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	<title>Artepreistorica.com &#187; Contemporary Age</title>
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	<description>Rock Art Resources</description>
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		<title>DAGLI ANTENATI AI CAPI</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 15:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Aime</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporary Age]]></category>
		<category><![CDATA[sawa]]></category>
		<category><![CDATA[tangba]]></category>

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		<description><![CDATA[Abstract The Tangba are a small groupe (about 35´000) living on the tangba hills, in north-western Benin. Their origin tales confirm that the creation of this people happened afterwards the escaping of families (whose origin was different) looking for a refuge on the hills for the slavers razzias. So Tangba are a very composite people [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span><em>Abstract </em></span></strong></p>
<p><span><em>The Tangba are a small groupe (about 35´000) living on the tangba hills, in north-western Benin. Their origin tales confirm that the creation of this people happened afterwards the escaping of families (whose origin was different) looking for a refuge on the hills for the slavers razzias. So Tangba are a very composite people under the ethnic profile. It was from this mixage that is born their very multicentric system, were authority is very fragmenta in absence of a ruling clan or ethnic group. The sawa, whose origin is foreigner, are the political authority and manage the external relationship; boro-te are the divinator and they manage the religious problems and protect the village; the chef de terre is the descendent of the village founder, the one who &#8221;shows the place&#8221; to the newcomers. The relationship between these authorities, who are tied to the age-class system and to others regulation mechanism (like the relation demni-dembiha), represents the force of perpetuation and transformation of tangba societies.<span id="more-117"></span></em></span><span>Conchiglie vuote</span></p>
<p>I Tangba sono una piccola popolazione (33.000 individui circa) che risiede attorno alle colline omonime, nella regione dell´Atakora (Benin settentrionale)<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=53#">(1)</a>.  A parte i quattro principali groupements<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=53#">(2)</a> tangba, la maggior parte della popolazione abita nella pianura circostante le colline, nei pressi delle terre coltivabili. Raggiunto il piazzale del mercato di Copargo, un piccolo paese che sorge sulla strada che collega Djougou con Natitingou, una stradina sconnessa conduce verso ovest in direzione delle colline Tangba. La pista attraversa campi coltivati a miglio e igname, ma nella stagione secca, dopo che gli uomini hanno incendiato i campi, la terra mette a nudo le sue ossa, mostrando una distesa di sassi che affiorano dal suolo. Le abitazioni di Seseirhà, a mezza costa sul versante sudorientale della collina, sono appena percettibili dal basso.</p>
<p>La pista, giunta ai piedi della collina, diventa impercorribile in auto. A piedi, lungo i numerosi sentieri tracciati dagli abitanti del villaggio, si sale fino all´ondulato pianoro dove sorgono i quattro quartieri di Seseirhà: Satyekà, Tyaklerò, Galorhà, Pendolou. Si tratta di un abitato piuttosto compatto, dove le abitazioni si succedono senza soluzione di continuità. Dal quartiere di Satyekà, il più antico del groupement, un sentiero sale verso ovest raggiungendo il crinale. La parte alta della collina è segnata da un paesaggio roccioso ricco di anfratti e barriere naturali, ai quali è dovuta in gran parte la sopravvivenza dei Tangba ai tempi delle razzie per la caccia degli schiavi. In alto, affacciato su un dirupo che domina la piana verso S-E, sorge il piccolo abitato di Yakà, il più antico insediamento tangba.</p>
<p>Gli abitanti del posto abbandonarono questo centro in seguito a una disputa con Seseirhà e si trasferirono nella pianura, ai bordi della pista, fondando Pabegou, unico centro tangba lontano dalla collina. Oggi a Yakà vivono poche famiglie, tra le quali quelle del capo villaggio e del più importante specialista rituale: il tung-te. Nei pressi del punto più alto del crinale, seminascosta dalla vegetazione, si trova Varun, la grotta sacra, al cui interno si possono vedere le tracce di sacrifici animali recenti. La tradizione vuole che questa grotta corra fino al palazzo reale di Djougou e che sia abitata da una pantera e, secondo alcune versioni, da un boa.</p>
<p>Scendendo lungo il versante opposto si possono ancora vedere i muretti di pietra che servivano da difesa contro gli attacchi nemici. Il primo quartiere che si incontra è Dapleirhà, isolato sulla collina e oggi quasi deserto. Dapleirhà è l´ultimo quartiere di Dur, il maggiore dei groupements tangba, che sorge ai piedi della collina sul versante nord-occidentale. Altri sei quartieri formano questo centro: in direzione E-O incontriamo Singre (il più antico), Nimourou, Bissenrhà, Maho, Taho, Passingre. Dur, dove sorgono una piccola scuola, la moschea e un dispensario medico è raggiunto da una stretta pista percorribile dalle auto che lascia la strada Djougou-Natitingou in direzione di Tchelenga, al confine con il Togo. Percorrendo questa pista, che costeggia i pendii delle colline, si raggiunge Karhun l´ultimo groupement tangba di collina. Un piccolo abitato che si sviluppa lungo la pista, diviso nei tre quartieri di Dorà, Malero e Yaourou.</p>
<p>La prima impressione che ho provato passeggiando in questi villaggi è stata di totale abbandono. Sembrava di camminare in mezzo a un mucchio di conchiglie vuote: case semidiroccate, tetti crollati, muretti che si sgretolavano. I sentieri che attraversavano gli abitati erano a volte invasi dall´erba alta. Solo i capi e gli specialisti rituali, con le loro famiglie, abitavano permanentemente questi centri. I villaggi di collina sono in realtà villaggi-tempio, luoghi rituali, dove la maggior parte della popolazione si raduna solo in occasione delle cerimonie. Per il resto del tempo i Tangba risiedono nelle loro abitazioni sparse nei campi. L´abbandono dei villaggi di collina e lo spostamento verso le terre di pianura, più estese e soprattutto più facili da coltivare, è un evento piuttosto recente. Abbiamo infatti testimonianze riportate nei rapporti mensili dagli amministratori coloniali, come quello di Desanti.</p>
<p>Per quanto riguarda i Tangba è sufficiente arrivare nel loro territorio per rendersi conto che sono allo stretto, sulle loro montagne dove avevano costruito i loro villaggi per sfuggire ai cavalieri bariba che percorrevano la pianura razziando uomini. <span>(Liberamente tradotto da: Desanti H., 1921)</span></p>
<p>I Francesi incentivarono la fondazione di nuovi insediamenti nella pianura. Operazione riuscita poiché nel maggio dello stesso anno Desanti affermava soddisfatto che: nell´arco di un mese tutti i nuovi insediamenti di pianura sono stati costruiti e occupati (liberamente tradotto da: Desanti H., 1921). Così, lentamente, si è arrivati alla situazione attuale dove la maggior parte delle famiglie ha scelto di vivere nelle abitazioni vicine ai loro campi, mentre negli abitati di collina, peraltro nettamente sfavoriti sotto il profilo economico, si incontrano solamente le famiglie dei capi tradizionali e degli specialisti rituali.</p>
<p>Nella scheda sono riportati i risultati del censimento, effettuato nel 1993, relativi agli insediamenti tangba. I dati relativi a ciascun quartiere fanno riferimento ai quartieri di provenienza. In realtà la popolazione effettiva di Dur e Seseirhà ammonta a qualche centinaio di persone. Il resto della popolazione risiede nelle fattorie sparse sul territorio. Poichè ogni groupement e ogni quartiere possiedono le proprie terre, negli insediamenti di pianura le famiglie di ciascun quartiere si troveranno disposte su territori limitrofi.</p>
<p>DUR<br />
Singre: 2.688<br />
Nimourou:1.172<br />
Bissenrhà:804<br />
Taho:1.360<br />
Maho:995<br />
Passingre:700<br />
Dapleirhà:1.532<br />
Totale<br />
9.251</p>
<p>SESEIRHÀ<br />
Satyekà:2.800<br />
Tyaklero:2.367<br />
Galhorhà:2.302<br />
Pendolou:2.029<br />
Totale<br />
9.498</p>
<p>KARHUM<br />
Dorà:820<br />
Malero:660<br />
Yaourou:1.300<br />
Totale<br />
2.780</p>
<p>PABEGOU                                                                                           Pabegou:2.688<br />
Tyaklero:2.250<br />
Bamisso:1.406<br />
Nyanforoum:1.005<br />
Palampagou:2.409<br />
Tigninoum:1.000<br />
Totale<br />
10.758</p>
<p><strong>Gli antenati venuti da lontano</strong><br />
<em>&#8221;Il primo ad arrivare nella terra del villaggio è stato Sanga, rifugiatosi sulle colline in seguito alle persecuzioni dei Baatonbu. Sanga era un Kabre, proveniva dalle montagne del Togo ed era agricoltore. Dopo essersi insediato ha chiamato la sua famiglia e ha fondato il primo quartiere del villaggio che si chiama Satyekà. Dopo di lui è arrivato un cacciatore baatonbu. Contento di avere un cacciatore assieme a lui Sanga ha chiesto al nuovo arrivato di liberarlo dagli animali feroci che circolavano nella zona. Il cacciatore allora ha piantato quattro bastoni nella terra in direzione dei quattro punti cardinali, ha fatto qualche incantesimo e gli animali sono fuggiti. Sanga allora ha detto: &#8221;Non so come tu abbia fatto, ma ha funzionato&#8221; e ha chiesto al cacciatore di restare conferendogli il titolo di chef de terre. In seguito sono arrivate altre famiglie provenienti da tutte le parti e il villaggio si è ingrandito.<br />
Un giorno Sanga e sua moglie hanno litigato. Allora lui ha detto: &#8221;Chiamate il Baatonbu &#8221;. Questi ha ascoltato le ragioni di entrambi e poi ha dato torto alla donna insultandola. Da allora il Baatonbu è stato chiamato Tchourou &#8221;quello che insulta&#8221; e ha sempre giudicato le questioni famigliari &#8221;.</em></p>
<p>Così, secondo la tradizione narratami da Tchourou, anziano chef de terre e discendente di quel Baatonbu che seguì Sanga, nacque Satyekà, il più antico dei quattro quartieri di Seseirhà. Questo è uno dei numerosi racconti dell´origine che ho udito dalla voce degli anziani e dei meno anziani, nei vari quartieri dei groupements della collina. In tutti i racconti emergono alcuni elementi comuni e assai significativi. Non ho mai udito raccontare miti relativi all´origine dell´uomo. Si racconta l´origine dei villaggi e la scena sembra ripetersi, con elementi diversi, ma contenuti simili. I villaggi tangba nascono dall´incontro di due o più stranieri, che spesso praticano attività diverse (caccia e agricoltura) e che si alleano per dare vita a una comunità.</p>
<p>La figura del cacciatore che scopre per primo il luogo &#8221;buono&#8221; è un elemento comune a molti racconti. In effetti chi meglio del cacciatore, che rispetto al coltivatore ha una maggiore mobilità, conosce il terreno, i punti d´acqua, ottimo luogo di appostamento per attendere gli animali e la presenza di selvaggina? Tutti questi racconti dell´origine hanno una profondità storica piuttosto limitata e abbastanza facilmente collocabile dal punto di vista cronologico.</p>
<p><span>Tutti mettono in evidenza la negoziazione, la mediazione e la necessità di unire le forze per sopravvivere.</span></p>
<p>La tradizione orale propone un´immagine tutt´altro che &#8221;pura&#8221; del popolo tangba, anzi è un vero e proprio caleidoscopio quello che emerge, lo stesso che si riscontra nei villaggi attuali, dove, come abbiamo visto, vivono famiglie dalle origini diverse. La società tangba infatti non è che una delle innumeri sfaccettature nel panorama etnico dell´Atakora. Uno dei tanti rami del grosso albero che affonda le proprie radici tra quelle montagne. Poiché risulterebbe curioso studiare le caratteristiche di un albero osservandone un ramo soltanto, per comprendere la natura della società tangba occorre allontanare momentaneamente lo sguardo e osservare, con una prospettiva più ampia le vicende storiche dell´intera regione.</p>
<p>Tentiamo quindi di esaminare i principali processi di formazione delle cosiddette “etnie&#8221; della regione dell´Atakora, processi che vedono coinvolti anche i Tangha. Con un approccio storico-antropologico cercherò di esaminare le dinamiche di emigrazione, espansione e dispersione dei numerosi gruppi originari fino al loro reinsediamento in aree diverse da quelle di origine e alla loro polverizzazione. La chiave storica serve non solo per strappare questi gruppi dalla gabbia del &#8221;presente etnografico&#8221;, che sospende in una dimensione atemporale una società come se fosse sempre stata (e prevedibilmente sempre sarà) così, ma anche per dimostrare come talvolta il concetto di &#8221;etnia&#8221; o &#8221;tribù&#8221; sia fuorviante.</p>
<p><strong>Caccia e guerra</strong><br />
