco prima di raggiungere il dosso, il sentiero si inerpica per una scala intagliata nella roccia (fig. 5); superata questa, al termine dell&#8221;affioramento, sulla destra vi è una paretina quasi verticale. Poco sopra al piano di calpestio si nota un disegno di tipo floreale raggiato, sotto il quale vi è la scritta &#8221;G BRP&#8221; seguita da una lettera poco leggibile (&#8221;I&#8221; ?); sotto la scritta compare molto chiara la data &#8221; 1689&#8221;.</p>
<p><em>Roccia n. 25</em><br />
Questo affioramento a dorso di balena è ubicato in posizione mediana fra Vezzedo e il Dosso (vedi itinerario n. 4). Due coppelle e tre canaletti, uno dei quali termina in una conca dai contorni irregolari.</p>
<p>Gruppo di Pian di Cée (vedi Variante all&#8221;itinerario n. 3).</p>
<p><em>Roccia n. 26 &#8211; Tav.  XV/a &#8211; Fig. 28</em><br />
E’ un affioramento vistoso, al limite del pianoro. Nella parte alta mostra alcune coppelle distribuite sul ciglio superiore insieme a tre conchette irregolari. La roccia è attraversata dall&#8221;alto al basso, lungo la linea di massima pendenza, da una striscia chiara lunga 5 metri e larga circa 30 cm, lisciata dall&#8221;usura.<br />
In prossimità della sua parte alta è presente una venetta quarzosa serpentiforme.</p>
<p><em>Roccia n. 27 &#8211; Tav.  XVI &#8211; Figg. 29, 30</em><br />
Vasto affioramento ubicato 6 metri a Nord-Ovest di R. 26. Nella sua parte bassa si nota una serie di canaletti con coppelle, gran parte delle quali concentrati sulla sinistra; dopo una ondulazione della roccia compaiono altri tre canaletti ed una serie di coppelle poco profonde, raggruppate entro una stretta fascia. Più a monte vi sono altre numerose coppelle di dimensioni diverse.</p>
<p><em>Roccia n. 28 &#8211; Tav.  XVII &#8211; Fig. 31</em><br />
Rappresenta la continuazione del precedente affioramento; è lungo circa 6 metri e comprende numerose coppelle distribuite senza ordine apparente. Verso sinistra si notano alcune coppelle grandi e poco profonde, allineate lungo una doccia naturale.</p>
<p><em>Rocce n. 29, 30, 31, 32 &#8211; Tav.  XVIII, XIX</em><br />
Costituiscono una serie di affioramenti paralleli e vicini, sulla destra, a R 27 e R 28. Hanno numerose coppelle di dimensioni diverse; nella parte sinistra di R 30 si ripete la serie di coppelle grandi e poco profonde scavate lungo una doccia, come in R 28.<br />
Agli affioramenti sommariamente descritti si aggiungono diverse emergenze di limitate dimensioni, sparse sul pianoro, che comprendono piccole serie di coppelle (più numerose nelle immediate vicinanze del gruppo R 27 &#8211; R 28).<br />
Poco sopra alla cascina è presente un affioramento a discreta pendenza che porta un canaletto lungo oltre un metro.</p>
<p><em>Roccia n. 33 &#8211; Tav.  XV/b</em><br />
E’ ubicato al centro di un piccolo pianoro a quota 575 circa, subito sopra Cascina Pian di Cée. Mostra diverse coppelle abbastanza grandi ma non molto profonde.</p>
<p>Oltre alle superfici incise descritte, alle quali altre potranno aggiungersi a seguito di ulteriori indagini, ho riscontrato numerosi piccoli affioramenti e singole pietre che portano segni lasciati intenzionalmente in periodi molto diversi.<br />
Indico qui solo le più importanti, definendole con il termine di &#8221;Posizione&#8221; seguito da un numero dal 51 in avanti. Molte non vengono nemmeno citate in quanto non sembrano mostrare interesse al fine della presente ricerca.<br />
Non ne do quindi un elenco dettagliato, anche perché diverse di esse sono già state sommariamente descritte nel paragrafo dedicato agli itinerari.<br />
Diverse singole croci, poi, sono presenti anche fuori dell&#8221;area della nostra indagine, fra il dosso Rezzonico-Cremia e la riva del lago.</p>
<p><strong>TIPOLOGIA DEGLI AFFIORAMENTI ROCCIOSI E DELLE INCISIONI</strong><br />
Le rocce incise descritte, o almeno una parte di esse, possono essere raggruppate in tipologie differenti, alcune delle quali comuni ad altre zone dell&#8221;arco alpino. Diversi affioramenti del Dosso Rezzonico-Cremia hanno una forma definibile &#8221;a dorso di balena&#8221;: alcuni sono poco convessi ed altri lo sono di più. Come abbiamo già detto sopra, le emergenze rocciose in molti punti formano delle piccole dorsali orientate proprio verso le due vette più appariscenti che si innalzano sulla riva opposta del Lario: il Legnone e il Legnoncino che, per la loro forma piramidale, non passano inosservate.</p>
<p><span>Gli affioramenti che possiamo riunire in un primo gruppo hanno una coppella nel punto più alto (o vicino ad esso); le altre incisioni seguono a valle, spesso con qualche zona intermedia non incisa. Fra i più estesi vi sono R 6, R 7 e R 20; il fenomeno poi si ripete, ridotto ai minimi termini, in alcune emergenze in cui alla coppella sommitale seguono incisioni appena accennate (R 10, R 12). Su alcune, come R 7 e R 20, le incisioni si allargano a ventaglio aprendosi e moltiplicandosi verso il basso della superficie rocciosa.<br />
Nel caso di R 1 vi è una coppella grande, bene visibile, che per dimensioni si differenzia molto dalle altre. Questa caratteristica è abbastanza frequente nelle rocce incise del territorio, ed anche al di fuori di esso.</span></p>
<p>R 14 si differenzia da tutte le altre rocce: ubicata nel maggiore affioramento roccioso (che culmina verso l&#8221;alto con R 8 e R 9), presenta un gruppo di 9 coppelle alla sommità di una piccola emergenza; alla distanza di oltre 4 metri verso monte compaiono due vaschette scavate intenzionalmente su una zona a pendenza abbastanza accentuata. La funzione di questi piccoli contenitori sembra strettamente legata alla presenza delle coppelle, se si accetta l&#8221;idea che vi si praticassero riti legati all&#8221;acqua (le vaschette costituiscono una modesta riserva di acqua piovana che poteva essere attinta e riversata nelle coppelle).<br />
Interessante è la forma e la posizione dominante di R 8 e R 9 (al sommo del grande affioramento sopra ricordato) che, con il loro aspetto vagamente cubico, richiamano i massi-altare frequenti nella zona prealpina ed alpina.</p>
<p>* * *</p>
<p>Su gran parte delle rocce descritte le coppelle possono presentarsi isolate oppure a gruppi, il che non dovrebbe essere senza significato. Su alcune rocce (R 4 e soprattutto R 13) formano degli allineamenti ad andamento curvo. Frequenti (su molte rocce) sono le coppie di coppelle legate da un breve canaletto (in genere rettilineo ma spesso anche curvo); su R 7 vi è un gruppo di tre coppie di coppelle con canaletti curvi e paralleli. In R 6, R 9, R 28 e R 30 alcune coppelle si allineano lungo una depressione naturale (doccia).</p>
<p>Su R 8 invece troviamo un gruppo di tre coppelle equidistanti che disegnano un triangolo, riunite da solchi un poco meno profondi di esse. In R 6 vi sono 5 coppelline poco profonde, disposte in cerchio.<br />
Comunque i gruppi di coppelle e canaletti sia per forma e distribuzione, sia per il tipo di incisione (assenza di spigoli vivi e di incavi a pareti verticali o comunque profondi) sono da considerarsi più antichi degli altri segni incisi. La loro posizione spesso legata a superfici piane o a lieve pendenza suggerisce l&#8221;idea che siano state scavate per accogliere dei liquidi, che in diversi casi possono passare dall&#8221;una all&#8221;altra. Nel caso di R 2 l&#8221;acqua (o altro liquido) può distribuirsi uniformemente in tutte le conche contigue, unite da canaletti profondi.</p>
<p>Un discorso a parte meritano le rocce incise di Pian di Cée (R 26-32). Ubicate ad una quota superiore rispetto alle altre, mostrano una particolare concentrazione ed una tipologia distinta. Qui sono presenti coppelle e canaletti che potremmo definire arcaici; infatti tutte le incisioni si presentano poco definite e poco profonde, come se l&#8221;erosione meteorica avesse agito qui in modo. più intenso. Si potrebbe forse dedurne che nelle altre rocce locali molte incisioni sono state approfondite o &#8221;ripassate&#8221; in periodi successivi. Colpisce poi il fatto che molte coppelle siano profonde solo alcuni millimetri e che numerose di esse siano posizionate su superfici in pendenza; non avevano quindi la funzione di contenere liquidi. Interessante, in qualche caso, è la loro distribuzione: alcune decine sono irregolarmente allineate lungo una fascia molto stretta (R 27); in altri casi (R 28 e R 30) alcune grandi coppelle, di forma ovoidale e poco profonde, sono allineate in una doccia naturale.</p>
<p>Su tutto questo gruppo di rocce mancano del tutto le incisioni successive quali croci, lettere e numeri.<br />
Più a monte, la Roccia n. 33 presenta coppelle un poco più profonde e distribuite sulle superfici quasi pianeggianti; anche qui mancano le incisioni successive.<br />
Un altro tipo di incisione &#8211; presente in varie parti del mondo &#8211; è quello dei segni piediformi; si tratta di conche ovoidali o vagamente rettangolari, profonde pochi centimetri, che richiamano appunto la forma del piede umano.</p>
<p><span>In questa zona ne abbiamo individuate solo due, sulla medesima roccia (R 16); sembra proprio che raffigurino le orme lasciate da due passi successivi (nelle altre località dell&#8221;arco alpino sono più frequenti le incisioni piediformi isolate, a coppie o a gruppi senza un ordine apparente).</span></p>
<p>Le incisioni più interessanti sono concentrate in R 7. All&#8221;estremità destra della parte media troviamo una figura definibile antropomorfo scutiforme: in alto compare una testa ovale, a sviluppo maggiore orizzontale, seguita da un&#8221;asta rettilinea che raggiunge la parte inferiore della figura (che richiama così una chiave da scatola di sardine). Il tronco è formato da un rettangolo verticale scandito da due linee che si incrociano: l&#8221;asta verticale e un segmento orizzontale. Verso destra e al centro, in basso, si intravedono linee incise brevi, che si staccano dallo &#8221;scudo&#8221; o tronco. Questa figura non trova significative corrispondenze negli altri siti alpini di arte rupestre figurativa e non. L&#8221;incisione di essa &#8211; come di altre figure &#8211; sembra essere stata approfondita o &#8221;ritoccata&#8221; in epoca successiva, forse anche recente.<br />
Sempre su R 7 notiamo, distribuite sull&#8221;intera superficie incisa, 9 figure antropomorfe a &#8221;ø&#8221; che possono leggersi come una raffigurazione schematica di un uomo che tiene le braccia ai fianchi.</p>
<p>Nel patrimonio della nostra arte rupestre le figure che rientrano in questa categoria sono relativamente frequenti, anche se presentano aspetti e forme assai diverse; esse vengono in genere considerate alquanto arcaiche. Solo alcune presentano analogie con gli antropomorfi di R 7 del Dosso Rezzonico Cremia. Fra le pitture rupestri ricordiamo alcune figure della Grotta di Porto Badisco (Graziosi, 1980); per le incisioni citiamo le seguenti località: Spina Verde (Como) loc. Pianvalle (Luraschi, Martinelli, Piovan, Frigerio, Ricci, 1970-73); Capo di Ponte (Brescia) Naquane (R. 24); Teglio (Sondrio) Dos de la Furca (Priuli, 1991); Valle dell&#8221;Arc (Savoia) (Nelh, 1982 da Priuli 1991); Valle di Zermatt (Vallese) (Reber, 1912). Queste figure vagamente antropomorfe sono forse le uniche immagini presenti sul Dosso Rezzonico-Cremia che possono rientrare nell&#8221;arte rupestre vera e propria, in quanto raffigurazioni schematiche di un soggetto reale.</p>
<p>Molte di esse sembrano &#8221;ritoccate&#8221; in epoca successiva.<br />
Di tipo più semplice sono le incisioni parallele e verticali, spesso con diramazioni orizzontali tendenti a formare delle croci; alcune di esse, poi, comprendono delle rozze coppelle. Sono presenti su superfici verticali (R 17) o molto ripide (R 1) per cui non hanno certo la funzione di incanalare o contenere dei liquidi. Trovano una certa corrispondenza con altre rocce alpine e in particolare con alcune segnalate da Reber (1912) per il Vallese (Svizzera).</p>
<p>Tutte le incisioni fin qui descritte potrebbero essere più o meno coeve ed avere una importante valenza cultuale. E’ possibile che su queste rocce, in passato, venissero praticati dei riti forse legati al sacrificio di animali oppure finalizzati alla iniziazione dei giovani per il loro inserimento nella comunità sociale; oppure ancora dei riti relativi alla ricerca della fecondità.</p>
<p>La sacralità del luogo potrebbe essere stata dettata da numerosi fattori: (1) la posizione del Dosso Rezzonico-Cremia, raggiungibile da centri vicini e comunque ubicata lungo una percorrenza antica che, probabilmente, legava la pianura ai passi alpini. Essa poteva seguire l&#8221;itinerario: Monte Bisbino, linea di crinale fino alla Valle Intelvi; linea di crinale fino alla Val Menaggio, per proseguire, spesso non più in cresta, attraverso Plesio e Carcente fino alla Valle di Chiavenna. Non è poi da sottovalutare (2) la presenza di ruscelli, di portata modesta ma perenne, che potevano fornire l&#8221;acqua necessaria ai riti che vi si celebravano. Inoltre (3) la posizione panoramica sul Lago di Como, sia verso settentrione che sulla parte centrale e sul ramo di Lecco; e infine (4) la citata vista sulle due vette spettacolari, Legnone e Legnoncino.</p>
<p>Ricordiamo a questo proposito che alcuni dei siti più ricchi in arte rupestre sono dominati da montagne dalla sagoma triangolare: in particolare il Pizzo Badile che sovrasta Capo di Ponte in Valcamonica e il Monte Bego nelle Alpi Marittime.<br />
Interessante è anche la presenza di piccole coppelle isolate e poco profonde, distribuite lungo alcuni sentieri (dal tracciato forse molto antico) che portano al dosso.</p>
<p><span>Esse potevano forse essere utilizzate come lumini, con funzione di segnaletica stradale. Infatti potevano contenere del grasso animale e uno stoppino di materia vegetale, e così illuminare un certo percorso quando venivano celebrati certi riti (Pozzi, 1995). L&#8221;ipotesi di coppelle finalizzate alla indicazione di percorsi, anche come punti luminosi, è stata già avanzata da diversi Autori (fra i tanti citiamo: Magni, 1901; Bemardini, 1975; Schwegel, 1992; Sansoni, 1995).</span></p>
<p>Un particolare significato, per la ipotizzata sacralità del luogo, assume l’affioramento R 4.<br />
Qui potrebbero essere stati celebrati riti di iniziazione, di fecondità o di purificazione. Infatti la conca al piede della roccia, i canaletti incisi sulla superficie inclinata, la presenza di un allineamento curvo di piccole coppelle e la vicinanza del ruscello potrebbero avvalorare l&#8221;idea di un luogo della valenza specifica. Da non dimenticare poi la presenza, nella parte alta sinistra, dei due gradini scavati nella roccia che suggeriscono l&#8221;accesso alla parte superiore dell&#8221;affioramento, dove si trovava forse lo sciamano.</p>
<p>Si tratta comunque di ipotesi di lavoro, non avvalorate &#8211; per ora &#8211; da prove archeologiche. Le ipotizzate funzioni della conca alla base di R 4 potrebbero trovare conferma nella presenza in zona di altre emergenze analoghe. Una di esse è ubicata su un masso roccioso in località Praa de la Taca (quota 556) sopra Azzano (riva occidentale del Lario, ramo di Corno). Ho già avuto occasione di indicarne la funzione presunta e di valutarne l&#8221;antichità (Pozzi, 1996). Una terza piccola depressione è stata da me recentemente individuata sui rilievi a monte di Bellagio, a pochi metri di distanza da un masso a coppelle (il relativo studio è in corso). Si tratta quindi, complessivamente, di tre diverse conche simili per forma e dimensioni, che si trovano tutte in località panoramiche sul lago, ad una distanza di pochi chilometri l&#8221;una dall&#8221;altra.</p>
<p>Infine, di grande interesse è la presenza di uno scivolo della fertilità che ho individuato nella Roccia n. 26 in località Pian di Cée. L&#8221;affioramento è inclinato verso il lago ed è attraversato, lungo la linea di massima pendenza (circa 30°), nel punto in cui la roccia è più regolare, da una striscia chiara, bene visibile anche da lontano, che presenta una superficie molto liscia al tatto (Fig. 28 &#8211; Tav. XV/a). Lo scivolo è lungo 5 metri e largo circa 30 cm; sulla parte alta, ossia sul ciglio superiore dell&#8221;affioramento, compaiono coppelle ed incisioni semplici diverse. Vicino al punto di partenza dello scivolo, nella roccia è presente una formazione minerale molto visibile: una venetta quarzosa &#8211; che sporge dalla superficie della roccia in quanto più dura &#8211; che è ripiegata varie volte su sè stessa, assumendo così un aspetto serpentiforme. E’ noto che il serpente in molti miti è presente con valenze diverse, spesso di tipo ctonio; la formazione quarzosa potrebbe quindi avere assunto un significato particolare per le popolazioni che in questa zona celebravano riti sacri.</p>
<p>Gli scivoli della fertilità sono stati presi in esame da diversi studiosi (fra i tanti ricordo Mircea Eliade 1948; un accenno si trova anche in A. MAGNI, 1901. Più recenti le segnalazioni di A. BIGANZOLI, 1998); buone sintesi dell&#8221;argomento sono state recentemente proposte da O. HERMODSSON (1994) e da X. YVANOFF (1998).<br />
Questi scivoli sono noti sui due versanti della catena alpina ed inoltre in Francia, Germania, Inghilterra, Svezia e nel continente africano. Nella nostra zona sono presenti in Valcamonica, Valtellina, Valchiavenna e sui rilievi ad occidente del Lago Maggiore. Un probabile piccolo scivolo della fertilità è stato segnalato anche in provincia di Como, sopra Albese (Pozzi, 1996).</p>
<p>Lo scivolo della Roccia n. 26 mostra molte delle caratteristiche comuni a quelli noti: è inserito in una zona ricca di incisioni; sul medesimo affioramento roccioso vi sono alcune coppelle, specialmente nella parte più alta; mostra un colore chiaro nella parte levigata, che ha un andamento rettilineo ed una pendenza di circa 30°.</p>
<p>Nel complesso i tipi di incisioni fin qui esaminati ci portano, per analogia con altre rocce incise dell&#8221;arco alpino, a ritenere che il periodo in cui sono state realizzate ed utilizzate a scopo cultuale potrebbe essere la tarda Età del Bronzo o almeno l&#8221;Età del Ferro, per protrarsi, forse, per molto tempo ancora.</p>
<p><span>E’ noto che l&#8221;avvento del cristianesimo ha cercato vigorosamente di cancellare l&#8221;antico &#8221;culto delle pietre&#8221;; qui come altrove questo sforzo, operato dai monaci-missionari nel IV e V secolo, si è manifestato con la &#8221;cristianizzazione&#8221; dei massi; ossia con l&#8221;incisione di croci cristiane o con la modifica dei segni precedenti. In molti casi, sulle Alpi, alcune rocce incise sono state demonizzate ed ancor oggi portano nomi che ricordano questo capovolgimento di valori (roccia del diavolo, sasso delle streghe, ecc.). Con la diffusione del cristianesimo alcuni di questi affioramenti sono stati riutilizzati con finalità non tanto cultuali quanto pratiche. In R 7, ad esempio, troviamo disegnate delle delimitazioni di spazi con delle croci al loro interno o all&#8221;esterno. Potrebbe trattarsi di una mappa del territorio (forse solo simbolica) con l&#8221;indicazione di una zona cimiteriale.</span></p>
<p>Comunque la distribuzione delle croci non sembra seguire regole precise; esse possono essere incise nelle parti periferiche o in quelle centrali delle rocce, lontano o vicino alle incisioni più antiche.<br />
Di difficile attribuzione cronologica è l&#8221;antropomorfo presente su R 1 (Pozzi, 1995) &#8211; Fig. 9 &#8211; la cui tipologia non rientra nell&#8221;arte rupestre nota. D&#8221;altra parte gli spigoli vivi dell&#8221;incisione non consentono di considerarla coeva delle coppelle e dei canaletti che le uniscono. Un altro problema è sollevato dalle linee incise e dai canaletti poco profondi anch&#8221;essi non coevi alle coppelle sembrano disegnare delle linee e dei solchi non adatti allo scorrimento di liquidi; potrebbero forse riprodurre, grossolanamente, il profilo di alcune montagne (come suggerito da Calvino, 1996) o indicare percorsi e mappe (U. Sansoni, com. pers.).<br />
Sono comunque argomenti che meritano un approfondimento. Altri potranno svilupparlo con un esame dettagliato delle incisioni presenti su un&#8221;area molto più vasta.</p>
<p>A questo punto non mi sembra da sottacere il fatto che la zona di Rezzonico nel basso Medioevo era nota per una larga diffusione di eresie e di credenze legate alle streghe; situazione che determinò la presenza stabile di Domenicani nel XV secolo (4).<br />
Dobbiamo forse ritenere che esistesse un legame di continuità vicariante fra i culti più antichi (pre-celtici e pre-romani) e le credenze medievali tanto combattute dalla Chiesa? O piuttosto furono proprio i primi predicatori del cristianesimo che, demonizzando il culto delle pietre in un periodo in cui esso era ancora profondamente sentito e praticato, innescarono un nuovo interesse per l&#8221;occulto?<br />
Le numerose croci incise su rocce del territorio, anche fuori dalla zona indagata, possono indurre ad ipotizzare un collegamento con la presenza a Rezzonico della struttura militare tardo-antica (M. Fortunati Zuccala, 1994 e relativa bibliografia).</p>
<p>E’ noto infatti che dal IV secolo, a seguito dell&#8221;apertura al cristianesimo operata dall&#8221;imperatore Costantino, la croce compare sugli scudi dei soldati romani (come pure nelle insegne e nelle divise di molti eserciti, anche in epoche recenti). Non può quindi essere escluso a priori che l&#8221;incisione di croci sulle rocce di Rezzonico possa parzialmente ricollegarsi alla presenza di soldati romani cristiani che nel territorio possono essersi fermati anche dopo il termine della loro attività militare.</p>
<p>Per quanto concerne le scritte che compaiono su diverse rocce, notiamo che alcune sono decisamente recenti, come appare dai caratteri, dalla incisione rettilinea ed a spigoli vivi e, naturalmente, dalle date leggibili.</p>
<p>Di maggiore interesse sono le incisioni di lettere maiuscole e minuscole che richiamano caratteri antichi. Potrebbero rappresentare sigle ed abbreviazioni il cui significato ci sfugge. E’ noto che, a cavallo fra il primo ed il secondo millennio, chi era chiamato a lasciare delle scritte eseguiva l&#8221;incarico con i limiti della sua preparazione letteraria, a volte alternando lettere maiuscole e minuscole, spesso non tracciate al meglio (dott.ssa Magda Noseda &#8211; Archivio di Stato di Como; com. pers.). I significati di alcune scritte potrebbero indicare limiti di proprietà o di pertinenze; le più recenti (&#8221;CC&#8221; e &#8221;SS&#8221;) rappresentano confini amministrativi di comuni: Cremia, S. Siro (antico comune ora compreso in S. Maria di Rezzonico).</p>
<p><strong>RINGRAZIAMENTI</strong></p>
<p>Lo svolgimento di questa ricerca è stato possibile anche grazie all&#8221;aiuto che mi è stato offerto da diverse persone, che desidero vivamente ringraziare. <span>In particolare, per l&#8221;aspetto tecnico/scientifico, il prof. Emmanuel Anati, direttore del Centro Camuno di Studi Preistorici; il dott. Umberto Sansoni e la dott.ssa Silvana Gavaldo del Dipartimento Valcamonica del C.C.S.P.; la dott.ssa Donatella Caporusso della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, la prof. Mariuccia Zecchinelli Belloni, l&#8221;arch. Mario Luigi Belloni, la dott.ssa Magda Noseda dell&#8221;Archivio di Stato di Como. Per la segnalazione e l&#8221;ubicazione delle rocce, il loro scopritore Giovanni Beltramelli, il dott. Fabio Calvino, il geom. Dante Manzi, sindaco di Cremia, il p.i.e. Giacomo Pezzi, sindaco di Santa Maria Rezzonico, il dott. Giancarlo Frigerio, Renato Bianchi. Ringrazio inoltre, per le precisazioni geologiche, il dott. Alfredo Pollini e il dott. Marco Balini.<br />
Infine i volontari della Società Archeologica Comense che mi hanno aiutato nelle opere di pulizia delle superfici e nel loro rilevamento: in particolare Maria Paola Gusmitta Motta ed inoltre Cristiana Corti, Iris Santambrogio, dott.ssa Paola Farina, dott. Rodolfo Pozzi, Patrizio Tenti e gli Amici Vittoria Catelli, dott. Giampaolo Strada e Antonio Conte.</span></p>
<p>Le Amministrazioni Comunali di Cremia e di Santa Maria Rezzonico hanno seguito con interesse le varie fasi di studio delle incisioni rupestri individuate sul loro territorio. Nel corso delle ricerche svolte dalla Società Archeologica Comense in anticipazione alla mostra &#8221;L&#8221;Antica Via Regina &#8211; tra gli itinerari stradali e le vie d&#8221;acqua del Comasco &#8221; (Como, dicembre 1994 &#8211; gennaio 1995) è stata avviata una prima fase di studio. Da parte della medesima Società Archeologica le ricerche sono quindi proseguite fino al rilievo, alla descrizione ed all&#8221;analisi di oltre 30 superfici rocciose che portano incisioni, per lo più non figurative, databili dalla preistoria al medioevo e si inseriscono in un più ampio contesto alpino.</p>
<p>Lo studio, pubblicato sul periodico della Società Archeologica Comense, ha destato l&#8221;interesse delle Amministrazioni che hanno voluto estrarne il presente volume allo scopo di far conoscere alle popolazioni locali e agli appassionati in genere questa antica realtà.<br />
Il fine delle Amministrazioni è anche quello di suggerire degli itinerari percorribili a piedi, senza difficoltà, per una migliore fruizione del territorio e per una riscoperta degli antichi tracciati di grande raggio. E’ infatti possibile che alcuni sentieri e mulattiere dei nostri monti, che attraversano la zona ricca di rocce incise, costituissero dei tratti di una via protostorica che ha preceduto la strada Regina romana e quella medievale.</p>
<p>E’ quindi con vivo piacere che i due Comuni offrono al pubblico questa pubblicazione, nel quadro di un recupero dei sentieri, realizzabile anche mediante la posa di una opportuna segnaletica, già in atto con finanziamenti UE del progetto &#8221;Strade di Pietra&#8221;.</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><span>(1)A Ría is a deep and wide harbour similar to norwegian fjords.<br />
(2)A group on 20 petroglyphs placed in Muros and Carnota, in the western coast of A Coruña</span></p>
<p>Il Sindaco di Cremia<br />
GEOM. DANTE MANZI</p>
<p>Il Sindaco di Santa Maria Rezzonico<br />
P.I.E. GIACOMO PEZZI</p>
<p><em>edita dalla Società Archeologica Comense<br />
Piazza Medaglie d&#8217;Oro, 6 &#8211; 22 1 00 Corno<br />
Tel./Fax 031.26.90.22 </em></p>
<p><em>(ALBERTO POZZI)<br />
</em></p>
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		<title>&#8220;ARA&#8221; MEGALITICA A ROCCA PIZZICATA E PREISTORIA NELLA VALLE DELL’ALCANTARA (SICILIA)</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 11:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo Patane'</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bronze Age]]></category>
		<category><![CDATA[rocca pizzicata]]></category>
		<category><![CDATA[stonhenge]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>L’autore segnala un singolare monumento megalitico presente in Sicilia, individuato da egli stesso a Rocca Pizzicata “in mezzo ad un triangolo di Paesi: Randazzo(CT) Santa Domenica Vittoria (ME) e Roccella Valdemone (ME)”. La sua segnalazione indica un monumento rupestre collegato ad altre tracce sacre presenti in loco. Al fine di dare una visione generale egli traccia anche una sintesi della preistoria locale ed una breve scheda divulgativa su megalitismo e Stonehenge.<span id="more-89"></span></em></span><span><strong>
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L’Ara di Rocca Pizzicata</strong><br />