L´islamizzazione tardiva del Benin ci ha privato delle fonti storiche, offerte dalle cronache di viaggiatori colti e studiosi che con grande puntualità descrissero altre realtà africane dell´epoca. Per questo la ricostruzione storica del passato di queste regioni risulta difficile e incerta e solo confrontando le poche fonti scritte e le numerose fonti orali si possono raggiungere risultati accettabili. Il complesso panorama etnico sembra indicare una lunga e intricata rete di scambi tra gruppi diversi. Non sempre è facile stabilire chi furono i primi a raggiungere la regione, anche se in questa operazione siamo aiutati dalla presenza ancora attuale degli chefs de terre, discendenti generalmente della prima famiglia insediatasi in un villaggio. Però proprio la varietà etnica dei diversi chefs de terre presenti nella regione, dimostra che la &#8221;colonizzazione&#8221; dell´Atakora non fu un fatto programmato, ma la combinazione di una serie di spostamenti e di eventi succedutisi nel corso di diversi secoli.</p>
<p>Le accese discussioni tra gli anziani tangba, che seguivano alla mia domanda &#8221;chi fu il fondatore del villaggio?&#8221;, alle quali mi è accaduto spesso di assistere, dimostrano che anche il titolo di chef de terre non è sempre meccanicamente legato all´origine, ma è spesso frutto di contrattazioni politiche o di lotte per il potere avvenute successivamente.<br />
Tradizione e cronache sembrano confermare che tra i primi stranieri a raggiungere la regione ci furono cacciatori baatonbu (bariba) provenienti da Boussa e successivamente da Nikki<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?english=&amp;blocco=9384&amp;idarticolo=53&amp;p=3&amp;fine=#">(3)</a>. Si trattò probabilmente della penetrazione di piccoli gruppi e non ancora di un´invasione vera e propria, che si protrasse dal VII al XI secolo. Nuovi terreni per la caccia e l´agricoltura furono i principali motivi che spinsero questi cacciatori a insediarsi nella regione (Groshenry H., 1950:8).</p>
<p>Nel quartiere di Satyekà, il più antico del groupement di Seseirhà, il titolo di chef de terre spetta all´anziano Tchourou di origine baatonbu (che è anche sawa del quartiere) e anche a Dur si trovano chefs de terre aventi la stessa origine. E’ difficile stabilire, sulla base delle poche fonti esistenti, quale fosse il reale panorama etnico della zona all´epoca dei primi immigranti. E’ certo però che le alture della regione erano già abitate<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?english=&amp;blocco=9384&amp;idarticolo=53&amp;p=3&amp;fine=#">(4)</a>, e che mai, neppure nel periodo successivo, i Baatonbu riuscirono ad insediarsi sulle montagne. Nell´Atakora i Baatonbu entrarono in contatto con bande di cacciatori gulmanceba (gourmantchè) provenienti dal sud del Burkina Faso, anch´essi in cerca di nuovi territori di caccia.</p>
<p>Nessuna fonte storica ci viene in aiuto, ma il fatto che tutti gli specialisti rituali tangba provengano originariamente dal Togo, lascia supporre che gli avi di tali individui si fossero già insediati sulle colline prima dell´arrivo dei cacciatori stranieri o contemporaneamente. <span>In ogni caso sia i Baatonbu sia i Gulmanceba non formavano gruppi numericamente consistenti e soprattutto erano privi di un assetto politico centralizzato. La loro convivenza con i gruppi autoctoni non deve aver creato problemi di sorta in quanto non si trattava di un´invasione vera e propria, ma di una immigrazione fortemente diluita nel tempo.</span></p>
<p>Con la caduta dell´impero del Songhay (1590), si assiste a un forte spostamento di popolazioni che cercano nuove terre a sud del fiume Niger, raggiungendo le colline Tangba. Ai movimenti demografici che caratterizzarono il XVII secolo si aggiunsero, nel secolo successivo, quelli determinati dalle pressioni degli Ashanti del Ghana e dei Fon del regno di Abomey e dei Baatonbu di Nikki, protagonisti di grandi razzie per procurarsi schiavi da vendere agli europei stabilitisi sulla costa. L´intera regione venne perciò percorsa da bande armate a caccia di schiavi da inviare a Kumasi e di qui ai forti costieri dove Inglesi, Olandesi e Portoghesi attendevano con le navi pronte a salpare cariche di &#8221;legno d´ebano&#8221;.</p>
<p>Fu in questo periodo che le colline Tangba, ottime per la difesa, grazie alla loro conformazione rocciosa e alla presenza di grotte, videro arrivare famiglie di origine biyobe, gbazantchè, niantruku, kabre, bassila e altre<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?english=&amp;blocco=14066&amp;idarticolo=53&amp;p=4&amp;fine=#">(5)</a>. Le vicissitudini della zona coinvolsero anche molti Baatonbu non appartenenti alla dinastia di Nikki che invase la regione e che furono costretti a lasciare le loro terre nonostante appartenessero all´etnia dominante.</p>
<p><strong>Sawa, il capo venuto da lontano</strong><br />
Risulta piuttosto chiaro, anche se le fonti storiche sono eterogenee e frammentarie, che il popolo tangba è il prodotto di una complessa serie di eventi storici e politici che hanno portato gruppi di origini diverse a condividere un destino, storico e territoriale, comune. Come già illustrato dai racconti della fondazione, i villaggi tangba sono nati e si sono sviluppati sotto numerose spinte causate da guerre ed emigrazione. Anche il nome stesso dei Tangba sembra essere legato alla storia. Sul significato ci sono più interpretazioni: secondo alcuni Tangba deriva da tang, &#8221;freccia&#8221;. I Tangba sarebbero quindi gli “arcieri&#8221;.</p>
<p>La seconda interpretazione fornitami si rifà al termine tani, &#8221;guerra&#8221;. Le colline sarebbero quindi il luogo della guerra e i loro abitanti, i guerrieri. Queste due interpretazioni, se possono risultare discordanti sul piano linguistico, fanno però entrambe riferimento alla guerra. Una terza ipotesi definisce i Tangba come &#8221;quelli delle pietre&#8221;, appellativo che deriva dalla radice tana, &#8221;pietra&#8221; in lingua yom e che fa riferimento all´ambiente naturale circostante. Sebbene quest´ultima ipotesi sembri godere di maggiori favori presso gli studiosi come Robert Cornevin e Yves Person, i Tangba forniscono e accettano tutte le diverse versioni, propendendo però per la prima. La storia di questo popolo sembra confermare questa apparente ambivalenza alla quale mi adeguo, ritenendo entrambe le interpretazioni consone alle vicende passate dei Tangba.</p>
<p>Abbiamo visto come ogni groupement (tung in lingua yom) sia suddiviso in più quartieri<br />
(perhò).  Ciascuno di questi registra la presenza di un sawa, che potremmo definire capo<br />
politico.  &#8221;Non posso dire chi fu a fondare questo villaggio &#8211; afferma Tiniga Sawa, capo di<br />
Pendolou (Seseirhà) &#8211; perché noi siamo stranieri. Quando siamo arrivati qui il villaggio<br />
esisteva già&#8221;.  Infatti a differenza degli specialisti rituali, discendenti dei fondatori, i sawa sono<br />
quasi tutti di origine straniera.  Esaminiamo il caso di Seseirhà, groupement diviso in quattro<br />
quartieri: Satyekà (il più antico), Tyaklero, Galorhà e Pendolou (il più recente). E’ in<br />
quest´ultimo che risiede Tiniga Sawa, a conferma dell´arrivo posteriore dei suoi antenati.<br />
Tiniga Sawa è il discendente di quei Gulmanceba che hanno invaso l´Atakora all´inizio del<br />
XVII secolo e come lui i sawa di Tyaklero e Galorhà.</p>
<p>A Satyekà, il cui toponimo, riferito al primato di fondazione, vuol dire &#8221;la testa&#8221;, il sawa è invece un Baatonbu e precisamente Tchourou, anziano chef de terre e discendente di quel Sanga che fondò il villaggio. Balza subito all´attenzione che in tre casi su quattro (e la casistica è assai più estesa) il sawa è di origine straniera. <span>Secondo Kopytoff (1987: 7), la maggior parte delle società africane si sono formate attorno a un nucleo iniziale, sviluppatosi in condizioni tipiche di frontiera locale, in seguito a frequenti e copiosi movimenti demografici come quelli delineati relativamente all´Atakora.</span></p>
<p>In principio l’autorità derivava dal fatto di essere i primi arrivati. L’essere i primi arrivati in un´area conferisce una sorta di seniority, dà il diritto di &#8221;mostrare il posto&#8221; a quelli che arrivano dopo. Questo ordine venne forse rispettato agli inizi, ma spesso il principio si è poi adattato alla realtà, in quanto il sistema venne successivamente controllato dagli ultimi arrivati (Kopytoff I., 1987:17-20). Nel nostro caso furono i Gulmanceba ad affermarsi come capi politici, dopo il loro arrivo nella regione. A volte i nuovi arrivati si insinuavano nel potere sposando la figlia di un capo locale (Kopytoff I., 1987:50).</p>
<p>A questo proposito è interessante vedere il racconto dell´origine della chefferie di Djougou, il centro più importante dell´Atakora, la cui famiglia reggente è la stessa dei sawa gulmanceba di Seseirhà. L’origine del dominio gulmanceba a Djougou viene narrato dalla tradizione locale, che pur presentando alcune varianti, sembra sostanzialmente ricalcare un racconto uniforme. Questa versione mi è stata raccontata direttamente da Gnora IV, attuale sawa di Djougou, nel mese di luglio 1992b .</p>
<p><em>&#8221;I Gulmanceba sono originari del Burkina Faso. Quando arrivarono a Djougou incontrarono le genti che già abitavano queste terre. Si chiamavano Pila Pila e venivano dal Mali. Il capo di questo popolo aveva una figlia che era gravemente ammalata e il Gulmanceba la guarì. Il Pila Pila chiese allora allo straniero cosa volesse in dono.<br />
&#8221;Voglio sposare tua figlia &#8221;, fu la risposta e fu accontentato.</em></p>
<p><em>Alla morte del capo Pila Pila il Gulmanceba venne eletto re dalla gente del posto. In vecchiaia scelse tra i suoi figli un erede, ma questo morì dopo tre giorni. Ne scelse un altro, ma anche questo morì dopo tre giorni e lo stesso accadde al terzo. Il quarto si rifiutò di salire al trono e scappò in un villaggio vicino, ma venne preso ed incatenato nel palazzo reale in compagnia di due ragazze. Il nuovo sawa sopravvisse ed ebbe tre figli: Petoni, Kurungu e Gnora. Allora il vecchio Gulmanceba prese le sue cose e si ritirò nel villaggio di Bouloum dove morì. E’ per questo che ancora oggi il sawa di Djougou, prima di insediarsi sul trono, si reca a Bouloum per sacrificare un bue.</em></p>
<p><em>Dopodichè viene portato in una capanna e lasciato solo e senza cibo per sette giorni. Al termine di questo periodo viene lavato e finalmente insediato sul trono. A questo punto tutti i capi villaggio della regione portano al nuovo sovrano un bue per sacrificarlo. I sawa offrono anche un bue a testa in occasione della morte e altrettanto fa il sawa di Djougou al decesso di un capo locale”.</em></p>
<p>Non abbiamo un racconto simile per i villaggi tangba, ma la tradizione di Djougou è rappresentativa dell´alleanza stretta tra i nuovi arrivati e le autorità tradizionali. Se a Djougou, importante centro carovaniero, tale alleanza ha dato origine a una chefferie strutturata, con un´autorità centrale piuttosto forte, nei villaggi non è avvenuta una radicalizzazione dell´autorità politica e il ruolo del sawa ha assunto connotazioni differenti.</p>
<p>Come vedremo in seguito, l´ottica occidentale ha identificato nel sawa il capo assoluto e superiore, spezzando una rete di scambi politici che forniva la base della società tradizionale tangba. Il sawa è in realtà l´autorità che si occupa delle relazioni esterne e delle dispute che potremmo definire &#8221;civili&#8221; all´interno del suo quartiere. Molti specialisti rituali, riferendosi ai tempi passati, hanno così spiegato la divisione dei compiti: <em>&#8221;Quando sono arrivati questi stranieri, si è dato loro l´incarico di trattare con gli altri stranieri, perché noi non potevamo occuparci di queste cose&#8221;.</em></p>
<p>A volte si giustifica questa designazione dicendo che i primi Gulmanceba erano tessitori<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?english=&amp;blocco=18588&amp;idarticolo=53&amp;p=5&amp;fine=#">(6)</a> e che pertanto potevano rimanere al villaggio, mentre gli autoctoni contadini si assentavano per recarsi nei campi. E’ difficile dire se i Gulmanceba si affermarono con la forza, è però assai più probabile che si sia stabilita tra loro e i primi abitanti una sorta di alleanza basata su scambi reciproci. <span>Inoltre a volte la pretesa di essere i primi non si basa sulla reale cronologia di arrivo, ma sul fatto di aver portato qualche cambiamento sociale determinante nella regione (Kopytoff I., 1987:56). Quindi non sempre il principio della precedenza determina l´autorità, ma l´autorità vi si deve in qualche modo conformare.</span></p>
<p>Ecco quindi il ruolo rituale di chef de terre (Kopytoff I., 1987:53). Infatti il sawa è tale in quanto &#8221;conosce la tradizione&#8221; e la rispetta. Pur venendo da lontano questi stranieri si sono conformati alle regole che vigevano nella terra che li ha accolti. Non bisogna però cadere nell´errore commesso dalle autorità coloniali che, come ho accennato, hanno identificato nel sawa l´autorità massima. Si tratta di distorsione concettuale, basata sul pregiudizio etnocentrico. Al sawa spettano infatti alcune funzioni che, nell´ottica tangba, non sono necessariamente le più importanti. Le funzioni degli specialisti rituali sono considerate altrettanto, se non di più, necessarie, anche se non coincidono con la nostra immagine dell´autorità, che separa la sfera amministrativa e politica da quella religiosa o spirituale, assegnando il ruolo di autorità alla prima.</p>