Una fantastica struttura in pietra arenaria, a contrada di Rocca Pizzicata presso Roccella Valdemone (Messina), rivela l’esistenza di un complesso monumentale megalitico del quale, malgrado i millenni, ancor oggi si intuiscono vari elementi. L’aspetto della struttura principale suggerisce quello di un altare preistorico, ubicato ad Est e rivolto al Mare Jonio, al confine con i comuni di S. Domenica Vittoria(Me) Randazzo (Catania). In direzione Nord-Ovest si incontra un circuito di pietre (cromlech ?), a Nord delle pietre dritte (menhir ?) mentre a Nord-Nord Ovest alcune camere in pietra sembrano residui di dolmen. Al luogo ci si arriva attraversando il Fiume Alcantara in Contrada Imbischi e seguendo direzione Nord sui Monti Nebrodi fino ad arrivare in località Rocca Pizzicata. Prima di arrivare su in montagna, tra il primo ed il secondo terrazzamento, ci si imbatte in una Agorà greca di IV &#8211; III secolo a. C.</span></p>
<p>Nelle immediate vicinanze ci c’è un fantastico palmento bizantino in perfetto stato di conservazione. Mentre ad Ovest, proprio dietro l’altare, c’è una tomba a grotticella con anticamera a cella tipica del Bronzo Finale inizio del Ferro.<br />
Dall’osservazione di altri complessi megalitici si può supporre che il complesso di Rocca Pizzicata potesse avere origine religiosa e cerimoniale. La sua ubicazione è rivolta ad Est, come per illuminare la faccia del sacerdote o di una presunta vittima, qualora si svolgessero sacrifici. Tutto ciò doveva avvenire durante l’Età del Bronzo, ammesso che la tomba o tumulo di sepoltura alle spalle dell’altare, sia stata costruita nello stesso periodo dell’altare. Una campagna di scavi porterebbe sicuramente a conclusioni più esaustive.</p>
<p><strong>Note su Stonehenge</strong><br />
Il complesso di Stonehenge è il più significativo esempio europeo di architettura megalitica: costruito in più fasi che vanno dal 2950 a.C. fino al 1650 a.C., occupa una superficie circolare di 100 m. di diametro, al centro della quale è collocata una pietra-altare di forma rettangolare. La più grande delle Pietre Blu, era probabilmente eretta come una colonna in linea con l&#8221;asse del monumento. Questa pietra altare è ripetuta quasi nella medesima forma a Rocca Pizzicata, verso nord-est dove tale complesso si affaccia su un viale d&#8221;ingresso, al cui centro è posto un masso su cui sorge il Sole durante il solstizio d&#8221;estate, e tramonta perfettamente parallelo nel solstizio d’inverno.</p>
<p>Stonehenge inizialmente era un <strong>HENGE</strong>, cioè di un&#8221;area circolare di 100 metri di diametro delimitata da un fossato, nella quale erano distribuite a circolo 56 BUCHE dette <strong>AUBREY HOLES dal nome del suo scopritore.</strong> Mentre è probabile che queste buche fungessero da urne funerarie, alcuni studiosi, tra cui Sir Hawkins che fu il primo a studiare Stonehenge dal punto di vista archeostronomico, hanno ipotizzato che esse potessero servire per ricostruire il moto del Sole e della Luna al fine di prevedere le eclissi.</p>
<p>Questo primo circolo fu in seguito abbandonato e venne ripreso solo intorno 2100 a.C. per essere completamente rimodellato. Vennero introdotte 80 PIETRE BLU provenienti da i monti Preseli nel sud-ovest del Galles e messe nel centro a formare un incompleto doppio cerchio. Fu costruita una via d&#8221;accesso centrale con delle HEEL STONES che segnavano l&#8221;entrata; quest&#8221;ultima fu orientata verso il Solstizio estivo, come mostrano i rilevamenti archeostronomici.</p>
<p>La terza fase costruttiva si ebbe intorno al 2000 a.C. con l&#8221;aggiunta delle “Pietre Saracene”distribuite a circolo e collegate tra loro da delle pietre disposte come architravi una vicino all&#8221;altra. Internamente vennero messi 5 triliti in una struttura a forma di ferro di cavallo, di cui i resti si possono vedere ancora oggi. L&#8221;asse del monumento fu rivolto al solstizio estivo e marcato esternamente da una sola Heel Stone posta all’interno di un fossato. Questa nuova risistemazione di Stonehenge mette in evidenza l&#8221;abilità dei costruttori, in quanto queste pietre sono scavate in modo da creare degli incastri perfetti in grado di sorreggere le pietre poste come architravi. L&#8221;ultimo periodo si ebbe intorno al 1500 a.C. quando le BLUESTONES o Pietre Blu furono ridistribuite a ferro di cavallo e a circolo (alcune tracce di queste strutture sono ancora chiaramente visibili).</p>
<p><strong>Note sul  megalitismo </strong><br />
Circa 6.500 anni fa incominciarono a sorgere in numerose aree europee, da Malta al litorale atlantico, dalla penisola iberica alla Francia, dalle isole britanniche alle coste scandinave, giganteschi monumenti in pietra, detti megaliti (greco «méga», grande e «líthos», pietra, quindi grandi pietre). <span>La realizzazione di queste imponenti costruzioni si protrasse per tutta l&#8221;età Neolitica e la prima età del Bronzo; esse erano solitamente costituite da enormi blocchi di pietra rozzamente tagliati, del peso di diverse tonnellate ciascuno, piantati isolatamente nel terreno, o posti gli uni sugli altri, senza alcun tipo di calce o cemento, come pilastri e architravi, in modo da ottenere uno o più ambienti coperti talvolta di notevoli dimensioni.</span></p>
<p>A seconda delle loro caratteristiche architettoniche e della loro presunta funzione, questi monumenti megalitici sono stati classificati in menhir, dolmen e cromlech. Per menhir si intendono i grandi blocchi isolati, piantati verticalmente nel terreno, sistemati però su lunghe file parallele, dette allineamenti, come per esempio a Carnac (Francia), o disposti in grandi cerchi concentrici, (Cromlech) come a Stonehenge (Inghilterra). I dolmen sono invece edifici funerari, interrati, di grande diversità di costruzione e di forma. Vi sono infatti i dolmen semplici, costituiti da un&#8221;unica camera rettangolare, i dolmen a corridoio, composti da una grande cella funeraria ed un lungo corridoio d&#8221;accesso; i dolmen a camere laterali, dove questi ambienti sono situati ai lati di un corridoio centrale; ed infine i dolmen a galleria, forse i più antichi, formati da una semplice serie di camere adiacenti e comunicanti tra loro.</p>
<p>Numerose e spesso assai discordanti sono state le ipotesi formulate nel corso degli ultimi decenni sul significato e sulle precise funzioni di questi monumenti megalitici. Attualmente la maggioranza degli storici sembra propendere per la tesi di una loro funzione essenzialmente religiosa, senza con questo voler escludere che dietro la loro costruzione e disposizione rituale si celassero finalità pratiche dettate dall&#8221;emergente economia agricola. Appare sempre più chiaro che i dolmen fossero strettamente legati all&#8221;esperienza della morte, vista una delle loro funzioni come sepolcro collettivo. Più complessa appare invece l&#8221;interpretazione dei menhir, legati anch&#8221;essi a pratiche religiose e alla Simbologia Fallica propizia alla riproduzione; come anche all’osservazione dei movimenti del Sole e della Luna per la determinazione dei cicli stagionali e, forse, dei movimenti delle maree. Poco si sa sugli artefici di questi monumenti.</p>
<p>Da lungo tempo si dibatte se la loro ideazione e il rito della sepoltura collettiva a essi connesso sorsero spontaneamente tra le comunità neolitiche europee o se, attraverso le rotte marittime, vennero introdotte da Oriente, sottostando però nel loro processo di insediamento a una profonda trasformazione culturale e materiale. Dopo il 1500 a. C. l&#8221;erezione di monumenti megalitici cessò in tutta Europa, ma secondo alcuni storici elementi dei rituali e delle credenze ad essi associati continuarono a sopravvivere a lungo nelle religioni dell&#8221;Europa pre-cristiana.</p>
<p><strong>Preistoria nella Valle dell’Alcantara (Sicilia) </strong><br />
In “Contrada Marca”, nel Settembre del 1989, proprio accanto alla strada che porta a Francavilla di Sicilia e quindi giù in direzione Giardini-Naxos, la “Snam”, Società incaricata per la posa in opera di tubi occorrenti per un metanodotto, portò alla luce una Tomba Sepolcrale della Tarda Età del Rame- inizio del Bronzo Antico; nella galleria sotterranea, di 15 metri lunga, fu rinvenuto il seguente materiale archeologico:<br />
-1) cospicue quantità di ossa umane depositate ad unico livello di<br />
deposizione funebre indifferenziata;<br />
-2) un teschio con quattro lame di selce al di sotto;<br />
-3) quattro vasi, di cui uno non più ricomponibile, uno intatto e<br />
due già ricomposti, quindi in discrete condizioni.</p>
<p>Tali ritrovamenti ci portano un po’ indietro nel tempo, al periodo del Castellucciano maturo; dunque più accostabile allo stile di Santo Ippolito, che va dal Neolitico all’ultima Età del Rame. Questo periodo dell’Eneolitico, è caratterizzato dal modo come lavoravano la ceramica, e cioè che l’impasto ricavato era di colore rosso corallo. In direzione Ovest troviamo “Pietramarina”. Questo Monte è così chiamato sin dai tempi dell’occupazione Spagnola, poiché Spagnolo è anche l’origine del suo nome. “Mirar” , infatti, in lingua Spagnola vuol dire “guardare”; ed era proprio quello che Loro facevano; cioè: scrutare la Valle dalla posizione più alta del Monte; per questo motivo ancora nel XVI secolo il monte veniva chiamato “ P I E T R A M I R I N A”.</p>
<p><span>La vetta del monte “Pietramarina”, è l’unica testimonianza rimasta di una montagna prima di essere sommersa dalle colate laviche dell’Etna che, in modo sistematico, nell’arco dei centinaia di migliaia di anni aggiravano i fianchi, coprendo non solo la stessa montagna ma anche le altre vallate e monti esistenti nella Valle dell’Alcantara.</span></p>
<p>Le colate laviche sono arrivate fino all’attuale letto del fiume “Alcantara”, spostandolo dall’originale corso. Sulla sinistra del fiume possiamo benissimo vedere, la differenza lito-morfologica del terreno; sulla destra, invece, notiamo un terreno leggermente in pendenza, causata dalle diverse colate laviche. Il Monte di “Pietramarina” fa parte del territorio più vecchio conosciuto nell’area di tutto il Comune di Castiglione di Sicilia; le grotte naturali esistenti nella roccia arenaria, una volta abitate, sono da attribuire al “Neolitico” cioè circa 6.000 anni fa.<br />
Sono stati rinvenuti pietre ben levigate ed una vecchissima scure di pietra risalente a tale periodo. Dopo il “Neolitico” inizia la fase di civiltà più avanzata, diffusa nella parte Orientale della Sicilia: “La Cultura di Stentinello”, studiata e scoperta dal padre dell’Archeologia Paolo Orsi (1859-1935).</p>
<p>La cultura di “Stentinello” o “Neolitico” a ceramica impressa, trae il nome dall’omonimo Villaggio nei pressi di Siracusa; con gli inizi di questa cultura, gli uomini incominciarono a praticare: l’agricoltura, la lavorazione dell’argilla, etc. Qualche millennio dopo, l’abitato, che sorgeva nelle grotte, fu destinato a sorgere in vere e proprie case troglodite ricavate nel tufo; nell’arenaria le case vennero persino edificate a vani.</p>
<p>A Castiglione di Sicilia, sotto il castello propriamente detto, abbiamo un esempio di casa “troglodita”; in un angolino, tra la roccia ed il tetto, trova posto un’eccezionale costruzione scoperta dallo scrivente di questo servizio: un rudimentale <strong>“Forno Primitivo”. (Età del Ferro).</strong> Grandi mutamenti si ebbero con la “Civiltà del Castellucciano”, (inizio del Bronzo Antico), che va dal 2045 a.C. fino al 1000 a.C. circa, periodo in cui in Sicilia la presenza dei metalli era ancora molto rara; con l’arrivo dei Siculi prima, dei Morgeti ed Ausoni dopo, l’uso del metallo, (bronzo), si allargò a macchia d’olio; qualche secolo dopo, invece, il ferro, fece la sua prima apparizione.</p>
<p>Esistono altri luoghi a Castiglione a testimonianza che il sito fosse abitato in remotissimi tempi; qui mi riferisco alle grotte, di vario tipo e dimensioni, ricavate nell’arenaria, che si possono osservare lungo la via XXIV Maggio, sul Castello e sul Castelluzzo; senza contare le “Grottitte” di Contrada “Orgale”, che molto somigliano a quelli di Pantalica, la vastissima necropoli nell’entroterra di Siracusa.</p>
<p>I Sicani, popolo classificato come autoctono, (Diodoro Siculo), che abitavano ad Est dell’isola, si rifugiarono all’interno perché spinti bellicosamente dagli invasori, (Siculi), dando inizio così alle costruzioni di abitati in luoghi impervi ed inaccessibili. La caccia e la pesca erano le loro principali risorse. Imprecisate quantità di conchiglie, ostriche e resti di ossa d’animali, ritrovate in alcune grotte lungo le coste occidentali dell’Isola, sono le dirette testimonianze della loro esistenza. I Sicani, per alcuni storici, vengono definiti come un popolo venuto dalla Penisola Iberica; secondo altri, furono così chiamati, (secondo la tradizione) perchè guidati dal loro capo di nome “Sicano”; per Adolfo Holm, invece,come popolo proveniente dal Lazio. I Siculi, la tradizione vuole che furono Loro a scacciare i Sicani nella parte occidentale dell’Isola.</p>
<p>Diodoro Siculo ci trasmette, invece, che furono costretti a rifugiarsi ad Occidente perchè impauriti dalle continue eruzioni dell’Etna. Con l’arrivo dei Greci, furono i Siculi ad essere spinti all’interno della Sicilia; Pantalica, la vastissima necropoli nell’entroterra di Siracusa è un chiaro esempio di abitazioni rupestri risalenti a quel periodo.<br />
A Castiglione di Sicilia, precisamente in Contrada “Balsamà”, o a <strong>“Chiappazza”</strong>, sei grotticelle fanno parte di un complesso funerario risalente all’Età del Ferro; una di queste, che sembra essere appartenuta al capo del villaggio, è a forma di squalo (e non casualmente credo;, infatti, la grande grotta a forma di squalo sita sull’altopiano di Contrada “Orgale”, è simile a quella citata; potrebbe quindi trattarsi di un’opera lasciata della stessa gente, anche se le grotte non sono molto vicine le une con le altre.</p>