<p>I sawa tangba si succedono nella carica con una rotazione fra i tre rami principali della famiglia designata. Il titolo è quindi ereditario, ma non spetta di diritto al primogenito. Il futuro sawa viene scelto tra gli aventi diritto in base alle qualità personali, valutate da un´assemblea di anziani e dagli specialisti rituali. Il sawa abita in un compound che ha la stessa struttura dell´abitazione tradizionale, ma di dimensioni maggiori. Nella stanza centrale, dove sono conservati gli oggetti storici della famiglia (armi, abiti, amuleti), siede abitualmente su una panca in pietra o in banco ricoperta con una pelle. La pelle, generalmente di bue, è un elemento distintivo in quanto segna la posizione gerarchica nelle riunioni collettive.</p>
<p>Tra i vari sawa esiste infatti una gerarchia: &#8221;Tutti si chiamano sawa nel proprio villaggio, ma quando si ritrovano assieme, è Tiniga Sawa che siede sulla pelle&#8221; dicono gli anziani. L’identificazione del capo con la pelle è caratteristica di alcune etnie del Togo e del Ghana settentrionali (Dagomha, Konkomba) presso le quali il capo viene chiamato &#8221;pelle della terra&#8221; (Tait D., 1961:58). Alla morte del sawa segue di norma un periodo di transizione caratterizzato da un forte allentamento delle regole. In questo periodo i membri del clan regnante possono impadronirsi di tutti gli animali domestici che circolano fuori dal recinto reale. Due importanti figure operano per alleviare questa situazione di caos e di tensione: lo chef de terre e il sakpo, un membro di parte materna della famiglia reale, privo di diritti di successione, che assume l´interim fino alla nomina del nuovo capo.</p>
<p>Se il sawa rappresenta un potere politico acquisito, lo chef de terre è l´alternativa rituale e tradizionale al potere politico e a volte viene definito &#8221;padre del sawa&#8221;. Il suo assenso è fondamentale per ogni decisione importante, ma soprattutto svolge un ruolo determinante nella scelta del successore al trono. Nel periodo di interregno, che dura circa due-tre mesi, lo chef de terre gestisce spesso, assieme al sakpo, le rivalità tra gli eredi al trono.</p>
<p>In passato il sawa non lavorava la terra. Erano i giovani della classe d´età detta kumpara a lavorare i suoi campi. Oggi invece riceve solo doni volontari, ma a lui spetta di diritto una parte di ogni animale sacrificato. Quando si deve prendere una decisione importante il sawa riunisce nella sua dimora, oltre agli specialisti rituali, i sajora. Costoro sono anziani scelti dal sawa stesso in base alle loro caratteristiche personali, senza tenere conto della loro appartenenza a un clan piuttosto che a un altro. E’ vero però che, trattandosi di anziani, sono quasi sempre i capi lignaggio a far parte dell´assemblea. In passato il sawa aveva a sua disposizione il gruppo dei tchouroukou (un´istituzione di origine baatonbu), che costituiva una sorta di polizia che diffondeva i messaggi del sawa e li faceva rispettare. Anche questi &#8221;funzionari&#8221; venivano scelti sulla base delle qualità individuali, senza regole fisse legate all´appartenenza clanica.</p>
<p><strong>Specialisti rituali e chefs de terre</strong><br />
<em>&#8221;Il sawa è come il presidente della repubblica, comanda tutti dall´alto, da lontano. </em><span>l boro-te<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?english=&amp;blocco=27777&amp;idarticolo=53&amp;p=7&amp;fine=#">(7)</a> è come il sottoprefetto, comanda la gente da vicino, perché la conosce&#8221;.</span></p>
<p>Così un anziano Tangba mi ha descritto le diverse prerogative delle autorità tradizionali. E’ facile riconoscere gli specialisti rituali nei villaggi tangba. Non indossano abiti, tranne un perizoma in pelle, portano un cappello rotondo fatto di rafia intrecciata e reggono in mano l´immancabile pipa. Tutti gli specialisti rituali sono di origine lama o sola, gruppi appartenenti all´etnia kabre, stanziata nel Togo nord-orientale<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?english=&amp;blocco=27777&amp;idarticolo=53&amp;p=7&amp;fine=#">(8)</a>.</p>
<p>La carica &#8221;boro-te&#8221; è ereditaria e la scelta avviene all´interno delle famiglie designate con prerogative simili a quelle per l´elezione del sawa, facendo prevalere le qualità personali alla posizione strutturale. A ogni specialista rituale è affidata una mansione particolare. Banda di Tyaklero è responsabile della pioggia e a lui ci si rivolge in caso di siccità; Danierì di Galorhà lo è della guerra, in caso di scontro<a onclick="MM_openBrWindow('/gestap/articoli/visualizza/note.asp?idarticolo=53','','scrollbars=yes,width=400,height=200')" href="http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?english=&amp;blocco=27777&amp;idarticolo=53&amp;p=7&amp;fine=#">(9)</a> è lui a guidare gli uomini nella lotta; Adjanà è incaricato di seguire l´altare di Foung-nor, che svolge un ruolo fondamentale per quanto riguarda la fertilità femminile e agricola. I borol, gli altari degli specialisti rituali, sono sparsi sia nei villaggi sia nella campagna e hanno forme diverse. Quasi tutti i boro-te conoscono l´arte di curare con le erbe. La loro vita è fortemente condizionata da una serie di regole di comportamento che ribadiscono la loro diversità rispetto agli altri membri della comunità: non possono portare abiti né mangiare cibi che non siano tradizionali e assolutamente cucinati nelle loro case.</p>
<p>E’ proibito loro mangiare cibo in scatola, bere birra in bottiglia, mangiare cipolle, arachidi o altri alimenti giunti in terra tangba in epoca recente. Anche gli spostamenti sono limitati: alcuni non possono lasciare il quartiere dove abitano, altri, come Danierì, se lasciano il villaggio devono portare con sè il loro cibo e riportare al villaggio le feci. Inoltre nessun boro-te può recarsi in un villaggio di fondazione più recente del proprio. Ci si muove sempre verso i villaggi più antichi: &#8221;Perché è il sottoprefetto che va dal presidente, mai il contrario&#8221; affermano i Tangba con la loro innata tendenza a fare paragoni tra la loro struttura tradizionale e quella amministrativa moderna.</p>
<p>Il comportamento degli specialisti rituali tangba si richiama a un ideale di purezza legato alle origini, in contrasto con le trasformazioni avvenute in seguito. Il rifiuto di indossare abiti può essere interpretato come una riaffermazione della propria identità originale. L´abito è un elemento importato dalla cultura islamica prima e dall´Europa poi, la nudità è l´abito degli antenati. I boro-te hanno lasciato ai sawa il compito di occuparsi degli stranieri, altro evidente segno del non volersi contaminare. Anche il cibo deve essere quello degli avi, quello di sempre. Il loro legame con la terra, quindi con gli antenati, è confermato dal divieto di abbandonare il villaggio e dal fatto di non potere lasciare i propri escrementi fuori dal territorio di appartenenza.</p>
<p>E il potersi dirigere solo verso i siti più antichi non è forse anche questo il segno di un cammino che tende ancora una volta verso le origini? &#8221;Oggi siamo impuri &#8211; si sente spesso dire &#8211; beviamo birra, viaggiamo in auto, andiamo dove vogliamo&#8221;. Anche molte delle proibizioni matrimoniali tradizionali vengono oggi trascurate, mentre una delle prerogative di chi ricopre il ruolo di specialista rituale è di non essersi mai sposato con una donna straniera. La coscienza di una purezza perduta, che significa anche identità perduta o almeno più confusa, rafforza l´importanza dei boro-te. &#8221;Chez les Tangbas il y a beaucoup d´histoire &#8221; dicono, con un certo timore reverenziale, gli abitanti della pianura che circonda le colline. Sanno che lassù, in quei villaggi-tempio, vive ancora la loro storia.</p>
<p>Tuttavia l´autorità degli specialisti rituali non si limita a un´azione di tipo religioso, ma nasce<br />
anche dal loro controllo sui gruppi d´età.  Il sistema di classi d´età costituisce l´asse portante del<br />
sistema tangba e dà vita alla formazione di gruppi che tagliano trasversalmente le linee di<br />
discendenza, creando nuove forme di alleanze.  Anche l´istituzione del rapporto demnildembih<br />
nel quale ogni individuo sceglie un &#8221;figlioccio&#8221; al di fuori della propria famiglia, contribuisce a<br />
rendere ancora più intricata la rete di relazioni interclaniche. <span>I gradi di età prevedono un<br />
alternarsi di periodi di 5 anni ora caratterizzati da divieti e pratiche religose, ora liberi (Aime<br />
M., 1994c, 1994b).  Durante i periodi &#8221;religiosi&#8221; sono i boro~te a istruire i membri del gruppo e<br />
ad assumerne la responsabilità.</span></p>
<p>Tramite il controllo delle classi d´età si pratica un´azione politica che assume ancora maggior peso nella partecipazione, da parte degli specialisti, alle assemblee di villaggio. Sawa e boro~te si incontrano spesso e concertano soluzioni comuni, consci ognuno del proprio ruolo e delle proprie prerogative. Però mentre il sawa non si occupa assolutamente di questioni rituali e di cerimonie, alcuni boro~te collaborano con lui nelle scelte di tipo politico, mai in quelle amministrative. Se, come afferma Kopytoff (1987:56) le manifestazioni rituali ricordano il primato di arrivo di coloro che ora sono chefs de terre , dovremmo supporre che gli specialisti rituali siano anche i responsabili della terra, coloro a cui ci si deve rivolgere per potersi stabilire nel villaggio o per qualunque questione riguardante la terra. Su questo punto c´è invece una certa confusione.</p>
<p>Molti boro-te si arrogano tale titolo e in alcuni casi viene loro riconosciuto dai villageois, ma la<br />
maggior parte delle volte chef de terre è un anziano, che non riveste cariche rituali come<br />
Tchourou.  Tchourou era anche il sawa più importante di Seseirhà fino agli anni Cinquanta,<br />
prima che la famiglia di Tiniga Sawa, come vedremo in seguito, assumesse un ruolo di<br />
predominanza grazie all´intervento dei coloni.  Ancora una volta ci troviamo di fronte a una<br />
struttura sociale che è frutto di una contrattazione, segno di una dinamicità spesso<br />
disconosciuta alle società africane e che testimonia, invece, come solo una raffinata rete di<br />
relazioni incrociate abbia permesso a gruppi di origine diversa di convivere e di dare origine al<br />
popolo Tangba.</p>
<p><strong>La storia continua</strong><br />
Dopo aver sostenuto l´importanza determinante della storia sarebbe un grave errore fermarne il cammino all´epoca precoloniale. I Francesi, giunti nella regione attorno al 1896, imposero il loro sistema amministrativo dividendo il territorio in cantons che in linea di massima rispettavano la divisione in villaggi o in gruppi di villaggi omogenei. L’ottica amministrativa, imponeva però la scelta di un responsabile per ogni canton. Generalmente si nominava il sawa, conferendogli così un´autorità sulla terra che prima non aveva in quanto appannaggio dello chef de terre. Il canton era un´unità territoriale ben definita, con confini precisi. Una realtà ben diversa dalla concezione della terra tradizionale.</p>
<p>L´autorità dei sawa veniva esercitata sugli individui, non sulla terra. Il sawa diventava così un´autorità amministrativa, che poteva anche chiedere l´intervento della gendarmeria e veniva anche retribuito per questo suo compito. Inoltre, come afferma Desanti: Le chefferies furono una creazione della nostra amministrazione. All´origine dovevano essere moltiplicate all´eccesso e i loro titolari furono &#8211; a scapito delle famiglie dei capi &#8211; attribuite agli audaci o agli opportunisti che furono i primi a entrare in contatto con noi e servirono da intermediari tra i nostri funzionari e i loro simili per le prime prese di contatto (liberamente tradotto da: Desanti H., 1945:57).</p>
<p>Fu così che il padre di Tiniga Sawa rispose per primo a una convocazione fatta dagli amministratori coloniali a Porto Novo. Per questo gli venne affidato il ruolo di chef canton, che secondo la gerarchia tradizionale spettava a Tchourou. Se l´ordine gerarchico è stato alterato in senso amministrativo, i rapporti tradizionali rimangono immutati: è sempre Tiniga Sawa che si reca da Tchourou e mai il contrario, rispettando ancora una volta il principio che è chi ha un grado più basso a muoversi.L´amministrazione coloniale ha però scardinato quell´equilibrio (o meglio conflittualità controllata) tra capi politici (sawa) e capi rituali (boro-te), snaturando, almeno parzialmente la rete su cui si fondava il sistema tangba. Tale situazione si verifica ancora oggi.</p>
<p>Non bisogna infatti dimenticare che il territorio abitato dai Tangba è sottoposto alle regole e alle leggi dell´amministrazione statale del Benin. <span>Un sistema amministrativo che i Tangba conoscono benissimo, del quale hanno un´esatta percezione e che talvolta entra in contrasto con le regole tradizionali di gestione del potere nell´ambito dei villaggi, poiché rispecchia in gran parte il modello coloniale ereditato dai Francesi. Le autorità tradizionali tangba, soprattutto i sawa, intrattengono relazioni con le autorità governative, in particolare con il sindaco e il sottoprefetto. Si tratta di rapporti che corrono su piani diversi e spesso conflittuali. Il sindaco è un abitante del luogo, eletto dagli abitanti del groupement, con il quale esistono già in precedenza legami di amicizia o di parentela.</span></p>
<p>Il rapporto tra sindaco e capi tradizionali è piuttosto disteso e si basa su di una fitta rete di consultazioni e discussioni. Conosco personalmente i sindaci di Singre e Copargo con i quali ho avuto numerosi colloqui. Il primo abita nel groupement da lui presieduto e partecipa attivamente alla vita del villaggio. Il secondo, che risiede a Copargo, si reca molto spesso a Seseirhà e intrattiene ottime relazioni con le autorità locali, verso le quali mostra un grande rispetto. Dicono che il sindaco faccia gli &#8221;affari bianchi&#8221;, alludendo alle attività burocratiche.<br />
Nel 1975, dopo la proclamazione della rivoluzione da parte dell´allora Capo di Stato Mathieu Kerekou, nella Repubblica Popolare del Benin, tutte le chefferies tradizionali sono state abolite e lo Stato non riconosce autorità alcuna ai capi locali.</p>
<p>Questo è uno dei motivi che rendono più aspro il confronto tra il sottoprefetto e i sawa. Inoltre il sottoprefetto viene eletto tra i funzionari statali e spesso è un individuo del sud, un elemento questo che provoca spesso diffidenza nei suoi confronti. &#8221;E’ un Fon&#8221; si dice del sottoprefetto di Copargo, sottintendendo &#8221;Cosa può capire dei nostri problemi?&#8221;. Se il sindaco, pur essendo un´autorità esterna alla struttura tradizionale, è comunque ben accetto o almeno tollerato, non si può dire altrettanto del sottoprefetto. Politica ed etnicità stanno alla base di questo rapporto conflittuale che a volte sfocia in aperti contrasti.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong><br />
Una delle dicotomie classiche dell´antropologia politica divide le società in due gruppi: quelle basate sullo status e quelle fondate sul contratto. Se, come afferma Balandier (1969: 9) le prime sono organizzazioni sociali incentrate sulla parentela, mentre le seconde si fondano sul principio della continuità locale, che definisce la base dell´azione politica comune, si potrebbe affermare che la società tangba appartenga al secondo gruppo o meglio a una fase intermedia sbilanciata verso questo gruppo. Spesso le società africane sono state vittime di classificazioni troppo rigide, che non tenevano conto della loro storia.</p>
<p>La comunità di frontiera si è trasformata via via da gruppo corporato, basato sulla parentela, in un gruppo modellato sull´interdipendenza e su contratti politici (Kopytoff I., 1987:50). Proprio da questi contratti è nata quella distribuzione del potere che caratterizza la società tangba: contratti e alleanze tra le famiglie autoctone e i primi immigrati e successivamente nuove alleanze tra le numerose famiglie di origine diversa, rifugiatesi sulle colline Tangba per sfuggire alle razzie dei cacciatori di schiavi.</p>
<p>Mediazioni e contrattazioni hanno probabilmente dato vita a un sistema che doveva necessariamente tenere conto di tutte le esigenze dettate da una condizione di emergenza e di conflitto perenne come quella tangba, confermata dalle parole di Desanti: <em>il perpetuo stato di allerta nel quale vivevano tali popolazioni è attestato dalle trincee in terra, di cui si vedono i resti attorno a Djougou, i muri di difesa che chiudono Semeré e l´ammassamento delle case sulle colline Tangba</em> (liberamente tradotto da: Desanti H., 1945:61). Un sistema che non si è perpetuato rigidamente e staticamente, ma ha saputo adattarsi via via alle nuove realtà, grazie alla sua organicità e alle sue molteplici sfaccettature.</p>
<p>La società tangba risulta così perennemente in movimento per adattarsi a condizioni nuove. Un movimento che nasce dalle continue tensioni tra le figure di potere. Mentre i boro-te, con il loro richiamo alle origini rappresentano una forza centripeta, i sawa si aprono all´esterno, verso gli stranieri. Il conflitto si risolve poi nelle assemblee interne dei villaggi, nell´alternarsi delle classi di età, nelle continue consultazioni. <span>La società tangba è nata in una situazione di frontiera e il fattore frontiera è più permissivo che determinante, non crea un tipo di società o di cultura, ma fornisce un vuoto istituzionale per lo sviluppo di nuovi processi sociali (Kopytoff I., 1987:12). Anche per questo, come afferma ancora Kopytoff (1987:20), i sistemi africani, a differenza di quelli occidentali, possono sopravvivere anche con un certo grado di disordine pubblico.</span></p>
<p><span><strong>NOTE</strong></span></p>
<p><span>1) Per ulteriori informazioni sui Tangba: Aime 1993, 1994<br />
2) Ho adottato il termine groupement, usato nell´etnografia francese relativa alla regione, in<br />
quanto i villaggi non costituiscono una unità, piuttosto il raggruppamento di più villaggi (o<br />
quartieri) che manifestano una relativa indipendenza sia sul piano rituale, sia su quello<br />
politico.<br />
3) Dei primi Baatombu rimane il ricordo nel mantenimento da parte dei loro discendenti di<br />
varie chefferies des terres.<br />
4 ) Numerosi resti di forni per la fusione del ferro sono stati ritrovati sui rilievi dell´Atakora.<br />
Probabilmente risalgono ai primi gruppi di Woaba e Natimba (Groshenry H., 1950:11).<br />
5)  Per maggiori dettagli sui movimenti demografici della regione: Aime 1994a.<br />
6)  Molte famiglie Gulmanceba presenti oggi nei villaggi tangba praticano l´attività di tessitura.<br />
7)  Il termine boro-te indica lo specialista rituale.  Da borol (altare, feticcio) e te (capo, padre).<br />
8) Lo stesso tipo di abbigliamento caratterizza gli specialisti rituali di questi gruppi.<br />
9) Aime (1994b:36-37)</span><span>1) Per ulteriori informazioni sui Tangba: Aime 1993, 1994<br />
2) Ho adottato il termine groupement, usato nell´etnografia francese relativa alla regione, in<br />
quanto i villaggi non costituiscono una unità, piuttosto il raggruppamento di più villaggi (o<br />
quartieri) che manifestano una relativa indipendenza sia sul piano rituale, sia su quello<br />
politico.<br />
3) Dei primi Baatombu rimane il ricordo nel mantenimento da parte dei loro discendenti di<br />
varie chefferies des terres.<br />
4 ) Numerosi resti di forni per la fusione del ferro sono stati ritrovati sui rilievi dell´Atakora.<br />
Probabilmente risalgono ai primi gruppi di Woaba e Natimba (Groshenry H., 1950:11).<br />
5)  Per maggiori dettagli sui movimenti demografici della regione: Aime 1994a.<br />
6)  Molte famiglie Gulmanceba presenti oggi nei villaggi tangba praticano l´attività di tessitura.<br />
7)  Il termine boro-te indica lo specialista rituale.  Da borol (altare, feticcio) e te (capo, padre).<br />
8) Lo stesso tipo di abbigliamento caratterizza gli specialisti rituali di questi gruppi.<br />
9) Aime (1994b:36-37)</span></p>
<p><strong>GLOSSARIO</strong><br />
<strong>Baatonbu </strong>- detti anche Bariba, sono originari del Borgou (Benin nord-orientale). La loro presenza nell´Atakora è legata a una prima immigrazione di gruppi sparsi di cacciatori e a una successiva invasione militare (XVII secolo) da parte dei regnanti di Nikki.<br />
<strong>banco</strong> &#8211; impasto di terra e paglia usato per la costruzione delle abitazioni tradizionali.<br />
<strong>boro-te </strong>- specialista rituale tangba, addetto al culto di un altare (borol).<br />
<strong>borol</strong> &#8211; altare sacro tangba dedicato a un particolare spirito (pioggia, miglio, guerra, fertilità, ecc.). Può essere costituito da un mucchio di pietre, da un cono di paglia, da un boschetto sacro o da un oggetto.<br />
<strong>chef de terre</strong> &#8211; carica rituale che spetta tradizionalmente al rappresentante più anziano del clan che per primo si è insediato nel villaggio. E’ lui che indica agli stranieri dove insediarsi e quali terre coltivare.<br />
<strong>compound </strong>- tipica abitazione adatta ad ospitare la famiglia estesa africana. Si tratta di un recinto in terra, all´interno del quale si trovano le abitazioni del capofamiglia, delle sue mogli, dei parenti più anziani e dei figli non ancora sposati .<br />
<strong>Fon</strong>- etnia originaria del sud del Paese, che diede vita al celebre regno di Abomey. groupement &#8211; termine adottato nell´etnografia francese per indicare un abitato composto da più nuclei indipendenti, che costituiscono una sorta di federazione.<br />
<strong>Gulmanceba</strong> &#8211; (detti anche Gourma o Gourmantché) etnia originaria del Burkina Faso che conquistò numerose chefferies nel nord del Benin in seguito a una penetrazione a partire dal XVI-XVII secolo, durata parecchi decenni.<br />
<strong>Kabre</strong>- etnia del Togo settentrionale, insediata sulle montagne omonime, poco distanti dalle colline Tangba.<br />
<strong>perhò</strong> &#8211; termine in lingua yom che indica i quartieri nei quali sono suddivisi i groupements tangba.<br />
<strong>sajora</strong> &#8211; notabili di corte che aiutano il sawa nell´assemblea in caso di decisioni importanti che riguardano l´intera comunità. Sono in genere i più anziani dei vari clan.<br />
<strong>sakpo</strong> &#8211; è un parente, da parte di madre, del sawa e assume l´interim al momento della sua morte, in attesa dell´elezione del nuovo sawa.<br />
<strong>sawa</strong> &#8211; capo politico che gestisce i rapporti con l´esterno e con le autorità amministrative. Non ha cariche, né svolge ruoli rituali.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
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1993 &#8211; Les origines lointaines des peuples de la République du Bénin: Problématique et<br />
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1994a &#8211; Frontiere ed etnie nell´Atakora (Nord Benin).  Africa, XLIX (1): 54-74.<br />
1994b &#8211; Dossier Tangba.  Nigrizia, maggio: 32-42.<br />
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1921- Rapporti amministrativi. (Manoscritti conservati presso gli Archives Nationales di Porto<br />
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1945 &#8211; Du Dahomé au Bénin Niger.  Paris.<br />
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1950 &#8211; Les migrations dans le Haut Dahomey. (Manoscritto conservato presso l´Académie<br />
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1987 &#8211; The African Frontier. <span>The reproduction of Traditional African Societies.  Indiana<br />
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1956 &#8211; Notes sur les Nyantruku.  Etudes Dahoméennes, XVI: 22-45.<br />
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1965 &#8211; Structures de type féodal en Afrique Noire. Etudes des dynamismes internes et des relations sociales chez les Baribas du Dahomey. Paris.<br />
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1950 &#8211; Notes sur les Pila Pila et les Taneka. Etudes Dahoméennes, III: 39-7 1.<br />
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1985 &#8211; The Cambridge History of Africa.  C. U.P, Cambridge.<br />
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1954 &#8211; Première esquisse du peuple biyobe (Soruba), Cercles de Djougou et Lama-Kara.<br />
BIFAN, Dakar, XVII (3-4), série B: 499-524.<br />
1956a &#8211; Esquisse sociale et historique des Gbazantche de Samle (Semere).  BIFAN, Dakar,<br />
XVIII<br />
1956b &#8211; Brève note sur les Logba et leurs classes d´age.  Etudes Dahoméennes, XVII: 35-49.<br />
1956c &#8211; Notes sur les Baseda (Windji windji).  Etudes Dahoméennes, XV: 37-68.<br />
1979 &#8211; Le systémes classes d´age chez les Tangba et les Yowa (cercle de Djougou). Cahiers<br />
d´Etudes Africaines, 74-76, XIX 1-4: 25-53.<br />
TAIT D.<br />
1961 &#8211; The Konkomba on Northern Ghana, 0.U. P, Oxford. </span></p>
<p><span>(MARCO AIME)<br />
</span></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>NEL SAHARA SI FA DEL NUOVO CON DEL VECCHIO RIUTILIZZO DI OGGETTI PREISTORICI NELL&#8221;ARTIGIANATO</title>
		<link>http://www.artepreistorica.com/2009/12/nel-sahara-si-fa-del-nuovo-con-del-vecchio-riutilizzo-di-oggetti-preistorici-nellartigianato/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 15:06:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jean Gaussen</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporary Age]]></category>
		<category><![CDATA[sahara]]></category>

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		<description><![CDATA[Il testo è tratto dalla conferenza organizzata dal Centro Studi Archeologia Africana presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, il 4 maggio 1993.  ARCHEOLOGIA AFRICANA &#8211; Saggi occasionali 1995-1 Résumé La récupération et la réutilisation du matériel ancien est une pratique de tous les temps et de tous les pays, mais au Sahara [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>Il testo è tratto dalla conferenza organizzata dal Centro Studi Archeologia Africana presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, il 4 maggio 1993.  ARCHEOLOGIA AFRICANA &#8211; Saggi occasionali 1995-1 </em></span></p>