<p><span>Per l’esattezza le grotte di Contrada “Balsamà” si trovano sull’estrema vetta della montagna omonima, posta in direzione Sud.</span></p>
<p>Il 21 Giugno 1997, sotto espresso invito dello scrivente, visitò il luogo predetto, accompagnato da alcuni membri dell’Archeo-Club, il Prof. Francesco Privitera, Archeologo funzionario della Soprintendenza dei BB.CC.AA. di Catania che, da un primo esame, identificò il sito come appartenente all’Età del Ferro; lo stesso giorno abbiamo potuto visitare anche la Necropoli di Contrada “Marca”. Guardando, invece, verso Nord, dirimpettaie, troviamo le “Grottitte” di Contrada “Orgale,” altro sito preistorico di simile costruzione ispezionato dallo stesso Privitera qualche anno prima. Inoltre, una roccia somigliante ad una tartaruga sullo stesso Altipiano, che doveva essere abitato da un gruppo esiguo di persone, sorge su un’oasi di pace immersa nel verde a cavallo della “Valle dell’Alcantara”, a circa 350 metri d’altezza.</p>
<p>Qui, ciò che la natura ha creato, è una bella e fantastica visione, esistente, e derivante dalla realtà, che, insieme alla “Rocca dello Squalo”, rappresentano i simboli di una possibile civiltà esistita, e scomparsa ormai da tanto tempo. Questo solitario luogo, una volta, forse dedicato alla venerazione ed alla meditazione doveva essere dotato di un’ arcaica costruzione come nutrimento d’intelletto e di culto, un arco scavato in una roccia, che, per oscuri motivi e’ rimasto testimone incompiuto del sito, e che probabilmente doveva servire come cornice di abbellimento ad un ipotetico tempio.</p>
<p>Gli enormi megaliti meravigliano per la loro grandezza. Un grande macigno definisce il mistero, così come è mistero la sua ubicazione ed il vuoto sotto esistente: sembrerebbe, a tal proposito, che oscure forze l’abbiano lì deposto per poter spiegare il significato della sua esistenza; ma il fato, purtroppo, ha fatto in modo che le risposte fossero murate nel suo stesso ventre. Le sorprese non finiscono di stupirci; infatti, a pochi passi da qui un’altra prodigiosa opera della natura, (o dell’uomo): una spelonca, un tempo ingresso di animali, che i cacciatori spingevano dentro con mirabile pazienza, laddove i commensali erano loro stessi, e proprio dentro l’antro vecchissimi resti di un’arcaica costruzione.</p>
<p>Una vecchia ruota usata per la macinatura del grano, adagiata sotto un piede di quercia, squarcia il silenzio secolare: non dovrebbero esserci dubbi sull’antropizzazione di questo luogo.<br />
Nelle immediate vicinanze, incise sulle rocce, alcune frecce, come segno di orientamento, che guardano in direzione delle “Grottitte,” dove i Siculi, nel XIII Secolo a.C. in grado ormai di costruire Villaggi come quello di Pantalica-iniziarono la loro opera nei grossi blocchi di pietra, per la costruzione delle loro eterne dimore.<br />
Le grotte, tutte comunicanti fra loro, simbolicamente, rappresentavano la fratellanza, che mescolava la laboriosità e l’istinto della natura umana, creando così l’unione.</p>
<p>Analizzando attentamente questo luogo si nota che diverse grotte figurano dissociate dalla costruzione pilota, e in una si può persino notare un archetto, scavato probabilmente per l’applicazione di una maschera apotropaica; inoltre, un’altra, fu bersaglio, durante l’ultimo conflitto mondiale, di un aereo che proprio qui lanciò un micidiale ordigno: la sorte volle, però, che il pilota non centrasse la grotta; la bomba, infatti esplose nelle immediate vicinanze spaccando la roccia in due.</p>
<p>Infine, è doveroso citare che poco più a valle, in Contrada Sughero o Sovere <strong>(Suuru)</strong> quarant’anni fa circa, dei contadini, zappando in profondità, portarono alla luce reperti risalenti al periodo greco-classico, con chiari segni manifatturieri dell’avvenuta mescolanza fra Siculi-Greci circa 425 a.C.</p>
<p>(ENZO PATANE&#8217;)</p>
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		<title>IL DISCO DI SANGERHAUSEN (GERMANIA) LA PIU ANTICA RAPPRESENTAZIONE DEL CIELO DELL´ANTICHITÀ EUROPEA?</title>
		<link>http://www.artepreistorica.com/2009/12/il-disco-di-sangerhausen-germania-la-piu-antica-rappresentazione-del-cielo-dell%c2%b4antichita-europea/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 11:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Gaspani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bronze Age]]></category>
		<category><![CDATA[disco di nebra]]></category>
		<category><![CDATA[Sangerhausen]]></category>

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		<description><![CDATA[Il disco di Sangerhausen, detto anche “disco di Nebra”, potrebbe essere la piu´ antica mappa stellare conosciuta. Gli studi hanno evidenziato che la collina di Mittelberg, il luogo di rinvenimento, e´ archeoastronomicamente interessante. Forse un antico osservatorio solare. Il disco era posto, entro una buca, posta pressoche´ al centro dell´antica struttura fortificata. Contiene le immagini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>Il disco di Sangerhausen, detto anche “disco di Nebra”, potrebbe essere la piu´ antica mappa stellare conosciuta. Gli studi hanno evidenziato che la collina di Mittelberg, il luogo di rinvenimento, e´ archeoastronomicamente interessante. Forse un antico osservatorio solare. Il disco era posto, entro una buca, posta pressoche´ al centro dell´antica struttura fortificata. Contiene le immagini del Sole, della Luna e delle stelle, cioe´ di tutto cio´ che era facilmente visibile ad occhio nudo nel cielo, ma anche un raggruppamento di 7 stelle che potrebbe corrispondere alle Pleiadi. In questo articolo vengono avanzate alcune ipotesi interpretative che implicano sia due differenti momenti istoriativi della stora del disco, che due particolari eventi cosmici rilevanti dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro.<span id="more-86"></span></em></span><span>
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	<!-- Thumbnails -->
		
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		<div class="ngg-gallery-thumbnail" >
			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/I_d75.JPG" title="I dischetti aurei che sono presenti sul disco sembrano a prima vista distribuiti a caso, ma i test statistici hanno dimostrato che non lo sono. In particolare potrebbe esservi nascosto il profilo dell´Orsa Maggiore come messo in evidenza da una procedura di &quot;pattern matching&quot; basata sull´impiego delle reti neuronali artificiali." class="shutterset_set_16" >
								<img title="I_d75" alt="I_d75" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/thumbs/thumbs_I_d75.JPG" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/Il_.JPG" title="Il disco di Sangerhausen (o di Nebra) e´ un dico di bronzo del diametro di 32 centimetri su cui e´ riportata in oro la simbologia astronomica. Il reperto risalirebbe al 1600 a.C. (eta´ del Bronzo) ed era sepolto sulla collina del Mittelberg nel nord della Germania, presso la cittadina di Nebra." class="shutterset_set_16" >
								<img title="Il_" alt="Il_" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/thumbs/thumbs_Il_.JPG" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/La_75.JPG" title="La collina del Mittelberg dove, nel 1999, durante uno scavo clandestino, fu recuperato il disco accompagnato da due spade e due asce di fattura micenea. Il luogo del ritrovamento dei reperti sul Mittelberg, e´ posto al centro di un sito fortificato, analogo ai castellieri presenti sull´arco alpino e appenninico italiani, di 200 metri di diametro. Il sito fu frequentato dall´eta´ del Bronzo fino al Medioevo ed in esso esiste una direzione astronomicamente significativa relativa al tramonto del Sole dietro al monte Brocken posto a 85 Km di distanza, il giorno del solstizio d´estate." class="shutterset_set_16" >
								<img title="La_75" alt="La_75" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/thumbs/thumbs_La_75.JPG" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/Sul75.JPG" title="Sul disco di bronzo e´ presente un raggruppamento di 7 dischetti aurei che sono stati interpretati come la rappresentazione delle Pleiadi; l´ipotesi e´ comunque ancora da verificare." class="shutterset_set_16" >
								<img title="Sul75" alt="Sul75" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/thumbs/thumbs_Sul75.JPG" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/Tra75.JPG" title="Traiettoria della fascia di totalita´ relativa all´eclisse avvenuta il 8 Maggio 1617 a.C." class="shutterset_set_16" >
								<img title="Tra75" alt="Tra75" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/thumbs/thumbs_Tra75.JPG" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/Una75.JPG" title="Una delle possibili ipotesi relativamente all´utilizzo pratico del disco di Sangerhausen potrebbe essere di tipo didattico, ad esempio per mostrare l´andamento delle fasi della Luna, mediante seplice rotazione del reperto." class="shutterset_set_16" >
								<img title="Una75" alt="Una75" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/thumbs/thumbs_Una75.JPG" width="100" height="75" />
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/le75.jpg" title="L´eclisse fu totale al Mittelberg e potrebbe essere in relazione con la rappresentazione sul disco di Sangerhausen. " class="shutterset_set_16" >
								<img title="le75" alt="le75" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/il-disco-di-sangerhausen/thumbs/thumbs_le75.jpg" width="100" height="75" />
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Molte sono le rappresentazioni del cielo che sono state prodotte dalle culture antiche che si sono succedute sul pianeta: dagli Egizi, agli Assiri, alle culture della valle dell´Indo, solo per citarne alcune. Sul territorio europeo, nonostante esistano grandi evidenze che tra le popolazioni ivi stanziate durante il Neolitico, l´Eneolitico, l´Eta´ del Bronzo e del Ferro, fossero diffuse ben precise nozioni di Astronomia, queste evidenze sono derivate soprattutto dallo studio archeoastronomico di siti importanti quali Stonehenge in Inghilterra, Callanish in Scozia, Carnac in Bretagna, oltre che di una grande quantita´ di siti megalitici, sparsi lungo tutta la costa atlantica e mediterranea dell´Europa, e nelle isole, in cui gli studiosi hanno messo in evidenza l´esistenza di ben precise linee astronomicamente orientate.</span></p>
<p>Di fatto, pero´ queste sono tutte evidenze indirette basate sulla verifica di congetture, nel senso che la ricerca di allineamenti stronomicamente significativi presenti nei siti megalitici soffre del problema che questa ricerca si basa sul prerequisito di sapere in anticipo dove si vuole<br />
arrivare. Facciamo un esempio: se in un sito e´ possibile rilevare l´esistenza di una fila di monoliti orientata verso una sella tra due montagne visibili all´orizzonte e i calcoli ci dicono che una volta ogni 18.61 anni in quella sella sorgeva la Luna in un giorno di lunistizio, allora non e´ assolutamente automatico accettare che esista un legame culturale tra la linea di pietre e la Luna oppure, di riflesso, tra la cultura che allineo´ le pietre e la Luna, o con un culto legato ad essa.</p>
<p>Appare chiaro che l´Archeoastronomia richiede sempre di piu´ lo studio di reperti oggettivi, anche se di difficile interpretazione, piu´ che un processo di verifica di ipotesi. Comunque spesso queste linee di monoliti sono tutto cio´ che abbiamo a disposizione e, fino a prova contraria, per capirci qualcosa e´ necessario formulare qualche ipotesi e tentare oggettivamente di dimostrarla. Lo stesso e´ accaduto nel caso delle necropoli nelle quali le strutture megalitiche, quali i dolmen e i tholos, ad esempio, mostrano orientazioni astronomicamente significative.</p>
<p>Le tombe appartenenti alle necropoli dell´eta´ del Bronzo e del Ferro risultano allineate verso punti particolari dell´orizzonte naturale locale dove erano visibili le levate e i tramonti degli oggetti celesti piu´ importanti. I bersagli degli allineamenti erano principalmente i punti di levata del Sole ai solstizi e della Luna ai lunistizi, ma esistono anche numerosi allineamenti stellari, diretti cioe´ verso i punti di levata delle stelle piu´ brillanti all´orizzonte naturale locale rappresentato dal profilo del paesaggio visibile in quei luoghi.Generalmente risultano molto frequenti gli allineamenti diretti verso i punti di levata e di tramonto delle stelle della costellazione di Orione e verso quelli interessati dalla levata o dal tramonto del piccolo asterismo delle Pleiadi.</p>
<p>Durante l´Eta´ del Ferro la situazione diventa piu´ interessante in quanto nel periodo in cui, sul territorio europeo, si sviluppo´ la cultura celtica, prevalgono allineamenti stellari diretti verso i punti di levata eliaca delle stelle di maggior luminosita´, oltre che, in particolare, le stelle<br />
Antares, Aldebaran, Sirio e Capella, le quali rappresentavano degli utili indicatori per la definizione delle date delle feste principali dei Celti. Queste stelle regolavano la divisione dell´anno agricolo e rituale in due periodi, quello estivo e quello invernale che erano scanditi, rispettivamente, dalle feste di Trinvxtion Samoni Sindivos (Samhain in ambito irlandese) regolata dalla levata eliaca di Antares e Beltane, regolata dalla levata eliaca  di Aldebaran.</p>
<p>Il disco di Sangerhausen (o anche “disco di Nebra” dalla cittadina, nella regione di Sassonia-Anhalt, presso cui e’ posto il villaggio di Sangerhausen) e´ cosi´ chiamato appunto dal luogo in cui fu rinvenuto nel 1999, in un bosco posto sull´altura del Mittelberg, a 252 metri di quota, nella foresta dello  Ziegelroda, a 180 km a sud-ovest di Berlino. Il ritrovamento avvenne in seguito ad uno scavo clandestino eseguito illegalmente da persone definite &#8220;cacciatori di tesori&#8221; i quali ricavano denaro rivendendo illegalmente i reperti archeologici ai collezionisti privati; insieme al disco furono rinvenute 2 spade, e 2 asce.</p>
<p><span><br />
Durante la fase di scavo clandestino il reperto subi´ alcuni danni che pero´ non ne hanno pregiudicato lo stato di conservazione generale e non hanno diminuito la quantita´ di informazione codificata nelle configurazioni presenti su di esso.</span></p>
<p>Il reperto fu rivenduto piu´ volte dai trafficanti di materiale archeologico finche´ nel 2001 una brillante operazione della polizia svizzera ha consentito il recupero dell´oggetto e l´arresto dei responsabili del traffico illegale; attualmente il disco e´ conservato al museo archeologico di Halle in Germania. Il reperto e´ un disco in bronzo del diametro di 32 centimetri e dal peso di 2 chilogrammi su cui sono riportate, in lamina d´oro, le probabili figure del Sole, della falce lunare e un insieme di 32 piccoli dischetti che potrebbero rappresentare le stelle.<br />
Di questi 32 dischetti aurei, 29 sono ben visibili, mentre i restanti si sono staccati, lasciando pero´ una traccia evidente sulla superficie del disco di bronzo.</p>
<p>La collocazione cronologica del reperto e´ stata fissata al 1600 a.C. circa, quindi in piena eta´ del Bronzo e se la datazione e´ corretta, il disco di Sangerhauser potrebbe essere considerato la piu´ antica mappa stellare<br />
conosciuta anche se la configurazione presente sul reperto ci puo´ autorizzare solamente a dire che cio´ che e´ riportato e´ in realta´ solamente una serie di figure tratte da una non precisata simbologia cosmogonica diffusa tra una popolazione locale.<br />
La collocazione cronologica del disco e´ pero´ piuttosto difficile in quanto il suo rinvenimento non avvenne durante uno scavo stratigrafico condotto con rigore archeologico, ma fu scavato in fretta e di nascosto, quindi e´ andata<br />
perduta qualsiasi informazione relativa al contesto protostorico e culturale  associato al reperto.</p>
<p>Nonostante questo e’ stato possibile appurare che, in origine, il disco fu sepolto con molta cura ed in posizione orizzontale, anche se le ragioni del seppellimento ci rimangono completamente sconosciute.<br />
A causa del dissotterrqmento in seguito ad uno scavo clandestino, non sara’ mai possibile, sapere quale fosse l’orientazione del disco rispetto alle direzioni astronomiche fondamentali.<br />
La collina del Mittelberg ospita un sito fortificato attivo dall´eta´ del Rame in poi, fino all´epoca medioevale, quindi non si sa a che profondita´ fosse posto il disco e entro quale contesto culturale e cronologico.</p>
<p>Il sito fortificato e’ composto da muro circolare composti da pietre a secco strutturato a forma di anello con un diametro pari a 200 metri.<br />
La collina di Mittelberg, e´ un luogo rcheoastronomicamente interessante in quanto dalla sua cima, dove e´ posto il sito fortificato, e´ possibile osservare il Sole che tramonta dietro il Brocken, la montagna piu´ elevata posta nella Germania settentrionale (1142 metri s.l.m.), nel gruppo dello Harz, ubicata ad 85 Km in direzione nord-ovest, presso la cittadina di Wernungerode, nel giorno del solstizio d´estate cioe´ quando la declinazione del centro del disco del Sole raggiunge un valore pari a: (delta) = +(epsilon), dove (epsilon) e´ l´angolo di obliquita´ dell´eclittica; nel 1600 a.C. pari a 23.8972 gradi.</p>
<p>Esiste anche un´altra direzione astronomicamente gnificativa ed e´ relativa al tramonto del Sole dietro l´altura del Kulpenberg, la collina di maggior elevazione del Kyffauser, nel giorno 1 Maggio, ma questa linea risulta essere probabilmente del tutto casuale.<br />
L´altezza angolare apparente del Brocken rispetto l´orizzonte astronomico locale, osservato dal Mittelberg, raggiunge gli 0.8 gradi, circa 1.5 volte il diametro apparente del disco del Sole e quello della Luna e la montagna e´ ben visibile, dal Mittelberg, durante le giornate limpide, mentre la sua estensione angolare orizzontale e’ pari a 2.7 gradi.</p>
<p>I calcoli astronomici mostrano che la posizione del punto di tramonto del Sole al solstizio d´estate, all´orizzonte astronomico locale osservato dalla collina del Mittelberg varia di circa 1 grado in 4000 anni, per effetto della lenta variazione periodica dell´inclinazione dell´asse di rotazione della Terra rispetto alla normale al piano dell´eclittica, di conseguenza il tramonto solare solstiziale estivo dietro il Brocken e´ un fenomeno che e´ rimasto visibile per lungo tempo nell´antichita´ e, di fatto, lo e´ ancora attualmente.</p>
<p><span>La probabilita’ che il tramonto solstiziale estivo dietro il Brocken sia fortuito risulta essere 1 su 133 quindi con un livello di probabilita’ pari al 99.25% il fenomeno non e’ casuale.</span></p>
<p>E’ pero’ evidente che nessuna delle due alture, il Mittelberg e il Brocken potevano essere spostate da mano umana, quindi la non casualita’ della linea solstiziale estiva va intesa come la scelta deliberata del Mittelberg quale possibile osservatorio solare attivo durante l’eta’ del Bronzo, da<br />
parte delle comunita’ stanziate nella zona di Sangerhausen.</p>
<p>L´ipotesi che il Mittelberg possa essere stato un antico osservatorio solare potrebbe trovare una conferma, a livello probilistico, applicando il cosiddetto &#8220;solar arc criterion&#8221; di Iwanizewsky il quale stabilisce un livello empirico di probabilita´ che un luogo possa essere stato un luogo<br />
dove, anticamente, sono state compiute osservazioni solari, sulla base dell´esistenza di linee astronomicamente significative dal punto di vista solare che coinvolgono particolari dell´orizonte naturale locale visibile in quel luogo.</p>
<p>La collina del Mittelberg e´ un luogo particolare, sulla sommita´ di essa gli archeologi hanno rinvenuto un fossato circolare circondato da un terrapieno e all´interno del fossato era stata eretta un palizzata difensiva ed era presente una struttura muraria a secco del diametro di 200 metri, in parole povere, quello che corrisponderebbe ad un sito fortificato d´altura, molto diffuso durante l´eta´ del Bronzo, ma soprattutto in quella del Ferro, durante la quale i conflitti armati erano molto frequenti, su tutto il territorio europeo. Il disco di Sangerhausen era posto, con grande cura, insieme agli altri reperti, entro una buca, posta pressoche´ al centro dell´antica struttura fortificata.</p>
<p>La fortificazione e´ stata collocata cronologicamente, dall´archeologo Harald Meller, alla prima eta´ del Bronzo, ma frequentata anche in epoca successiva e quindi anche il disco e´ stato datato a quel periodo, ma non e´ detto che la fortificazione dell´eta´ del Bronzo e il disco siano logicamente correlati e soprattutto non e detto siano coevi. La zona intorno al Mittelberg e´ ricca di tumuli in cui sono poste le sepolture di personaggi di rilievo delle antiche comunita´ locali.</p>
<p>In quella zona esistono circa 1000 tumuli funerari la maggior parte dei quali non e´ ancora stata indagata archeologicamente, di conseguenza poco e´ noto relativamente agli usi e ai costumi delle popolazioni stanziate nella zona del Mittelberg durante l´eta´ del Bronzo e quella del Ferro e che presumibilmente potrebbero aver prodotto il disco con la rappresentazione astrale; l´ipotesi piu´ probabile e´ che si tratti di popolazioni in cui l´elemento celto-germanico potrebbe gia´ essere stato presente in epoca relativamente  remota.</p>
<p>A rigor di logica pero´ non esiste alcuna ragione per escludere la possibilita´ che il disco di Sangerhausen possa essere di fattura piu´ recente rispetto alla struttura fortificata presente sul Mittelberg, tanto piu´ che insieme al disco sono state ritrovate due spade in bronzo forgiate secondo una tecnica diffusa nel mondo miceneo e anatolico e mostrano le stesse caratteristiche di analoghi reperti rinvenuti in scavi archeologici  eseguiti in Romania ed Ungheria.</p>
<p>Una delle ipotesi avanzata da Wolfhard Schlosser, un esperto di Astronomia antica, dell´Universita´ della Ruhr e´ che il Mittelberg fosse stato anticamente utilizzato come osservatorio astronomico con il fine di regolare le attivita´ agricole delle popolazioni locali sulla base dei cicli mostrati dai movimenti del Sole e dalla Luna, nel cielo, ipotesi possibile e molto, suggestiva, ma ancora tutta da dimostrare, in quanto la linea del tramonto solstiziale estivo dietro il Brocken risulta essere l’unica concreta direzione astronomicamente significativa presente in quel luogo.</p>
<p>Tracce di Astronomia sussistono nela toponomastica locale e ancora attualmente le tradizioni locali descrivono il Mittelberg come una collina in cui, secondo le credenze popolari, avvenivano i &#8220;sabba&#8221; delle streghe i quali erano celebrati il 30 Aprile di ogni anno. Al di la´ del lato pittoresco della cosa, l´importante e´ che nella tradizione popolare sia viva l´idea che il Mittelberg sia un luogo inusuale, con risvolti magici e misteriosi, retaggio di antiche credenze intorno alla sacralita´ pagana di quel luogo. <span>Anche il toponimo &#8220;Mittelberg&#8221; e´ significativo, esso si traduce in &#8220;Montagna di Mezzo&#8221; e il concetto di &#8220;Terra di Mezzo&#8221; era denso di risvolti etnologici ed etnografici, in abiente celto-germanico antico.</span></p>
<p>Il disco di Sangerhausen e´ un reperto del tutto eccezionale che solleva  comunque molti interrogativi. Uno di questi e´ cosa esattamente sia; non e´ uno scudo in quanto le sue dimensioni sono troppo ridotte, a meno di ipotizzare che fosse applicato mediante una corona di chiodi, di cui rimangono i fori, uniformemente distribuiti lungo la circonferenza, su uno scudo piu´ grande. Se cosi´ fosse dovrebbe trattarsi di uno scudo da parata e non da battaglia in quanto le applicazioni in oro sarebbero molto inusuali per un attrezzo difensivo destinato allo scontro bellico, almeno considerando le abitudini diffuse in ambiente protostorico centroeuropeo.</p>
<p>L’analisi del disco di Sangerhausen compiuta dagli archeologi ha mostrato che l’oggetto fu rilavorato piu’ volte durante l’antichita’, dal 1600 a.C. in poi. Le due bande laterali semicircolari d’oro furono aggiunte in seguito rispetto alla prima fattura del disco che conteneva solo le immagini degli oggetti celesti e per fare questo lavoro furono rimossi alcuni dischetti aurei; e’ chiaro che l’aggiunta delle due bande laterali dovette essere importante e motivata da qualche ragione ben precisa. L’ultimo lavoro ad essere eseguito riguarda la serie di fori praticati in modo molto grezzo lungo tutta la circonferenza del disco, forando senza troppa preoccupazione ed in maniera grossolana anche le bande laterali auree.</p>
<p>Un altro interrogativo riguarda il motivo per cui fu prodotto un siffatto oggetto ed il perche´ della simbologia astronomica rappresentata su di esso. A cosa serviva il disco di Sangerhausen? Quale fu la sua funzione e quale  popolazione lo produsse. Non sappiamo se fosse un oggetto ornamentale, un oggetto magico-rituale utilizzato durante lo svolgimento di funzioni religiose, un oggetto didattico o altro. Il dato di fatto e´ che trattava di un oggetto di valore, lo testimonia l´utilizzo dell´oro per rappresentare gli astri, quindi doveva trattarsi comunque di un oggetto particolare e particolare dovette essere stata la  sua funzione.</p>
<p>Un altro aspetto molto interessante riguarda il fatto che un oggetto su cui esiste una rappresentazione degli oggetti astronomici sia stato rinvenuto in un sito in cui esistono direzioni astronomicamente significative. Ovviamente potrebbe anche trattarsi di una coincidenza del tutto fortuita, ma e´ comunque singolare che questo sia avvenuto e deve essere tenuto in attenta considerazione. Il disco di Sangerhausen potrebbe rappresentare quindi una testimonianza oggettiva dell´interesse che le popolazioni che l´hanno prodotto, nutrivano per l´Astronomia intesa, al minimo, come osservazione del cielo e sua rappresentazione simbolica.</p>
<p>Il disco contiene le immagini del Sole, della Luna e delle stelle, cioe´ di tutto cio´ che era facilmente visibile ad occhio nudo nel cielo, ma anche un raggruppamento di 7 stelle che potrebbe corrispondere alle Pleiadi. Sul disco sono presenti anche due bande laterali curve, anche esse d´oro, una delle quali si era staccata ed e´ andata persa, lasciando pero´ sul bronzo una profonda traccia della sua posizione.<br />
Relativamente alle due bande laterali esiste una strana coincidenza e cioe’ che i due archi opposti sottendono un angolo pari a 82.7 gradi ciascuno, che alla latitudine del Mittelberg ([phi]=52°) e’ molto prossimo al valore delle amplitudini ortiva ed occasa del Sole, vale a dire la differenza tra gli azimut astronomici dei punti di levata dell’astro diurno al solstizio d’inverno e al solstizio d’estate, oppure i corrispondenti azimut ai rispettivi tramonti, nel caso dell’amplitudine occasa.</p>
<p>Questo fatto e’ una semplice coincidenza oppure sul disco e’ codificata la traiettoria del punto di levata e quello di tramonto del Sole osservato sul Mittelberg? E’ possibile eseguire un calcolo probabilistico e il risultato mostra che la probabilita’ che la concordanza tra i due angoli sia casuale varia dall’1% al 4% a seconda delle ipotesi che si assumono valide nell’eseguire i calcoli.<br />
Questo risultato si accorderebbe con la possibilita’ che il disco sia un  manufatto di produzione locale.</p>
<p><span>Le due bande contrapposte sono state quindi interpretate come la trasposizione piu´ o meno simbolica della linea dell´orizzonte locale visibile dal Mittelberg, ma forse anche da qualche altro luogo, non e´ detto che il disco sia stato forgiato proprio al Mittelberg.</span></p>