<p><span><em><strong>Résumé</strong><br />
La récupération et la réutilisation du matériel ancien est une pratique de tous les temps et de tous les pays, mais au Sahara cette pratique atteint une importance surprenante. La raison en est assez simple. Le Sahara et ses abords immédiats sont des régions très pauvres et ses habitants sont démunis de presque tout. Surtout le matériel ancien n&#8221;est pas protégé par un couvert végétal, il est exposé à l&#8221;air et visible de loin.<br />
Tout objet préhistorique peut être réutilisé soit dans ses fonctions premières tels les éléments de parure activement recherchés par les nomades et même parfois les pointes deflèches en silex soit à des fins bien différentes de l&#8221;utilité première. Les exemples en sont très nombreux. Quelques uns sont cités dans cet article.</em></span></p>
<p><em><strong>Abstract</strong><br />
Recovery and re-use of ancient objects is a practice diffused in every time and in every country, but it has an astonishing importance in the Sahara. There is a very simple reason for this fact. The Sahara and its near boundaries are very poor regions and its inhabitants are lacking in almost everything. Moreover, ancient material is not hidden by a vegetable covering, but it is exposed to view and visible from distance.<br />
All the prehistorical objects may be, on one hand, re-used in their original function, as, for instance, decorative objects which are actively searched by nomads and sometimes points of arrow made of silica. On the other hand, they can be re-used for purposes quite different from the original one. There is a number of examples, which can be described, of this kind of re-use of ancient objects in this region. Some of these examples are mentioned in this article.</em></p>
<p><span><em><span id="more-114"></span></em></span></p>
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La storia che vi narro mi è stata raccontata da un commerciante che ha vissuto quasi quarant&#8221;anni in Africa, a Niamey, in Niger. Questa storia sarebbe quasi banale se non presentasse un dettaglio del tutto particolare.<br />
&#8221;Un giorno all&#8221;ospedale di Niamey arriva un ferito. E&#8221; un fatto banale, ma, dalla ferita il chirurgo estrae una punta di freccia, cosa non molto frequente ai giorni nostri, neanche in Africa. Poco più tardi arriva un altro uomo che presenta una ferita analoga. Le spiegazioni che i due forniscono sono poco chiare. Non sanno, non capiscono, non hanno visto nulla&#8230; E&#8221;successo mentre stavano passeggiando di notte. Tutto ciò è molto strano. Una decina di giorni più tardi arriva un altro ferito; la causa della ferita è, anche in questo caso, una freccia. Tuttavia, mentre i primi due erano stati colpiti da punte metalliche, questa volta viene estratta una punta in selee scheggiata anticamente con molta cura, evidentemente neolitica, insomma, un pezzo da collezione (fig. 1).</span></p>
<p>Dopo avere effettuato le indagini del caso, la polizia scopre il motivo di queste strane ferite che sembrano appartenere ad un&#8221;altra epoca. Una ditta europea di costruzioni, con un deposito alla periferia della città, ha assunto un guardiano al quale sono state impartite istruzioni molto precise riguardo alle ore di presenza e al metodo di sorveglianza. In particolare gli è stato dato l&#8221;ordine tassativo di non custodire né usare in nessun caso armi da fuoco. Il guardiano, un vecchio militare dell&#8221;etnia bambara, è un tipo rigoroso che osserva alla lettera gli ordini impartitigli. Perciò, al posto di un fucile o di una pistola, utilizza un arco. Dopo aver scoccato le poche frecce in suo possesso, invece di rivolgersi a un fabbro, ha riutilizzato punte di freccia neolitiche che si trovano in abbondanza nella regione e non costano niente!&#8221;<br />
Questo singolare aneddoto non è che uno dei molteplici esempi di riutilizzo di materiale preistorico.</p>
<p>In Europa, alcuni dolmen furono impiegati in epoche successive come materiale edile e la stessa sorte accadde ad innumerevoli monumenti greci e romani che vennero riciclati per la costruzione dei bastioni di alcune città medievali. In Europa, però, le antiche vestigia sono relativamente protette, non tanto da leggi quanto piuttosto dal folto manto vegetale che spesso le ricopre. Occorre quindi andarle a cercare e per riportarle alla luce si devono effettuare degli scavi.<br />
In Africa &#8211; in particolare nella fascia desertica sahariana e nel Sahel &#8211; i manufatti giacciono al suolo e sono ben evidenti, cosicché basta chinarsi e raccoglierli . Le selci preistoriche possono essere raccolte a tonnellate come nella località di Tiffarassen, toponimo che, nella lingua tamasheq dei nomadi Iwllimeden, significa &#8221;scheggia di selce&#8221;. Le macine dormienti, in ragione del loro volume e del loro peso, difficilmente vengono raccolte, invece quelle trasportabili, più piccole e leggere, così come i pilons, oggi sono rinvenibili soltanto lontano dalle piste. Nel Sahara, Paese particolarmente scarso di risorse, qualunque oggetto può essere riutilizzato.</p>
<p>Così, ad esempio, un morsetto a vite in bronzo di una pompa per l&#8221;acqua può diventare un anello da braccio e un bar-ristorante come quello che si incontra all&#8221;ingresso nord delle gole di Arak (Ahaggar, Algeria) può essere interamente costruito con materiali di recupero di varia provenienza. Il riutilizzo non deve per forza implicare manufatti preistorici .<br />
Sulla Transahariana n° 2 del Tanezrouft, che, a causa delle profonde buche, può risultare molto pericolosa e quindi necessita di chiare segnalazioni, sono stati impiantati dei lampioni ad energia solare. Fino a non molto tempo fa vi erano solo balises in pietra: piccoli cumuli piramidali alti circa un metro . Le pietre sono frequenti nel Sahara, tuttavia in alcune zone sabbiose o ghiaiose è necessario percorrere lunghi tratti prima di trovarle, come per esempio nello wadi vicino a Bouressa, nell&#8221;Adrar degli Ifoghas o nella piana sabbiosa che si estende ai piedi dei monti Hombori, nel Gourma.</p>
<p>Nel Tanezrouft, che è un immenso reg, non ci sono né pietre né sassi e i pezzettini di ghiaia più grossi hanno al massimo la dimensione di una mandorla. Perciò le balises vengono costruite con tutto ciò che è reperibile al momento: picchetti, vecchi fusti di benzina o pneumatici inutilizzabili. Se per caso nelle vicinanze c&#8221;è un giacimento preistorico è sicuramente da qui che sono stati attinti i materiali per la costruzione delle balises.</p>
<p><span>Un mio conoscente, che ha lavorato presso la società Mer Niger, mi ha raccontato di aver impiegato delle macine neolitiche e dei bifacciali acheuleani per la costruzione di balises nell&#8221;area di Bordj le Prieur.<br />
Con un cugino che ha lavorato a lungo in Mali e che si è sempre interessato all&#8221;archeologia sahariana, mi recai in un sito neolitico ad un centinaio di chilometri a nord di Gao, in una zona frequentata, a nostra conoscenza, solo da militari e da nomadi. Qui non c&#8221;erano né asce levigate o scheggiate, né macine o macinelli, né pestelli o pilons, né alcun oggetto di quelli che abitualmente si ritrovano in tutti i giacimenti preistorici.</span></p>
<p>Si poteva supporre che dei militari, o forse qualche occasionale mercante-viaggiatore li avesse raccolti. Tuttavia non c&#8221;era neanche la minima traccia di oggetti di una certa dimensione e nemmeno dei frammenti di macine, che di solito non interessano a nessuno, né tanto meno utensili rotti o grosse schegge di selce. Tutto ciò ci sembrò davvero molto strano e solo più tardi trovammo la spiegazione. Il giacimento era stato letteralmente rastrellato per raccogliere tutto il materiale di una certa dimensione che era poi stato utilizzato, insieme al cemento, per costruire le fondamenta di un pozzo ad energia eolica. La base del pozzo di Kassembere è quindi costituita da manufatti neolitici di una certa dimensione provenienti dal giacimento in questione, mentre tutto il materiale di piccole dimensioni giace ancora in situ. Nel settore dell&#8221;edilizia questo non è un fatto nuovo. Nella Saoura, vicino a Tsabit , il fatiscente ksar dei jnun (fortezza degli spiriti) è costruito con argilla, sabbia e tutto il materiale in selce di un giacimento neolitico vicino, che purtroppo non ci è stato possibile individuare; potrebbe anche darsi che tutto il materiale sia finito nelle mura di questa antica fortezza, poiché, a tratti, la superficie delle mura presenta piccole schegge in selce e materiale diverso dove prevalgono i geometrici, perforatori, microbulini e armature di punte di freccia.</p>
<p>Comunque la maggior parte dei maufatti preistorici non è da ricercare nelle costruzioni, siano esse antiche o recenti, ma soprattutto nei mercati e nei cimiteri. Nel primo caso troviamo, in particolare, gli oggetti di ornamento, quelli che piacciono molto alle donne africane che li usano permanentemente. Un esempio ci viene fornito dalle acconciature songhay di Gao (fig. 3), costituite da monete di bronzo, da conchiglie e da perline. Per perline si intendono grani di ogni sorta: legno, plastica, guscio di conchiglia o di uova di struzzo, vetro, otoliti di pesce, e altri materiali ancora. In Africa occidentale le perline sono oggetto di un importante settore del commercio. Basta passeggiare nei mercati di Niamey, Gao, Tombuctù, Mopti o Bamako per rendersene conto. Al mercato degli ortaggi di Gao il commercio delle perline occupa un posto di rilievo.</p>
<p>Un solo e semplice bracciale può averne anche 2500, così come un&#8221;acconciatura songhay ne può vantare ancora di più. Esiste una grande varietà di perline di vetro. Alcune sono antiche e furono portate in Africa, in un primo tempo, da commercianti olandesi ed arabi, in seguito dai portoghesi ed infine da commercianti provenienti da ogni dove. La maggior parte è di fabbricazione europea, in particolare italiana, ma non è sempre facile sapere se queste perline di vetro siano di recente produzione o se invece siano antiche. Alcune perline sono di produzione africana, come quelle prodotte in Ghana. Spesso capita di trovare in una sola collana un miscuglio di perline di diversa età e provenienza. Difficile è attribuire con certezza l&#8221;origine geografica; più semplice, invece, è comprendere se si tratti di perline di scavo o di perline di più recente produzione. In buona parte si tratta di perline di recupero provenienti da siti antichi ed alcune tra queste sono ricercatissime, come quelle di pasta di vetro blu; curiosamente alcune raggiungono quotazioni molto elevate.</p>
<p>Si racconta che una perla di vetro con inclusione geometrica fu comprata per la colossale somma di 1000 dollari. L&#8221;acquirente veniva dalla Nigeria. La questione delle perline di vetro è talmente vasta che occorrerebbero molti libri per trattarla in modo più esauriente.<br />
Accanto alle perline di vetro si trovano perline in pietra dura, come quelle in quarzo, quarzite, cornalina e agata. A lungo si è ritenuto che la produzione di ornamenti in pietra dura in Africa occidentale fosse iniziata molto tardi, tanto che le parole &#8221;corniola&#8221; o &#8221;agata&#8221; presupponevano sempre un&#8221;origine orientale e indiana.</p>
<p><span>Nel 1939 Henri Lhote scoprì, nel distretto di Gangaber, a settentrione dell&#8221;ansa del Niger, un atelier di perline neolitiche in quarzo. Da questa data in poi sono stati rinvenuti tanti ateliers neolitici dello stesso tipo. Noi ne abbiamo ritrovati una decina di cui tre nella stessa regione, altri nello wadi Ichawan, tra Lagreich e Karkarichinkat sud ed altri ancora tra Menaka e Telataye, in territorio iwllimeden. In questi giacimenti risalenti al Neolitico venivano lavorati tre tipi di perline.</span></p>
<p>Il primo è una perlina cilindrica o sferica, leggermente appiattita. Le perle di questo tipo provenienti da Gangaber sono in quarzite o quarzo leggermente rosato. La caratteristica peculiare di queste perline è la tecnica di perforazione, ottenuta unicamente mediante percussione su entrambi i lati, così che il foro risulta biconico e con pareti irregolari e &#8221;tormentate&#8221;.<br />
Al secondo tipo appartiene la perlina di Taguelalt che presenta una perforazione del tutto particolare, ottenuta unicamente mediante abrasione. Perciò il foro risulta un canale perfettamente rettilineo e cilindrico con pareti molto ben levigate. Un ulteriore accorgimento tecnico ha permesso di abbreviare l&#8221;operazione. Quando non rimanevano che 2-3 mm da perforare, l&#8221;artigiano staccava la parte non perforata con un colpo secco dato sull&#8221;asta del perforatore. Ne risultavano così delle piccole schegge del tutto particolari e significative.</p>
<p>Al terzo tipo appartiene la perlina di Telataye. Mentre per le precedenti la bellezza è data dalla levigatura, nella perlina di Telataye l&#8221;estetica deriva dal taglio, esattamente come per i diamanti. Si tratta di perline circolari, appiattite e finemente scheggiate sulle due facce. Anche in questo caso la perforazione è ottenuta per percussione. Sono quasi sempre perline in corniola, ma ne esistono anche di quarzo e in diaspro. Tutti e tre i tipi sono reperibili nei mercati. A portarvele sono sia i bambini che le raccolgono nella brousse, sia gli adulti che le vanno a cercare nelle sepolture o in piccoli nascondigli. E&#8221; probabile che queste perline fossero, un tempo, moneta di scambio, come più tardi lo divennero i lingotti metallici, i cauri, i talleri di Maria Teresa d&#8221;Austria e, oggigiorno, la cartamoneta. Contrariamente a quanto si pensa, i più interessati a questo tipo di perline neolitiche non sono i turisti, ma i nomadi. I gioielli tradizionali dei nomadi di questa regione sono la khomeïssa, la chiave da velo, e i bracciali in argento.</p>
<p>Tuttavia accade che sovente nel laccio in cui è infilata la khomeïssa vengano infilate anche delle perline di vetro e quasi sempre anche due o tre perline in corniola vecchie di 3000-4000 anni! Le perle in pietra dura suscitano una tale attrazione che le donne non le acquistano a manciate, come accade invece per le perline di vetro o di plastica, ma singolarmente. Anche i ciondoli fanno parte del corredo ornamentale ed è possibile vederli nei mercati. Alcuni sono moderni e provengono dal Medio Oriente oppure dall&#8221;Idar Oberstein, ma la maggior parte viene recuperata nei siti neolitici o medievali. I pendenti antichi hanno svariate forme e sono di diversa natura.<br />
E&#8221; invece molto più difficile dare affermazioni in merito agli anelli da braccio che gli uomini portano sopra il gomito. Spesso è impossibile riuscire a distinguere quelli antichi da quelli di recente fabbricazione, perché anelli dello stesso tipo vengono prodotti ancor oggi con l&#8221;impiego degli stessi materiali e molto probabilmente anche delle stesse tecniche, come accade, ad esempio, ad Hombori, nel Gourma. Non si tratta sempre di anelli da braccio, spesso si tratta invece di pesi per i bastoni da scavo, di fusaiole e qualche volta anche di ciondoli.</p>
<p>Tuttavia non soltanto gli oggetti di ornamento ritrovano la loro funzione primaria. Lo stesso accade anche con alcuni oggetti d&#8221;uso, come ad esempio le macine. Nel 1962 Padre Prost, uno specialista della lingua songhay, mi conduce a Gorom-Gorom, un&#8221;isoletta sul fiume Niger occupata da artigiane-vasaie. Qui scorgo una donna intenta a macinare dell&#8221;ocra rossa su una macina apparentemente molto antica. Alla domanda &#8221;dove vengono fatte queste macine e dove è possibile acquistarle&#8221;, la donna risponde senza indugi che &#8221;gli uomini le trovano così, per terra, le raccolgono e ce le portano&#8221;. Un&#8221;altra volta, mentre stavamo compiendo delle prospezioni nella zona di Lagreich, passando accanto ad un giacimento neolitico, il nostro amico songhay raccoglie una bella macina , la esamina attentamente in tutti i dettagli e poi la ripone con cura insieme ai suoi effetti personali, usando mille precauzioni. <span>Di fronte al nostro malcelato stupore spiega che serve ad una delle sue tre mogli.</span></p>
<p>Non sempre però macine e pestelli finiscono per essere riutilizzati nella giusta maniera, spesso vanno a finire nei cimiteri. Percorrendo il Sahara non è affatto raro incontrare tombe isolate o intere necropoli. A nord queste &#8211; non mi riferisco a tombe cristiane &#8211; sono circondate da oggetti di ceramica o addirittura da scatolame. A settentrione dell&#8221;ansa del Niger ed in particolare nel Tilemsi e dintorni, ritroviamo manufatti levigati preistorici nei cimiteri dei nomadi e nelle sepolture islamiche isolate. Il cimitero più ricco in questo senso è quello dei Kel Takerennat, a una ventina di chilometri a sud di Anefis. Fu scoperto nel 1912 dal capitano Maurice Cortier che qui raccolse molte macine e dedicò a questo argomento parecchie pagine nelle sue relazioni.</p>
<p>Da quel momento sono numerosi i militari e i turisti che vi si sono recati con il preciso intento di prendere delle macine, tuttavia questa necropoli resta sempre ed ancora un&#8221;inesauribile miniera preistorica. Quasi tutte le tombe sono delimitate da blocchi di roccia e al posto della testa vi è una macina conficcata verticalmente nel terreno a guisa di lapide, mentre altri manufatti preistorici meno voluminosi sono disposti all&#8221;altra estremità. Poco lontano da questi cimiteri si incontrano piccoli insiemi di manufatti levigati. Non hanno più nulla di sacro né di rituale: è soltanto quello che resta dopo che un collezionista li ha passati al vaglio, asportando i manufatti ritenuti più belli. Questi cimiteri sono numerosi nel basso Tilemsi, ma non è raro incontrarne anche nell&#8221;Azaouad, a sud di Timetrine e sulle sponde del fiume Niger. Uno dei cimiteri più importanti è situato vicino a Tondibi, non lontano dal posto dove il pascià Djouder avrebbe dichiarato battaglia alle truppe dell&#8221; Askia nel 1591. Un tipo particolare di pietre tombali è costituito dalle lapidi epigrafiche.</p>
<p>Le più conosciute sono ovviamente quelle della necropoli reale di Gao-Sané, incise su lastre naturali di cloritoscisto. Accanto a queste si trovano anche delle stele epigrafiche su macine neolitiche che forniscono un ulteriore esempio di fantasioso riutilizzo dei manufatti preistorici: la maggior parte risale al XVII &#8211; XVIII secolo. Una stele epigrafica su macina neolitica particolarmente ben conservata (fig. 9) è stata rinvenuta in una sepoltura nomade in prossimità di Tigueroui, poco distante da Tabankort (Tilemsi). Fu incisa da un Kel-es-Souk e riguarda Mohamed el Beshir Ben Mohamed Ben Aguil, deceduto nel 1128 dopo l&#8221;Egira, intorno al 1715 d.C.<br />
A lungo sono stato incuriosito da un&#8221;ascia neolitica di forma piuttosto banale, ma che presentava su ognuna delle sue facce due insolite cuppelle, molto simili tra loro, regolari e poco profonde, che non potevano essere state causate né da un incidente, né tanto meno da un difetto della roccia (fig. 10). Un bel giorno, trovandomi a Gourma Rarhous, mi recai nel quartiere dei fabbri proprio mentre uno di essi era intento a cesellare un lucchetto secondo la tradizione tamasheq. Mentre stavamo chiacchierando in francese, ebbi modo di osservarlo lavorare.</p>
<p>Come martello utilizzava un&#8221;ascia di pietra assolutamente simile alla mia e che presentava le stesse cuppelle. La teneva in mano un po&#8221; dal lato del tagliente e un po&#8221; da quello del tallone, alternando la presa e utilizzando, in tal modo, indifferentemente l&#8221;una e l&#8221;altra faccia. Quando gli proposi di comperargli l&#8221;ascia o di scambiarla con un martello d&#8221;acciaio, non ne volle sapere e mi spiegò di possedere già più di un martello d&#8221;acciaio, ma che per questo tipo di lavoro l&#8221;unico arnese che gli occorreva era un&#8221;ascia di pietra. Tenne, inoltre, a precisare che non se ne trovavano molte nelle immediate vicinanze, perciò, solo se io gliene avessi procurata una, lui mi avrebbe ceduto la sua. Non sono mai ritornato a Gourma Rarhous. Raymond Mauny mi ha raccontato una storia più o meno simile, accadutagli in Senegal, dove aveva visto un fabbro che si serviva esclusivamente di manufatti preistorici per eseguire determinati lavori.</p>
<p>Altra utilizzazione moderna delle asce neolitiche, a condizione che siano in selce, è la pietra focaia. Le prime volte che mi recai nel Tilemsi, oltre trent&#8221;anni fa, gli Chamanamasses utilizzavano solo questo arnese per accendere il fuoco. In tutti i mercati era quindi possibile trovare degli &#8221;accendini&#8221; fatti da una piccola lama d&#8221;acciaio ripiegato alle due estremità (acciarino) e da una piccola ascia di selce, quale indispensabile complemento (fig. <span>11). Perché proprio un&#8221;ascia antica quando qualunque scheggia di selce avrebbe potuto servire allo stesso scopo? Posi la domanda ad un mercante che conoscevo bene, aspettandomi come spiegazione un miscuglio di fuoco divino e di proprietà magiche e soprannaturali in relazione a questa roccia che, un tempo molto lontano, doveva essere caduta dal cielo. La sua spiegazione fu ben diversa: &#8221;Usiamo queste asce perché i loro bordi, che non sono più taglienti, non rovinano le tasche e poi non sono costose&#8221; e me ne regalò una. Penso proprio che dicesse la verità.</span></p>
<p>Un altro aneddoto. Vicino alla grande mare di Gossi incontrai un cacciatore con un vecchio fucile, di cui andava molto fiero. Uno di quei fucili denominati &#8221;di tratta&#8221;, perché tempo fa venivano utilizzati per il commercio. La selce con cui il cane del fucile era armato, sembrava molto usata ed era quindi impossibile sapere quando era stata scheggiata. Non ne parlerei se non sapessi che nell&#8221;alto Tilemsi c&#8221;è un giacimento neolitico, situato su un&#8221;altura poco elevata, che i nomadi chiamano Nilkit Mich, che in tamasheq significa la &#8221;duna delle pietre per fucili&#8221;. Attraversando il Gourma incontriamo un pastore dell&#8221;etnia bella con un arco e una freccia armata con una punta in selce, probabilmente antica. Henri Jean Hugot mi ha raccontato di aver trovato nella regione di Hassi Messaoud una cicogna ferita, nella cui ala era conficcata una punta di freccia in selce neolitica.</p>
<p>Anche la ceramica antica può essere oggetto di riutilizzo. Prima di tutto le perline in ceramica segmentata che si trovano in gran quantità nella regione di Tingorno, sulla riva destra del fiume Niger, di fronte a Labezzenga. E&#8221; possibile anche trovare ancora dei vasi in ceramica completamente integri, pur essendo questo un materiale assai fragile. Poco dopo l&#8221;ultima guerra, durante gli scavi condotti dall&#8221;Abate Lavocat a nord di Tessalit nel reg di Zaki, nella vasta necropoli neolitica con mura di cinta e tumuli, vengono riportati alla luce due scheletri. Qualche tempo dopo, un capo-cantiere della società Mer Niger, incuriosito da queste strutture e dai lavori dell&#8221;Abate Lavocat, decide di scavare con il bulldozer una trincea lunga circa cinquanta metri e profonda uno, proprio nel bel mezzo della necropoli e riporta alla luce dei vasi intatti. Gli operai presenti allo scavo se li portano via, perché servono per cuocere il miglio e il riso. Il vaso meno bello e con un foro &#8211; perciò inutilizzabile &#8211; viene regalato al signor Fabre, direttore della Mer Niger, che, a sua volta, conoscendo i miei interessi, me lo offre(fig 13).</p>
<p>Anche le antiche giare funerarie che talvolta vengono scoperte ad una certa profondità nella regione di Gao, sono oggetto di riutilizzo. Esaminandone una, abbiamo trovato dei frammenti ossei umani in pessimo stato, un piccolo vaso ad ingobbio rosso e una piccola ascia levigata. Quando queste giare vengono ritrovate in perfetto stato di conservazione possono essere impiegate come silos per le granaglie, del tutto simili a quelli che si incontrano sulla sponda sinistra del Niger, fra Labezenga e Tillabery.<br />
In molte zone dell&#8221;Africa occidentale, dal Niger fino al Ghana, la ceramica non viene lavorata al tornio né con la tecnica dello stampo, bensì mediante martellatura. A questo scopo viene utilizzato un tampone, spesso in ceramica. In un documentario girato da un amico direttore delle dogane in Mali e successivamente nell&#8221;ex Dahomey, ho visto un vasaio che lavorava la ceramica impiegando, al posto dei tamponi, delle bolas preistoriche. Per concludere, desidero citare un aneddoto tratto dal mio primo viaggio nel Tilemsi. A quel tempo c&#8221;era ancora molta selvaggina: antilopi, struzzi, giraffe, facoceri, gazzelle ed anche leoni. Una sera, per la nostra cena, uccidiamo una gazzella. La guida si precipita sull&#8221;animale ancora in vita per sgozzarlo secondo il rito musulmano, ma non gli riesce di trovare un coltello. La disperazione si legge sul suo viso: musulmano rigoroso pensa già di doversi aprire una scatola di sardine, mentre noi mangeremo la carne di gazzella. Poi ricorda improvvisamente di avere visto, dentro l&#8221;automobile, un bifacciale acheuleano. Si precipita a prenderlo e, anche se con molta fatica, riesce a sgozzare l&#8221;animale secondo il rito!</p>
<p><em>Il testo è tratto dalla conferenza organizzata dal Centro Studi Archeologia Africana presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano, il 4 maggio 1993.<br />
ARCHEOLOGIA AFRICANA &#8211; Saggi occasionali 1995-1 </em></p>
<p><em>(JEAN GAUSSEN)<br />
</em></p>
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		<title>MITI E MEMORIE DELL&#8217;EPOCA DEI SOGNI: LA PITTURA SU CORTECCIA DEGLI ABORIGENI AUSTRALIANI</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 15:02:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emmanuel Anati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contemporary Age]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[aborigeni]]></category>
		<category><![CDATA[australia]]></category>
		<category><![CDATA[cacciatori]]></category>
		<category><![CDATA[età della Pietra]]></category>