<p>L´immagine della Luna e´ posta in modo sbagliato rispetto al Sole, nel senso che la corretta rappresentazione richiederebbe un ribaltamento dell´immagine lunare in modo che la convessita´ sia rivolta al Sole e non la concavità come si rileva sul disco di Sangerhausen.<br />
L´errore astronomico gioca a favore di una rappresentazione slegata dei due astri, che nella scena rappresentata non sono connessi, ma potrebbero probabilmente rappresentare due motivi artistici indipendenti. Questo aspetto potrebbe suggerire un´altra interessante interpretazione e cioe´ che il disco e la falce non siano altro che due rappresentazioni del disco solare visibile, in momenti successivi, durante un´eclisse di Sole, ma allora si dovrebbe trattare di una eclisse avvenuta con il Sole basso sull´orizzonte, all´alba o al tramonto, altrimenti la luce residua del Sole sarebbe stata sufficente ad impedire la visione falcata dell´astro ad occhio nudo.</p>
<p>E´ interessante rilevare che la falce e´ posta molto vicino alla banda che rappresenterebbe, secondo l´interpretazione di Wolfhard Schlosser, uno dei due lati dell´orizzonte naturale locale.<br />
L´idea dell´eclisse e´ comunque interessante perche´ potrebbe rendere conto anche della figura ad arco sottile presente accanto alle immagini del disco e della falce, la quale potrebbe essere interpretata come l´immagine del disco solare nel momento della fase massima dell´eclisse, invece che il simbolismo della barca solare che rappresentava nell’antichita’ il moto del Sole sulla sfera celeste. Ovviamente queste sono solo ipotesi, ma se cosi´ fosse, sul disco esisterebbero tre immagini che potrebbero tutte corrispondere a quanto osservabile ad occhio nudo nel cielo durante un´eclisse di Sole, magari osservata al Mittelberg.</p>
<p>Potrebbe, a questo punto, essere interessante eseguire una ricerca cercando di vedere se si sia verificata un´eclisse di Sole quasi totale visibile, durante l´eta´ del Bronzo e del Ferro, all´alba o al tramonto dal Mittelberg in modo tale che il Sole falcato fosse stato visibile presso la linea dell´orizzonte naturale locale, con i corni in alto. Questo lavoro e´ stato eseguito e i risultati sono stati eccellenti in quanto e´ stato possibile identificare un´eclisse avvenuta il 8 Maggio 1617 a.C. che fu anulare al Mittelberg. La cosa interessante e´ che questa eclisse avvenne con il Sole e la Luna posti nella costellazione del Toro, tra le stelle Elnath e Zeta Tauri che rappresentano gli estremi delle corna del Toro.</p>
<p>L´eclisse inizio´ alle ore 13:53 con il Sole e la Luna posti ad un´altezza di 45.5 gradi rispetto alla linea dell´orizzonte astronomico locale.<br />
La fase di anularita´ inizio´ alle ore 15:20 (ora locale) e l´altezza dei due astri coinvolti era intanto diminuita a 34.8 gradi rispetto all´orizzonte.<br />
La fase massima del´eclisse avvenne, al Mittelberg, alle 15:22 (ora locale) con il Sole e la Luna posti a 34.6 gradi di altezza apparente, la magnitudine dell´eclisse fu 0.956 per cui venne buio e si videro le stelle nel cielo, tra le quali, a destra in basso, ad appena 14 gradi di altezza sull´orizzonte astronomico locale, erano poste le Pleiadi. La fine della fase di anularita´ si ebbe  alle 15:23 con il Sole e la Luna a  34.4 gradi di altezza.</p>
<p>La fine della successiva fase parziale si verifico´ alle 16.42 con il Sole e la Luna a 22.6 gradi di altezza rispetto alla linea dell´orizzonte astronomico locale. Il Sole si avvio´ a tramontare in un punto dell´orizzonte naturale locale posto tra le alture del Kulpenberg e quella del Brocken, piu´ vicino al  primo che al secondo.</p>
<p>Esaminando l´aspetto mostrato dal sole durante il progredire dell´eclisse, cio´ e´ possibile mediante una simulazione al computer, si nota che tutte le tre immagini che sono rappresentate sul disco di bronzo corrispondono ad effettivi aspetti mostrati, in successione, dall´astro diurno, in piu´ durante il progredire del fenomeno insieme al Sole falcato furono visibili anche le Pleiadi in basso a destra rispetto alla falce solare, con le punte rivolte in alto e posta abbastanza bassa sull´orizzonte naturale locale che si eleva di circa 2 gradi rispetto a quello astronomico locale.</p>
<p><span>A questo punto la probabilita´ che il disco di Sangerhausen tramandi la memoria dell´eclisse di Sole avvenuta nel Maggio del 1617 a.C. diventa altissima, anche se, come vedremo, esiste anche un´altra ipotesi possibile per spiegare quanto raffigurato sul singolare reperto archeologico.<br />
La cosa interessante e´ che, probabilmente, sul Mittelberg qualcuno osservo´ il raro fenomeno e decise di tramandarne permanentemente la memoria storica. Ovviamente pero´, ai fini di una maggiore comprensione del significato del  reperto di cui ci stiamo occupando, vanno vagliate anche altre ipotesi.</span></p>
<p>Se trascuriamo per il momento l´ipotesi dell´eclisse, la possibile rappresentazione delle Pleiadi, che vede il suo fautore in Wolfhard Schlosser, sulla base solo del fatto che sul disco sono rappresentati 7 dischetti e non 8 o 6 o altro, solleva, pero´, tutta una serie di interessanti interrogativi. Prima di tutto la rappresentazione sul disco non e´ realistica rispetto alla configurazione stellare visibile nel cielo, anche se grosso modo le dimensioni angolari relative tra quelle del piccolo asterismo e quelle della Luna e del Sole corrispondono abbastanza bene.</p>
<p>Questo fatto potrebbe essere spiegato con l´ipotesi che essendo l´osservazione di un gruppo di stelle di ridotte dimensioni e di bassa luminosita´ (la magnitudine visuale apparente di Alcyone, la stella piu´ brillante del gruppo e´ pari a 2.96) e´ facile vedere in cielo le Pleiadi come una piccola macchia diffusa pur essendo possibile, se la vista e´ buona, distinguere le stelle che compongono il gruppo; e´ quindi difficile pretendere una rappresentazione realistica del piccolo ammasso stellare ottenuta da un osservatore visuale che osservava ad occhio nudo.</p>
<p>Siamo quindi obbligati ad ammettere che si tratti di una rappresentazione del tutto simbolica, tanto piu´ che presso altre culture antiche che hanno popolato il pianeta rileviamo alcune rappresentazioni, attribuite alle Pleiadi, molto simili a quella riprodotta su disco di Sangerhausen, ad esempio lo stesso simbolo rappresentato su una pittura rupestre in Oceania e´ stato interpretato dall´astronoma M. Haynes come la rappresentazione delle Pleiadi. Lo stesso raggruppamento di punti e´ riportato anche sul disco di Festo ed anche in questo caso e´ stato interpretato come l´immagine del piccolo asterismo dall´archeoastronoma spagnola Francisca Martin-Cano.</p>
<p>La stessa rappresentazione e´ comune in molti pendagli di bronzo di fattura Celtica centroeuropea prodotti durante l´eta´ del Ferro.<br />
Di contro, eccettando questa ipotesi potremmo interpretare una gran parte delle rosette formate da 7 coppelle incise sulle roccie camune, in Valcamonica e nel sito golasecchiano di Pianvalle, nel parco della Spina Verde, sopra Como, come rappresentazione delle Pleiadi, cosa decisamente azzardata anche se non escludibile a priori.</p>
<p>Di fatto va rilevato che tutte queste rappresentazioni attribuite alle Pleiadi sono basate esclusivamente sul fatto che sono formate da 7 elementi circolari (coppelle o dichetti aurei) raggruppati, ma senza corrispondenza geometrica con la reale disposizione spaziale delle 7 stelle nel cielo: un po´ poco, per la verita´.<br />
Il raggruppamento formato dai sette dischetti d´oro risulta essere l´unico  raggruppamento presente sul disco di Sangerhausen.<br />
Se si esegue un processo di &#8220;cluster analysis&#8221; sulla distribuzione delle stelle rappresentate sul disco si rileva un fatto decisamente interessante e cioe´ che la distribuzione dei dischetti d´oro rappresenta i nodi di un reticolo in cui ciascun nodo sembra essere, a prima vista, praticamente<br />
equidistante dai nodi strettamente adiacenti, cioe´ tranne i sette dischetti raggruppati, i restanti 25 sembrano essere distribuiti uniformemente sulla superficie del disco senza una regola apparente.</p>
<p>Ovviamente non esistono dischetti aurei dove sono poste le grandi immagini che potrebbero essere attribuite al Sole e alla Luna, per il resto la distribuzione sembra proprio essere uniforme. In realta´ questo non e´ strettamente vero perche´ se si esegue un processo di &#8220;cluster analysis&#8221; appare chiaro che la distribuzione delle distanze non e´ assolutamente uniforme ma sembra derivare dalla presenza di sottostrutture ben definite, e tendenzialmente sono riconoscibili 4 distinte componenti.</p>
<p><span>La prima raggruppa tutti i dischetti posti a distanza mediamento pari a R/8 dove R e´ il raggio del disco, questa componente e´ determinata principalmente dal raggruppamento dei dischetti aurei a cui e´ stata attribuita, probabilmente in modo un po´ avventato, la rappresentazione<br />
delle Pleiadi. Altre componenti sono quelle che raggruppano i dischetti aurei posti mediamente ad una distanza reciproca proporzionale a R/6, R/3.5 (la componente piu´ numerosa) ed intorno a R/4.</span></p>
<p>L´esistenza di sottostrutture ben definite nella distribuzione dei dischetti aurei sulla superficie del reperto ci consente di affermare che la distribuzione spaziale osservata altro non e´ che l´unione senza sovrapposizione di diverse strutture che potrebbero anche rappresentare costellazioni. Per questo motivo e´ stato eseguito un processo di &#8220;pattern matching&#8221; con l´obbiettivo di cercare di mettere in evidenza se la distribuzione dei dischetti aurei potesse essere messa in correlazione con qualche corrispondente distribuzione delle stelle luminose, nel cielo, entro qualche costellazione.</p>
<p>Il processo di &#8220;pattern matching&#8221; applicato alla distribuzione dei dischetti aurei presenti sul disco di Sangerhauser ha permesso di mettere in evidenza un sequenza di 7 di essi la cui distribuzione spaziale puo´ essere molto ben correlata con la distribuzione delle stelle piu luminose della costellazione dell´Orsa Maggiore. Il grado di correlazione incrociata tra i due &#8220;pattern&#8221; risulta pari a 0.84 e la probabilita´ di ottenere quel determinato valore del coefficente di correlazione per via di una combinazione opportuna di effetti casuali e´ risultata essere il 3% fatto questo che implica che con un livello di probabilita´ pari al 97% la correlazione rilevata sia reale e quindi sul disco di Sangerhausen potrebbe essere stata deliberatamente rappresentata la costellazione dell´Orsa Maggiore; ma perche´?</p>
<p>Vediamo di tentare di formulare qualche ipotesi per tentare di rispondere a  questa domanda. I risultati del &#8220;pattern matching&#8221; hanno messo in evidenza che oltre al profilo dell´Orsa Maggiore, e´ possibile rilevare anche. con coefficente di correlazione decisamente piu´ ridotto, pari a r=0.55, il profilo della costellazione di Cassiopeia, posta oltre il disco solare, verso l´esterno del disco di bronzo.</p>
<p>Qual´e´ il livello di affidabilita´ di questi risultati? Nel caso del &#8220;pattern&#8221; corrispondente alle stelle della Grande Orsa, si vedifica che il livello di indeterminazione e´ pari solo al 29%, mentre nel caso del &#8220;pattern&#8221; corrispondente a Cassiopeia, l´indeterminazione raggiunge il 70%, quindi la quantita´ di informazione contenuta nei 5 dischetti aurei che corrisponderebbero alla distribuzione delle stelle di Cassiopeia, nel cielo e´ decisamente insufficente per accettare come affidabile il &#8220;pattern&#8221; rilevato.</p>
<p>Ragioniamo ora applicando alcuni semplici concetti propri della Teoria  dell´Informazione.<br />
Dalla Teoria dell´Informazione otteniamo che la &#8220;Mutua Informazione&#8221; relativa alla configurazione formata dalla disposizione complessiva dei dischetti aurei sul disco di bronzo dipende strettamente dal coefficente di correlazione tra il pattern dei dischetti e le posizioni delle stelle nel<br />
cielo entro una determinata costellazione.<br />
Nel caso presente, la mutua informazione puo´ essere vista come la quantita´ di informazione legata all´osservazione sperimentale di una determinata distribuzione spaziale dei dischetti aurei sul disco di Sangerhausen.</p>
<p>In questo caso la mutua informazione si riferisce non ad un singolo dischetto aureo, ma a tutto il sottoinsieme dei dischetti presenti sul disco di bronzo e che potrebbero corrispondere ad una determinata configurazione stellare riconosciuta dal processo di &#8220;pattern matching&#8221;, quindi ci fornira´ importanti informazioni sulla struttura globale della distribuzione dei dischetti.<br />
La mutua informazione non e´ altro che una eneralizzazione del concetto di autoinformazione, quindi ne conservera´ tutte le proprieta´ matematiche.<br />
Questo fatto ci conduce a poter calcolare la probabilita´ che la  distribuzione spaziale dei dischetti aurei attualmente rilevata si potesse effettivamente verificare per via di fattori puramente casuali.</p>
<p><span>Tale probabilita´ ci suggerisce alcune considerazioni degne di nota.<br />
Infatti se la disposizione dei dischetti aurei e´ pressoche´ casuale allora il valore assoluto del coefficiente di correlazione risulta piuttosto basso e la mutua informazione pressoche´ nulla.<br />
Questo conduce ad avere una alta probabilita´ che la distribuzione spaziale osservata dei dischetti aurei fosse prevalentemente casuale in quanto chi dispose i dischetti aurei sul disco di bronzo non ritenne opportuno prendere<br />
in considerazione alcun criterio teso a disporli in modo ordinato secondo certi schemi, in questo caso in rapporto con alcune costellazioni visibili nel cielo.</span></p>