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		<description><![CDATA[Relazione presentata al &#8220;VALCAMONICA SIMPOSIUM&#8221;1998 &#8211; E. ANATI Per l&#8221;aborigeno la pittura è scrittura e con essa trasmette e memorizza essenziali eventi dell&#8221;epoca dei Sogni, è un atto magico per fare rivivere il mito e renderlo memoria. Le pitture degli aborigeni australiani sono oggi uno dei pochi esempi di arte di popoli cacciatori allo stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>Relazione presentata al &#8220;VALCAMONICA SIMPOSIUM&#8221;1998 &#8211; E. ANATI </em></span></p>
<p><span><em>Per l&#8221;aborigeno la pittura è scrittura e con essa trasmette e memorizza essenziali eventi dell&#8221;epoca dei Sogni, è un atto magico per fare rivivere il mito e renderlo memoria. Le pitture degli aborigeni australiani sono oggi uno dei pochi esempi di arte di popoli cacciatori allo stato brado, per i quali sia possibile avere una spiegazione del significato, da parte degli autori stessi o di coloro che ancora conservano le stesse tradizioni. Queste pitture sono, per l&#8221;etnologo, una occasione unica di contatto diretto con la realtà culturale e artistica di popolazioni che vivono ancora nell&#8221;età della Pietra.</em></span></p>
<p><span><em><span id="more-111"></span></em></span><span><strong><img class="alignleft" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/miti-e-memorie-dellepoca-dei-sogni/8-Coppia-di-spiriti-Mimi_jpg.jpg" alt="" width="258" height="388" />Premessa</strong><br />
Memoria e mito sono indivisibili. Il mito è memoria di un&#8221;epoca in cui gli spiriti e gli uomini comunicavano tra di loro quotidianamente e in cui il cielo e la terra prendevano forma attraverso quelli che noi chiamiamo &#8221;miti di origine&#8221; e gli aborigeni australiani chiamano memorie dell&#8221;epoca dei sogni.<br />
Per centinaia di generazioni, gli aborigeni hanno cercato e trovato il significato di ogni forma, di ogni roccia, di ogni collina. Tutto ha un senso, tutto fu concepito, voluto, creato, modellato e fatto vivere, dagli spiriti ancestrali nell&#8221;epoca dei Sogni: ogni linea della natura ricorda un epos, ogni grotta è piena di leggende, ogni pozza d&#8221;acqua racchiude più storie di un gran monumento. Ogni fin piccolo particolare di questo paesaggio brullo, immobile, eterno, nel quale sono immersi ogni giorno, è per loro pieno di vita, di azione, di ragione esistenziale. L&#8221;uomo e l&#8221;ambiente sono tutt&#8221;uno.<br />
Questa totale simbiosi con il territorio, vissuta, ragionata e motivata, da parte dei clan aborigeni, di quei clan che oltre quaranta millenni or sono arrivarono per la prima volta in un immenso territorio che nessun uomo aveva mai calpestato, è il tema fondamentale dell&#8221;arte prodotta da una popolazione contemporanea che si trova nell&#8221;età della Pietra. Gli aborigeni costituiscono un caso eccezionale di testimonianza del modo di vita e del pensiero dell&#8221;umanità dei primordi.<br />
Pietre, piante, animali, uomini e spiriti vivono nella intimità dell&#8221;aborigeno nel suo ambiente, nella serena consapevolezza delle regole del suo mondo, dove il reale e l&#8221;immaginario sono indivisibili. Esprimersi con la musica, la danza e la pittura fa parte di un modo di vivere e di socializzare con il mondo circostante, con le pietre che accolgono l&#8221;arte rupestre e con le cortecce d&#8221;albero, che accolgono anch&#8221;esse le pitture, con il paesaggio, con le pietre, le grotte, le pozze d&#8221;acqua dove le forme stesse sono testimonianza della verità del mito divenuto memoria.</span></p>
<p><strong>
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La corteccia dell&#8221;Eucaliptus</strong><br />
Per l&#8221;aborigeno la pittura è scrittura e con essa trasmette e memorizza essenziali eventi dell&#8221;epoca dei Sogni. Ma dipingere non è solo scrivere, è anche leggere, leggere i propri pensieri, i propri sogni, i messaggi degli spiriti e della natura, ed è un atto magico per fare rivivere il mito e renderlo memoria.<br />
L&#8221;Eucaliptus, chiamato in Australia Gum tree, o albero della gomma, è la pianta più comune e più caratteristica del continente australiano. Le cortecce di questo albero sono state utilizzate, da tempi immemorabili, per farvi canoe e per costruirvi capanne, soprattutto in certe zone costiere e lungo fiumi. La corteccia è la materia prima più malleabile per svariati usi della cultura materiale.</p>
<p>L&#8221;aborigeno australiano ha una spiccata tendenza artistica; là dove la corteccia d&#8221;albero era maggiormente usata per funzioni utilitarie, essa fu adoperata anche come base di creazioni artistiche. La faccia interna della corteccia, abbastanza liscia, ma con nervature che ne ricordano la natura vegetale, con il colore beige neutro che caratterizza l&#8221;ambiente in molte parti dell&#8221;Australia, con una testura ruvida ma abbastanza omogenea, ha tutti gli attributi per stimolare la mano e la mente umana ad usarla come base per la creazione immaginativa.</p>
<p>Esploratori già all&#8221;inizio del secolo passato parlano di pitture su corteccia in Tasmania che ebbe gli ultimi contatti preistorici con il continente australiano circa diecimila anni or sono. Vi sono notizie di pitture su corteccia anche in parti dell&#8221;Australia dove questa tradizione si è oggi perduta, come nello stato di Victoria e nella Nuova Galles del Sud. Nel Sud-Est del continente, sono noti alberi con la corteccia decorata, incisa e lasciata sul posto, mentre pitture su corteccia nel senso in cui vengono generalmente definite, su pannelli movibili, sono rare: se ne conoscono di sporadiche provenienti dallo stato di Victoria, mentre non se ne è conservata neppure una, per quanto se ne sa attualmente, della Tasmania.</p>
<p>In qualche caso, le pitture decoravano cortecce che facevano parte di capanne o di altre strutture fatte dall&#8221;uomo. Ma ve ne sono altre che sono state create e considerate come documenti a sé stanti e per le quali l&#8221;unico uso era quello della pittura, con tutte le qualità dei fattori mitologici, intellettuali e didattici che costituiscono.<br />
Negli ultimi anni, artisti aborigeni hanno eseguito pitture su corteccia in varie parti dell&#8221;Australia, ma in tutte le zone dove non esisteva una precedente tradizione, le nuove creazioni hanno poco di genuino.</p>
<p><span>In pratica, è solo lungo la parte centrale della costa settentrionale, dal Kimberley al golfo di Carpentaria, che si è tramandata, fino ad oggi, una spontanea tradizione di pitturare su corteccia e la grande maggioranza delle opere conservate in collezioni pubbliche e private, di tale tipo di arte aborigeno, provengono dalla Terra di Amhem e dalle isole vicine.</span></p>
<p>Anche per quanto riguarda gli artisti di questa zona, oltre ad esservi scuole diverse per le varie regioni, oltre ad esservi una differenza nel potere creativo dei singoli artisti, vi sono creazioni con gradi diversi di genuinità.</p>
<p><strong>Categorie di pitture su corteccia</strong><br />
L&#8221;artista aborigeno è un artista sotto tutti gli aspetti che, nell&#8221;eseguire opere che hanno specifiche finalità di carattere culturale, prova anche un impulso e un piacere creativo.<br />
Si pensa che, all&#8221;origine, le pitture su corteccia avessero un fine iniziatorio e didattico. Gli anziani del gruppo eseguivano i dipinti con figure di carattere mitologico, con simboli ed animali totemici, con descrizioni di leggende, come mezzo per iniziare i giovani alle vicende e alle tradizioni della tribù. A questo primo movente si è aggiunto quello del gusto personale, dello spirito creativo e immaginativo dell&#8221;artista. Si può dire che tutte le pitture su corteccia note, anche quelle più antiche, posseggono palesi manifestazioni della volontà dell&#8221;artista di eseguire una creazione artistica. Per quanto riguarda il valore delle opere quali documenti etnologici si riconoscono quattro categorie:</p>
<p>l. L&#8221;opera eseguita prima del contatto con l&#8221;uomo europeo e apparentemente avente finalità iniziatorie, evocatrici o magiche. Di questo tipo si conoscono esemplari sporadici, in pessimo stato di conservazione, e tutti appartenenti a musei.</p>
<p>2. La creazione artistica, fatta e vissuta come tale, eseguita a scopo rituale in ambiente che basa la propria esistenza sulle tradizioni ma che ha già avuto contatti con gli europei. Sono le migliori opere d&#8221;arte, di altissimo valore grafico e concettuale. Questo tipo di creazione che è sempre stato raro, lo sta divenendo sempre più.</p>
<p>3. La creazione artistica di buoni artisti aborigeni professionisti che eseguono le loro opere d&#8221;arte con una piena conoscenza delle tradizioni, ma che producono anche per un mercato di non aborigeni. Quest&#8221;arte è in parte creata per il commercio e non sempre è possibile stabilire cosa sia prodotto per finalità locali e cosa no. Vi è stata una notevole produzione di queste creazioni. Relativamente accessibili a molti, fino ad alcuni anni or sono, divengono sempre più rare. Gli artisti, con una buona nozione della mitologia e delle tradizioni tribali, si fanno sempre più sporadici.</p>
<p>4. La creazione di artisti aborigeni che, spinti dalle richieste di mercato, producono pitture su corteccia che imitano e ripetono quelle che hanno visto da fanciulli nel loro ambiente tribale. Questa categoria è alimentata dai turisti e dai piccoli collezionisti e la, sua produzione si trova in aumento. Le creazioni, anche se talvolta possono essere ricche di armonia e di gusto estetico, sono prive di quella immediatezza e profondità che si trova nelle precedenti categorie. Negli ultimi anni poi, lo stile sta cambiando e l&#8221;arte delle pitture su corteccia è ormai al declino. Diversi artisti aborigeni perfino firmano le loro cortecce, ovviamente in inglese.</p>
<p>Mentre le prime tre categorie sono eseguite con sostanze coloranti raccolte e stemperate dall&#8221;artista nella natura, l&#8221;ultima categoria è spesso eseguita con colori prodotti industrialmente e acquistati in tubetti. Le immagini qui presentate sono del secondo e terzo tipo. Fanno parte di una collezione privata acquisita in gran parte negli anni &#8221;50 e &#8221;60. Alcune risalgono al 19° secolo; la maggioranza è attribuibile alla prima metà del 20° secolo ma riflettono il modo di pensare e di vedere di cacciatori-raccoglitori in piena età della Pietra. Il declinio dell&#8221;arte su corteccia segue il suo processo di commercializzazione e il concomitante allontanamento dalle finalità primaria, evocatrici dei miti, iniziatorie ed educatrici. La decadenza dell&#8221;arte segna inesorabilmente la fine della cultura e delle tradizioni dalle quali ha preso vita. Con sgomento si segue questo crudele processo nel quale una creatività artistica esistenziale sta trasformandosi in folklore.</p>
<p><strong>Tradizioni paleolitiche</strong><br />
Gli aborigeni australiani creatori delle pitture su corteccia, vivono in clan di cacciatori, usano la lancia e il boomerang, usano il lancia-dardi ma, per la massima parte, fino a due o tre generazioni or sono, non conoscevano l&#8221;arco e la freccia; lavorano la selce e la quarzite con le quali producono strumenti litici di tipo paleolitico. <span>Raccolgono frutti spontanei ed anche cereali selvatici, usano, come unico mezzo di cottura dei cibi, il contatto diretto di questi con la brace ardente. Usano accendere il fuoco con il bastoncino che viene frullato tra i palmi delle mani; hanno un unico animale domestico, il canide dingo, e lo hanno avuto già da alcuni millenni. In termini della archeologia europea, essi sarebbero considerati come paleolitici e sono, in effetti, il raro caso di un popolo attualmente vivente sulla Terra, che può essere definito come tale. Ma il raffronto con l&#8221;archeologia europea non è sempre possibile. La loro principale forma d&#8221;arte visuale è l&#8221;arte rupestre. Le cortecce dipinte sono un&#8221;arte mobile la cui produzione è circoscritta a determinate zone.</span></p>
<p>Gli aborigeni hanno raggiunto una tale simbiosi con il proprio ambiente, da potervi tranquillamente vivere di caccia e di raccolta senza nessuno stimolo e necessità di considerare una produzione del cibo.<br />
Il contatto con la società europea ha snaturato la loro vita e oggi, la loro sopravvivenza nel contesto integrale e genuino, è limitata a zone sempre più ristrette. In pratica, aborigeni che vivono come tali in base alle proprie tradizioni e ai propri metodi di sussistenza sono in via di estinzione definitiva. Con la scomparsa di un modo di vita e delle tradizioni ad esso connesse, inesorabilmente cesserà di essere creata anche l&#8221;arte ispirata da tali tradizioni. Questo processo è già in atto e l&#8221;arte aborigena creata oggi, anche la migliore, salvo qualche raro caso, non è più quella di alcuni anni or sono.</p>