<p>Se contrariamente a cio´ la correlazione risulta elevata, come conseguenza della distribuzione ordinata dei dischetti, secondo taluni schemi, allora sara´ possibile osservare una disposizione tesa a privilegiare la distribuzione spaziale dei dischetti aurei secondo particolari configurazioni correlate con la posizione relativa delle stelle piu´ luminose entro talune costellazioni.<br />
In questo caso la mutua informazione sara´ elevata in quanto una disposizione ordinata implica l´esistenza in origine di un criterio applicato, che si traduce matematicamente nella codifica di una certa quantita´ di informazione nella distribuzione spaziale dei dischetti aurei<br />
ottenuta applicando quel particolare criterio.</p>
<p>Un valore elevato di mutua informazione implica una bassa probabilita´ che una disposizione cosi´ ordinata avesse potuto verificarsi casualmente. La probabilita´ dell´evento complementare, cioe´ quello della deliberata disposizione ordinata dei dischetti aurei, sara´ elevata, nel caso di una distribuzione spaziale ordinata.<br />
Osserviamo un fatto interessante e cioe´ che, secondo questo modo di vedere le cose, per avere la probabilita´ del 50% di distribuzione non casuale, il pattern di dischetti aurei dovrebbe mostrare un coefficente di correlazione incrociata pari a 0.87.</p>
<p>La conclusione e´ che solamente una distribuzione che mostra una rilevante correlazione (r&gt;87%) ha almeno il 50% di probabilita´ di non derivare da una disposizione casuale dei singoli dischetti.<br />
Con tale livello di probabilita´ potra´ essere ipotizzata una eventuale correlazione con qualche &#8220;pattern&#8221; astronomicamente significativo.<br />
Vediamo ora di applicare questa procedura al riconoscimento delle possibili costellazioni nella disposizione dei dischetti aurei presenti sul disco di Sangerhausen.</p>
<p>Il pattern corrispondente all´Orsa Maggiore e´ caratterizzaro da un coefficente di cross-correlazione pari a r=0.84 che implica un livello di Mutua Informazione pari a 0.614 e una probabilita´ di casualita´ del 54%, mentre il &#8220;pattern&#8221; corrispondente alla costellazione di Cassiopeia e´<br />
caratterizzato da un coefficente di cross-correlazione pari a r=0.55, che implica un livello di mutua informazione pari a 0.179 e di conseguenza una probabilita´ del 84% che la configurazione dei dischetti aurei sia, in questo specifico caso, dovuta a fattori casuali.</p>
<p>La conseguenza e´ chiara e cioe´ che la rappresentazione di Cassiopeia solleva sicuramente una grande quantita´ di dubbi, mentre la possibile rappresentazione dell´Orsa Maggiore potrebbe anche essere, entro certi limiti, significativa, e probabilmente lo e´ anche per un altro fatto, che mostreremo tra poco.<br />
A questo punto diventa attuale nuovamente l´interrogativo relativo alla natura dei 7 punti, che erano stati inizialmente identificati, anche se con qualche fondato dubbio, come una rappresentazione del gruppo delle Pleiadi, ma che con grande probabilita´ potrebbero invece rivestire un differente significato.</p>
<p>Un´ipotesi interessante, che ne porterebbe con se un´altra, e´ che il gruppetto dei 7 dischetti aurei potrebbe essere invece interpretato come la trasposizione sul disco dell´immagine di una cometa osservata nel cielo in quella posizione rispetto alle stelle dell´Orsa Maggiore.<br />
Se cosi´ fosse stato potrebbe forse essere possibile trovare traccia di questo evento nelle registrazioni anticamente redatte nel mondo orientale.<br />
Il tentativo di identificazione di questa cometa potrebbe in linea di principio essere possibile in quanto le fonti piu´ antiche disponibili sono rappresentate dall´annalistica cinese la quale inizia a registrare gli oggetti cometari dal 1000 a.<span>C., mentre sia Igino nel suo &#8220;Poetica  Astronomica&#8221; e nelle &#8220;Fabulae&#8221; redatti prima del 207 a.C. e Ovidio nei &#8220;Fasti&#8221; (10 d.C.) riportano notizie, peraltro incerte, relativamente ad una cometa osservata nel periodo della caduta della citta´ di Troia, quindi intorno al 1194 a.C.</span></p>
<p>Nelle tavolette babilonesi troviamo la piu´ antica registrazione cometaria nell´anno in cui il re Nebuchadnezzar I invase il regno di Elam, quindi il 1141 a.C., quindi mezzo secolo dopo che il disco di Sangerhausen erastato costruito, se la sua collocazione cronologica e´ corretta, ma non e´  detto che lo sia. Non rimane quindi che consultare le fonti orientali in cerca di qualche conferma dell´esistenza di un possibile oggetto cometario osservato nell´Orsa Maggiore in una posizione corrispondente a quella che il raggruppamento presente su disco di Sangerhausen mostra rispetto al profilo della costellazione dell´Orsa Maggiore.</p>
<p>Prendendo in esame l´annalistica cinese si rileva, un solo ed unico evento che potrebbe essere correlato con la possibile cometa rappresentata sul disco di Sangerhausen, il quale risulta essere riportato su piu´ di un testo annalistico cinese.<br />
Secondo Ho Peng Yoke (1962) su ben 7 registrazioni indipendenti si trova traccia di una cometa osservata dagli astronomi cinesi nella costellazione dell´Orsa Maggiore nel 613 a.C. nell´Orsa Maggiore nell´esatta posizione come si rileverebbe sul disco di Sangerhausen.</p>
<p>La sorgente piu´ antica e´ rappresentata dal &#8220;Ch´un Ch´iu&#8221; ovvero &#8220;gli Annali della Primavera e dell´Autunno&#8221; che rappresentano le cronache degli avvenimenti accaduti nello stato di Lu durante il periodo storico che si stese dal 722 a.C. fino al 481 a.C.<br />
Un´altra preziosissima fonte e´ il Shih Chi vero &#8220;Registrazioni Storiche&#8221; redatte da Ssuma Chhien e da suo padre Ssuma Than durante il decennio che va da 100 a.C al 90 a.C.<br />
In questa opera sono contenute le &#8220;Cronache e Tavole degli Eventi&#8221; le quali contengono le registrazioni astronomiche accadute partendo dal VII sec. a.C. fino al I sec. d.C.</p>
<p>Antiche registrazioni utili al nostro scopo possono essere reperite anche nel Tso Chuan ovvero &#8220;L´Ampliamento del Chhun Chhiu del Maestro Tsochhiu&#8221; redatto tra il 400 il 250 a.C. e attribuita a Tsochhiu Ming.<br />
Un´altra fonte utile, anche se meno sicura, e´ rappresentata dal Chu Shu Chi Nien cioe´ &#8220;Gli Annali di Bambu&#8221; venuto alla luce durante gli scavi della tomba di An-Li Wang, un principe dello stato di Wei, vissuto nel terzo secolo dopo Cristo.<br />
Vediamo ora di esaminare la terminologia usualmente adottata nelle   registrazioni cinesi per indicare le comete.</p>
<p>Nella letteratura cinese, il termine &#8220;cometa&#8221; e´ tradotto con i termini &#8220;po&#8221;  e &#8220;hui&#8221;.<br />
Il termine &#8220;po&#8221; e´ indicativo di una cometa priva di coda ma di cui sia visibile la condensazione centrale, quindi &#8220;po&#8221; identifica un oggetto nebuloso e sfumato e si riferisce praticamente solamente al nucleo e alla chioma della cometa osservata.<br />
Il termine &#8220;hui&#8221; implica invece che l´oggetto fosse dotato di coda apprezzabile visualmente, quindi lunga, secondo la nostra opinione, almeno una decina di primi d´arco.<br />
Se l´oggetto possedeva una coda molto lunga, diciamo dell´ordine dei gradi d´arco, brillante e quindi molto evidente, allora il termine adottato per la cometa e´ &#8220;chhang-hsing&#8221;.</p>
<p>Tutti i sette testi sono concordi nell´affermare che durante il settimo mese del quattordicesimo anno di Lu Wen Kung corrispondente al sesto anno di Chou Chhing Wang, in termini piu´ comprensibili si trattava del 613 a.C., un astro munito di coda (&#8220;chhang-hsing&#8221;) entro´ nella costellazione di Pei-Tou corrispondente all´Orsa Maggiore nel periodo corrispondente al mese lunare tra il 4 Agosto 613 a.C. e il 2 Settembre dello stesso anno.<br />
Nel &#8220;Ch´un Ch´iu&#8221; si legge &#8220;&#8230;e quindi una cometa spazzo´ via cio´ che era vecchio per far posto a qualcosa di nuovo, una cometa presagisce un cambiamento&#8221;.</p>
<p>La datazione al 613 a.C. e´ basata sulla datazione moderna degli antichi calendari cinesi, ma in passato qualche studioso forni´ date differenti, ad esempio James Legge (1845) propose che la cometa fosse stata osservata un anno dopo cioe´ nel 612 a. <span>C., mentre J. Williams nel 1871 e Wen Shion Tsu,  nel 1934, collocarono il passaggio dell´astro nel 611 a.C.<br />
Queste differenti datazioni sono irrilevanti dal punto di vista dell´interpretazione della configurazione rilevabile sul disco di<br />
Sangerhausen, ma sono molto utili in quanto e´ possibile ipotizzare che l´astro probabilmente rappresentato potesse riferirsi ad una cometa periodica che potrebbe essere passata e stata visibile anche in tempi recenti.</span></p>
<p>L´astronomo J. Riem, nel 1896 suggeri´, sulla base delle caratteristiche orbitali, che la cometa del 613 a.C. altro non fosse che un passaggio antico della grande cometa transitata nel 1881 (1881 III) la quale fu visibile dal 22 Maggio 1881 al 15 Febbraio 1882 e fu estremamente spettacolare. Altri astronomi, tra cui Johann Holetschek, nel 1897 ipotizzarono che si  fosse trattato invece di un passaggio della Halley.</p>
<p>In questo caso la situazione e´ un po´ ambigua perche´ il calcolo dei passaggi antichi della cometa di Halley, eseguito da Yeomans e Kiang nel 1981, indica un passaggio al perielio teorico alla data del 28 Luglio del 616 a.C. che risulta essere qualche anno piu´ remoto del 613 a.C., ma la<br />
differenza potrebbe non essere sostanziale tenendo anche conto che nessuna cometa viene registrata dagli annali cinesi nel 616 a.C., mentre il passaggio del 467 a.C. venne molto ben osservato e registrato con precisione in Cina.</p>
<p>In terzo luogo gli annali cinesi riportano, per sette volte in sette fonti differenti, una sola citazione di una cometa, transitata nella costellazione dell´Orsa Maggiore nel 613 a.C., quindi sia la datazione cinese che la descrizione della traiettoria in cielo risultano essere strettamente coerenti con il pattern di dischetti aurei presenti sul disco di Sangerhausen e riconosciuti mediante il processo di &#8220;pattern matching&#8221;.<br />
La probabilita´ che si tratti dello stesso oggetto e´ quindi molto elevata.</p>
<p>L´identificazione della cometa ci porterebbe a due possibilita´, la prima riguarda un possibile passaggio in tempi remoti della grande cometa del 1881, ma questo e´ basato solamente sull´analisi di Riem della traiettoria in cielo descritta durante il passaggio del secolo scorso e sul risultato del calcolo dell´orbita da lui eseguito, che la mostrerebbe circolare intorno al Sole lungo un´orbita chiusa, ma di periodo molto lungo.</p>
<p>L´idea avanzata inizialmente, nel 1897, da Holetschek e altri astronomi contemporanei che la cometa del 612 a.C. fosse in realta´ la Cometa di Halley potrebbe trovare conferma nei calcoli di Yeomans e Kiang (1981) che indicano che per effetto delle perturbazioni gravitazionali operate dai<br />
pianeti del Sistema Solare sulla forma dell´orbita della cometa, il suo periodo orbitale era, durante l´eta´ del Ferro, accorciato a 74 anni contro i 76 attuali, quindi il perielio (passaggio al punto piu´ vicino al Sole) avvenne nell´estate del 616 a.C.</p>
<p>Tenendo conto che la visibilita´ della cometa potrebbe essere continuata per un certo tempo dopo il perielio, non e´ da escludere che la cometa del 613 a.C. fosse proprio la Halley e sul filo del ragionamento esposto in questa sede, attribuire a questa famosa cometa il gruppo di 7 dischetti aurei  presenti sul disco di Sangerhausen.</p>
<p>Va ora fatta una considerazione finale e cioe´ che da quanto si desume dalla configurazione presente sul disco di Sangerhausen dallo studio che ne e´ scaturito, sembrerebbe essere esistita da parte dell´ignoto fabbro, l´esplicita volonta´ di rappresentare in maniera oggettiva l´oggetto<br />
osservato nel cielo.<br />
Questo sembrerebbe essere testimoniato dall´aggiunta dei dischetti aurei rappresentanti le stelle dell´Orsa Maggiore come un sistema di riferimento in cui collocare la cometa.</p>
<p>In questo caso ci troviamo probabilmente di fronte ad una rappresentazione oggettiva, piu´ o meno consciamente redatta a scopo di documentazione, da un antico abitatore del Mittelberg osservatore del cielo dotato di uno spirito<br />
&#8220;scientifico&#8221; piu´ che ad una trasposizione simbolica di un fenomeno naturale eccezionale e forse pauroso, ma ci troviamo probabilmente di fronte anche alla volonta´ di occultare quaesta informazione aggiungendo sul disco altri dischetti aurei che nulla avrebbero a che vedere con le posizioni delle stelle in cielo; o forse sono stati aggiunti solo per motivi estetici.</p>
<p><span>L´ipotesi cometaria implica pero´ che la collocazione cronologica del disco di Sangerhausen sia molto piu´ piu´ recente di quanto inizialmente proposto dagli archeologi tedeschi, ma questo e´ un aspetto della questione che richiede ancora di essere approfondito.<br />
Una collocazione all´eta´ del Ferro implicherebbe che il disco e´ probabilmente di fattura celto-germanica e si accorderebbe molto bene con la sensibilita´ mostrata dalle popolazioni celtiche per la rappresentazione del cielo su supporti metallici, basti riucordare le rappresentazioni di comete tracciate sulle monete di svariate popolazioni celtiche continentali ed insulari.</span></p>
<p>Va ricordato anche che le rappresentazioni realistice della falce lunare sono tendenziamente tipiche dell’eta’ del Ferro, in Europa, piu’ che di quella del Bronzo.<br />
Un’altra possibile spiegazione e’ che le figure grandi presenti sul disco si  riferiscano esclusivamente alla Luna.<br />
In questo caso si rileva rappresentata la Luna piena (disco aureo) e una fase intermedia tra l’ultimo quarto ed il novilunio, a meno di ipotizzare che il disco potesse anche essere utilizzato capovolto, allora l’immagine falcata avrebbe mostrato la Luna ad una fase intermedia tra il novilunio e il primo quarto.<br />
Questa e’ un’ipotesi molto interessante perche’ potrebbe suggerire che il disco di Sangerhausen potesse essere utilizzato come indicatore delle fasi della Luna e forse era esposto al pubblico, al fine di rappresentarle.</p>
<p>Il disco quindi poteva essere ruotato e poteva rappresentare sia la Luna calante che quella crescente, a secondo da quale parte era girato.<br />
Nonostante tutte le ipotesi che sono state formulate, alla fine pero´ il mistero connesso alla rappresentazione astronomica presente su questo reperto archeologico rimane pressoche´ tale in quanto non esiste alcuna possibilita´di verificare le ipotesi che sono state formulate per interpretare quanto rappresentato, nè quella dell´eclisse che sembra essere la piu´ probabile, ne quella della cometa che pero´ richiede una collocazione cronologica molto piu´ recente, del reperto, nè quella delle fasi lunari, nè quella del Sole e della Luna.</p>
<p>Nel momento in cui si perverra´ ad una datazione accurata del disco di Sangerhause, ottenuta mediante tecniche che si basano solo sull´analisi dei materiali che lo compongono, sara´ possibile discriminare tra l´ipotesi dell´eclisse e quella della cometa. Per ora rimangono entrambe ugualmente valide. Ma ciò che è importante e´ che il reperto esiste, quello che vi e´ rappresentato sopra e´ astronomicamente significativo e qualcuno, per qualche ragione sconosciuta, ha ritenuto necessario rappresentarlo&#8230;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
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Press, Oxford.</p>
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Cambridge University Press.</p>
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Bologna</p>
<p><span><br />
</span></p>
<p><span>(ADRIANO GASPANI)<br />
</span></p>
<p><span><br />
</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>A NEW AREA OF GALICIAN ROCK ART (NW. SPAIN): SOUTHERN A CORUÑA PROVINCE</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 11:07:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jorge Guitiàn</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bronze Age]]></category>
		<category><![CDATA[Coruña]]></category>
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		<description><![CDATA[During the last years some papers introduced new rock art groups in Northern Galicia, beginning to change our peception of Galician rock art distribution. These new findings, usually placed near the coast of Southern A Coruña province, allowed us to think about an important change in geographical distribution of Galician rock art. This paper introduces [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>During the last years some papers introduced new rock art groups in Northern Galicia, beginning to change our peception of Galician rock art distribution. These new findings, usually placed near the coast of Southern A Coruña province, allowed us to think about an important change in geographical distribution of Galician rock art. This paper introduces some results of this work, focusing on new rock art groups as well as in the analysis of its location and its spatial connotations.</em> <span id="more-84"></span></span><span>
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Galicia (NW Spain) is a well-known rock art area. Since first papers appear in early 20th century, a lot of new rock art groups were published, specially during 1930&#8221;s and 1960&#8221;s-1970&#8221;s, usually focusing on southern area of this region.</span></p>
<p>Pontevedra Province and Northern Portugal appeared, in traditional papers and dissertations, as the main focus of Galician rock art, with a huge diversity of stations and motifs, while northern areas did not have more than isolated groups as Castriño de Conxo (Santiago de Compostela) or Laxe da Cabras (Riveira).</p>
<p>During the last years some papers introduced new rock art groups in Northern Galicia, beginning to change our peception of Galician rock art distribution. These new findings, usually placed near the coast of Southern A Coruña province, allowed us to think about an important change in geographical distribution of Galician rock art. Was not it possible to find more rock art groups in northern Galicia changing, this way, traditional theories?</p>
<p>Since mid 1990&#8221;s the Grupo de Arqueoloxía Terra de Trasancos (Trasancos County Archaeology Group) has found several petroglyphs near Ferrol, in the Northern coast, while exceptional rock art groups were found at Costa da Morte (NW Galicia). Basing in all these findings, we began a field work trying to locate more groups in the province and stablish some new theories about their location.</p>
<p>This paper introduces some results of this work, focusing on new rock art groups as well as in the analysis of its location and its spatial connotations.</p>
<p>Rock Art of Barbanza Peninsula:</p>
<p>Barbanza Peninsula is a natural county placed between Ría de Arousa and Ría de Noia<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=23','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=23#">(1)</a> , in Southern area of A Coruña Province. It is very Near of Rianxo Area, where in late 1990&#8221;s more than 50 rock art groups were found.</p>
<p>In 1999 only six rock art groups were known in this region, most of them published by Agrafoxo Pérez and Gil Agra. During that summer we found two new rock art groups in Baroña and at Portela the Gourís, both in Porto do Son.</p>
<p>The petroglyph of Outeiro da Pedra Bicuda (Sharp Rock Hill) in Baroña, shows the depiction of two deer, a stag and a small specimen identified as a hind or an inmature deer. This group, than can be dated in Bronze Age, is specially interesting due to the stag&#8221;s pose, identified as a rut attitude.</p>
<p>Portela de Gouris group is an historical group, probably made during Middle Age or even later. It is composed by more than 30 crosses of different types, and other unidentified motifs, and it could be an old landmark.</p>
<p>In 2000 Manuel Mariño del Río published a book introducing a number of 13 new petroglyphs in this area. The most interesting of these groups is Esparrelle Petroglyph (also known as Monte Espiñeiro I Petroglyph), where two spirals are depicted near some deer representations and other motifs.</p>
<p>During summer and autumn of 2000 several new rock art groups were found. Most of them are placed in northern coast of the Peninsula (Porto do Son), but there are also some groups in the southern area (Boiro, Lousame, Riveira). Cupmarks and cup-and.ring are well represented, as well as deer depictions. There are other motifs, as spirals, goats or human depictions less represented in this area. Anyway, the number of known groups (more than 50 at the end of 2000) and the diversity of motifs, seemed to confirm our theory about rock art distribution in A Coruña province.</p>
<p>2001 was a transcendental year for our researches. In June a new book &#8221;Arte rupestre do Barbanza&#8221; (Barbanza Region Rock Art), written by Jorge Guitián Castromil and Xoán Guitián Rivera, was published. In it, a number of 99 rock art groups were introduced and analyzed. These new groups are cupmarks, cups-and-ring, crosses, deer, goats, hunting scenes, spirals, arms, etc. The huge diversity of motifs confirms our theory about Galician rock art spatial location, and seems to link Pontevedra province rock art with Muros rock art group<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=23','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=23#">(2)</a> . Recently, during the first days of June of 2002, we knew that a number of more than 50 new rock art groups were founded in Carnota. We have not been able to visit the area yet, but this information seems to confirm the theories unfolded in this paper.</p>
<p>Some of the most interesting new rock art groups are:</p>
<p>- Espiñaredo I: The only motif in this rock is a sword or a dagger that can be identified as a Late Bronze Age Model.</p>
<p><span>- Rego de Corzo I: It is a complex composition of cupmarks, cup-and-ring, concentric circles and isolated lines placed near a small river.<br />
- Outeiro de Campelos: Probably one of the most spectacular groups in the whole province. The vertical rock shows three stag depictions, while horizontal rock shows another stag and a cupmark.<br />
- Campo Grande I: A big stag depiction (135 cm. long), near two small deer (hinds?) depictions. This group is very near of Campo Grande II and Campo Grande III, where another two deer are depicted.</span></p>
<p>There are also some small areas with an important concentration of rock art groups. Some of them are near a river or a damp field:</p>
<p>- Rego do Curral de Baixo: This area is composed by a number of 8 rock art groups. Most of them show only crosses of different sizes and types, but there are also cup-and-ring marks and three stags depictions.<br />
- Fonte do Sendio Area: This area is placed near Fonte do Sendio village, and it is composed by a number of 6 rock art groups, all of them showing animal depictions. Probably the most interesting is rock Nº2, where two goats are depicted. This kind of animal representation is very unusual, and it only appears in other three groups (two of them in Barbanza Peninsula and the other in Pontevedra province). The other five groups show deer depictions. Near there, at the top of the mountain, is placed Pedra das Cruces (Crosses Stone), where many crosses and cupmarks are depicted.<br />
- Chan de Reis (Kings&#8221;s Plain) Area: This is probably the most interesting area in the whole Barbanza Peninsula. This is a plain surrounded by eight rock art groups, which seems to delimit the area. They are all circular depictions, with single cupmarks, cup-and-ring, and complex concentric combinations. The location of the rocks, surrounding the plain, allow us to theorize about the use of prehistoric rock art as a signal code used to sign or delimit a territory. Maybe it is not a valid hypothesis in all cases, but it seems to be valid in this concrete area.</p>
<p>Nowadays we know more than 120 rock art groups in Barbanza Peninsula. This fact convert this area in one of the most dettached of the whole province, and in an important reference for Galician rock art. We can now deffend the existence of an important area of rock art in northern Galicia, extending from Ulla Valley, the Southern limit with Pontevedra province, across the western coast and the inland near Santiago de Compostela to the northern coast, near A Coruña and, specially, Ferrol.</p>
<p>We can, however, identify some tendences in Northern rock art distribution, that allow us to delimit some sub-areas:</p>
<p>- The Southern region of A Coruña province, where Barbanza Península is placed, has an important number of rock art groups, with an important concentration near the coast. The most important group of motifs is composed by zoomorphic depictions, specially diferent kinds of deer, but also goats, horses (riding scenes) and a dog. There are also a relatively important group of cupmarks and cup-and-ring, while arm depictions are less common.<br />
- The inland has a minor number of rock art groups. There are not animal depictions, except in Laxe Negra (Ames), where a deer and a goat appear, and at a still unpublished rock recently found at Fondao (Teo). The most important iconographical group is formed by concentric circles and cup-and-ring, but there is also a rock art group with spirals (Monte Pedroso, Santiago), and an exceptional arm group (Castriño de Conxo, Santiago).</p>
<p>- Western coast, has a minor number of groups than Southern areas. Animal depiction and concentric circles are well represented, with a huge concentration of deer depictions at Muros (Cova da Bruxa, Cova do gato, etc.) and circles appearing in Muros, but also in Carnota and Outes. In Monte Naraio I (Muros)two labyrinth appear, as Laxe das Rodas (Wheels Rock), placed also at Muros, was identified as an astronomical calendar. Recent findings in Carnota seem to increase the relative importance of this area, but we can not confirm these facts until we can visit the area.</p>
<p>- The Western inland has a small number of rock art groups. Most of them appear in A Baña, where 10 cupmarked rocks were found recently. In Pedra Ancha (Wide Stone), near Dumbría, is placed one of the most important Bronze Age arm depictions of Galicia, showing Swords and halberds. There are also several isolated groups at Mazaricos.</p>
<p><span>- The northern coast is beginning to appear, since mid 1990&#8221;s, as a relatively important rock art area. Most rock art groups in this region have cupmarks or cup-and-ring marks, and there is just one known rock with animal depictions in Laxe. A strange composition showing two human depictions, probably from Middle Ages, are placed near Coirós. The group of Chamorro (Ferrol), showing cup-and-ring marks, is one of the best known of this area.</span></p>
<p>Nowadays, more than 300 rock art groups are known in this province, and they seem to be just a small part of total. Probably future researches will allow us, in the next years, to know more about rock art in this province, usually forgotten in traditional researches.</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><span>(1)A Ría is a deep and wide harbour similar to norwegian fjords.</span></p>
<p>(2)A group on 20 petroglyphs placed in Muros and Carnota, in the western coast of A Coruña</p>
<p>(JORGE GUITIA&#8217;N)</p>
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