<p>Le pitture genuine su corteccia d&#8221;albero, quelle create nell&#8221;ambiente tribale, con una completa nozione del loro significato mitologico e culturale, sono destinate a divenire rarissime, anche se le imitazioni, da parte degli aborigeni stessi che sono divenuti di colpo cittadini del ventesimo secolo, stanno già formando un mercato non indifferente. Le pitture degli aborigeni australiani sono oggi uno dei pochi esempi di arte di popoli cacciatori allo stato brado, per i quali sia possibile avere una spiegazione del significato, da parte degli autori stessi o di coloro che ancora conservano le stesse tradizioni. Queste pitture sono, per l&#8221;etnologo, una occasione unica di contatto diretto con la realtà culturale e artistica di popolazioni che vivono ancora nell&#8221;età della Pietra.</p>
<p>Le pitture su corteccia s&#8221;inseriscono in una vasta gamma di creazioni grafiche degli aborigeni. Ad esse si uniscono pitture e incisioni rupestri eseguite su superfici di pietra, decorazioni di ciotole, di boomerang, di lance, di lancia-dardi, di ciuringia e di altri strumenti di uso quotidiano, su panieri ed altri contenitori, decorazioni su tronchi d&#8221;albero che rimangono in situ, su cippi funerari ed altre espressioni dell&#8221;arte plastica monumentale, disegni su sabbia, pitture e tatuaggi sul corpo umano. Ma l&#8221;arte degli aborigeni si estende anche ad altri aspetti quali la musica, la danza, la dizione, la creatività narrativa che s&#8221;ispira ad una mitologia ricchissima ed estremamente immaginativa.</p>
<p>Nella vita intellettuale degli aborigeni, tutte queste sono parti indivisibili che formano un unico insieme, magnifica espressione di una costante ricerca di contatto con il soprannaturale, di una esigenza di stabilire legami con l&#8221;epoca dei Sogni, con l&#8221;era primordiale nella quale trovano origine la vita e la morte, la simbiosi tra uomo e mondo animale, tra uomo e ambiente naturale, la struttura sociale che determina le relazioni tra gli uomini e tra i popoli.<br />
Non si può parlare di unità culturale per il continente australiano. Salvo qualche eccezione lungo le coste settentrionali, gli aborigeni sono tutti di un medesimo ceppo etnico, ma parlano più di duecento lingue diverse che si sono differenziate nel corso di 40.000 anni, vivono in ambienti e paesaggi molto diversi tra di loro, dal deserto alla foresta tropicale, alle zone montagnose coperte di neve parte dell&#8221;anno; i vari gruppi hanno risorse naturali diverse e il loro modo di vivere riflette l&#8221;adattamento ad ambienti così svariati.</p>
<p>Ogni aborigeno è un artista in potenza, anche se le facoltà artistiche variano da persona a persona, da gruppo a gruppo. L&#8221;arte è parte del modo di vivere. Non è concepibile un certo tipo di cerimonia senza il tipo di creazione artistica corrispondente, non è concepibile un&#8221;arte senza significato mitologico o concettuale, come non sono possibili certi aspetti della mitologia e del mondo immaginativo, senza una creazione artistica. <span>Ognuno degli elementi della cultura opera come fattore corroborante per gli altri.</span></p>
<p>Il mondo degli aborigeni è andato formandosi nel corso dei millenni. Ha subìto lente variazioni, come qualsiasi altro complesso della cultura umana. Le pitture su corteccia sono una manifestazione di questo mondo che si può ben ipotizzare di persistenza multimillenaria ma, quelle che conosciamo, riflettono uno dei vari mezzi espressivi di alcuni gruppi di aborigeni nel corso degli ultimi duecento anni. Forse non sapremo mai cosa potessero raffigurare le cortecce dipinte 10.000 anni fa, ai tempi in cui i Tasmani giunsero nella loro terra portandosi seco questa tradizione artistica.</p>
<p>Come molti altri aspetti della cultura aborigena, in esse si riscontra una sintesi delle facoltà creative, del gusto, delle credenze, delle tradizioni, del modo di pensare e di vivere, dei gruppi umani che ne hanno prodotto gli autori. Ogni genuina pittura su corteccia è un documento, è una testimonianza, è un oggetto di grande pregio artistico e di grande importanza culturale, che ci porta al contesto della cultura aborigena come una magnifica sintesi.</p>
<p>Le pitture su corteccia d&#8221;albero, così come le pitture e le incisioni rupestri, sono opere di uomini adulti e iniziati. Gli sporadici casi in cui donne si sono messe a dipingere sono risultati di una trasformazione delle tradizioni, avvenuta negli ultimi anni. In certe aree, soprattutto nelle isole Melville, fattori di carattere commerciale hanno spinto le donne ad eseguire pitture su corteccia, ma le cortecce vengono loro raccolte e preparate dagli uomini; generalmente le donne non sono in grado di spiegare il significato delle figure che rappresentano.</p>
<p>Tale processo aberrante è in gran parte frutto di una programmazione di ambienti europei che cercano di fare il bene della società aborigena in termini commerciali e di benessere secondo modelli europei, ma che mancano spesso di adeguata conoscenza o considerazione per i valori etici e le tradizioni di un popolo aperto e generoso, che non ha preconcetti di stampo europeo e che pertanto è molto vulnerabile.<br />
Escludendo la proliferazione delle pitture su corteccia che si è avuta negli ultimi cinquanta anni in numerose zone dell&#8221;Australia, l&#8221;unica area dove vi sia stata una intensa e feconda creazione genuina di questo tipo di arte aborigena con tradizione ininterrotta, è la Terra di Arnhem. Le pitture su corteccia di altre zone, precedenti all&#8221;influenza commercialista, sono talmente rare che ogni reperto richiede uno studio particolare.</p>
<p>Negli ultimi anni le influenze commercialiste hanno snaturato le tradizioni. Il quadro che segue si riferisce alla situazione attorno al 1960. Nella Terra di Arnhem, si riconoscono quattro regioni artistiche principali: a. Terra di Arnhem occidentale; b. Isole di Melville e Bathurst; c. Terra di Arnhem orientale; d. Groote Eylandt. Ad esse si aggiungono regioni di secondaria importanza e di dubbia autenticità. Ma dovunque, ai miti di origine dell&#8221;Epoca dei Sogni si sostituiscono nuove ambizioni secondo nuovi miti e le nuove regole delle società commerciali del 20° secolo.</p>
<p>E&#8221; una perdita per la cultura, ma una perdita ancora più grave per i diretti protagonisti che perdono le proprie radici e la logica del mondo tradizionale per cercare di integrarsi confusamente in un altro mondo concettuale. Ed è una tragedia del nostro secolo quella di omogeneizzare tutte le culture al modello delle ambizioni di opulenza, sviluppo e successo dell&#8221;Occidente. I valori profondi di una società che ha costruito miti e concetti come base dell&#8221;esistenza, si trova proiettata nel vuoto, senza certezze, senza spiriti protettori, senza canoni di etica esistenziale, alla ricerca del benessere effimero. Arte e mito si offuscano.</p>
<p><strong>Terra di Arnhem occidentale</strong><br />
A nord del fiume Katherine e ad ovest del fiume Cadell, è ubicata una delle più intense e ricche tradizioni di creazione artistica del continente australiano. Gli aborigeni vivono oggi prevalentemente presso le missioni e le stazioni governative e la loro arte odierna è inesorabilmente influenzata da fattori esterni, ma è ancora quella che più conserva le antiche tradizioni. In contrasto con la zona orientale della Terra di Arnhem, le pitture di quest&#8221;area mostrano sporadiche figure su fondo unito, monocromo. Le figure animali e antropomorfe hanno ricche e variate decorazioni simboliche all&#8221;interno del corpo.</p>
<p><span>In questa zona si trovano i migliori e i più numerosi esempi dello stile &#8221;a raggi x&#8221;, uno stile nel quale l&#8221;artista non si limita a rappresentare l&#8221;apparenza esterna dell&#8221;animale, ma raffigura anche gli organi interni suggeriti dalle sue nozioni di anatomia.</span></p>
<p>Prevalentemente, sono raffigurati animali, ma vi sono anche figurazioni antropomorfe e botaniche.<br />
Oltre alle finalità iniziatorie e didattiche, vi sono anche numerose pitture che hanno finalità di magia simpatica. Esse riguardano soprattutto la caccia e la pesca. La pittura che rappresenta l&#8221;animale ferito dal cacciatore o dominato dallo spirito amico, assicura, ancor prima di uscire per la caccia, che l&#8221;animale sia catturato. In questi casi, il soggetto principale è l&#8221;animale, il cacciatore o lo spirito sono l&#8221;accessorio e sono raffigurati più piccoli e con meno attenzione.</p>
<p>E&#8221; questa una caratteristica che ricorre anche nell&#8221;arte di altri popoli cacciatori. Charles P. Mountford racconta che, negli anni &#8221;40, fu chiesto ad un artista aborigeno che stava dipingendo su una parete rocciosa &#8221;Perché dipingi l&#8221;animale prima di andare a caccia?&#8221; e questo rispose &#8221;Come è possibile cacciare un animale se prima non lo dipingi?&#8221;</p>
<p>Vi sono anche le figure di carattere totemico, animali e piante, raffigurati allo scopo di stimolare la proliferazione e ciò con senso ambivalente: nella loro qualità di sorgente di cibo e nella loro qualità di rappresentanti simbolici del nucleo tribale. Animali raffigurati con le loro uova hanno anch&#8221;essi la finzione di magia simpatica. Le figurazioni di impronte di animali sono sovente evocatrici di sentieri di caccia. Tali pitture si trovano su cortecce d&#8221;albero ma anche sulle rocce ed alcune di queste ultime sono ritenute vecchie di diverse migliaia di anni.</p>
<p>Nella mitologia aborigena, numerosi spiriti interferiscono nella vita umana e sono la principale causa del successo e dell&#8221;insuccesso, del raggiungimento di aspirazioni o del fallimento di imprese. I gruppi principali sono gli spiriti mimi, raffigurati spesso come figure antropomorfe molto esili chiamate anche &#8221;figure a bastoncino&#8221;, che sono simpatici e spiritosi folletti del bosco; sono presenti anche gli spiriti Maam, diabolici macisti dal membro sessuale gigantesco, che sono la principale causa di gravidanze ingiustificate e di altri mali che colpiscono il sereno andamento delle relazioni sociali. Essi appaiono spesso nei sogni, costituendo un incubo, ma talvolta anche un fondamentale elemento di surrogazione e di conforto. Anche questi simboli del bene e del male, della leggerezza e della pesantezza,. dell&#8221;evasione e del conformismo, sono spesso immortalati dalle pitture aborigene.</p>
<p>Spiriti vari popolano l&#8221;immaginazione e la creatività artistica degli aborigeni, sovente anche in sequenze associative o scene, piene di ideogrammi e di simboli, che ne permettono la lettura a coloro capaci di leggerli, ossia agli iniziati, siano essi aborigeni o studiosi occidentali.<br />
Vi sono inoltre pitture su corteccia che rappresentano esclusivamente simboli, di fronte alle quali lo studioso è senza risorse, a meno che non sia dovutamente iniziato da qualcuno di quel limitato gruppo di saggi locali che conosce la &#8221;storia&#8221; in tutti i particolari.</p>
<p>In questa zona, pitture su corteccia e pitture rupestri hanno stili e repertori molto simili e formano un indivisibile unicum concettuale. Questa è anche una delle regioni australiane dove la vita sociale, rituale e magico-religiosa degli aborigeni continua ad essere delle più esuberanti.</p>
<p><strong>Isole di Melville e di Bathurst</strong><br />
Queste isole hanno vissuto in un certo isolamento dalla terraferma e, pur trovandosi di fronte alla costa della Terra di Arnhem occidentale, mostrano tradizioni figurative più vicine a quelle della Australia Centrale. I simboli geometrici hanno il sopravvento sulle immagini antropomorfe e zoomorfe. Essi rappresentano luoghi sacri, simboli funerari e di carattere totemico, indicazioni topografiche e stilizzazioni di specie vegetali. La creazione artistica principale di queste isole si esplica nei cippi funerari scolpiti e dipinti. Molte delle ispirazioni e degli spunti delle pitture su corteccia derivano appunto da quest&#8221;altro tipo di arte e dalla tradizione dei riti funerari pukumani.</p>
<p>Esistono dubbi riguardo all&#8221;antichità della tradizione di dipingere su corteccia in queste isole. Non è ancora stabilito quando tale tradizione abbia avuto inizio, e certamente ha avuto un notevole impulso dalla commercializzazione dell&#8221;arte aborigena. <span>La tradizione locale vuole che, fino a metà del secolo scorso, la popolazione Tiwi delle isole si ritenesse sola al mondo e che il contatto con l&#8221;Australia continentale abbia avuto inizio allora grazie a due navigatori che si erano persi. Vi sono diversi cimiteri nelle isole, con pali e cortecce d&#8221;albero decorati, ritenuti più antichi di questo contatto con la terraferma. La tradizione potrebbe dunque essere molto antica. Tuttavia lo stile decorativo attuale è probabilmente assai recente.</span></p>
<p><strong>Terra di Arnhem orientale</strong><br />
Tra il fiume Blyth e il golfo di Carpentaria, fino al fiume Roper al sud, si trova l&#8221;arte delle cortecce più complessa e stilizzata che esista in Australia. Gli aborigeni oggi vivono, nella loro grande maggioranza, attorno alle missioni di Milingimbi, Elcho Island e Yrrkalla e le loro creazioni sono fortemente condizionate da questo fatto e dalla conseguente facilità di commercializzare le opere. Le figure intricate e complesse, immerse in un fondo quasi damascato che copre la intera superficie della corteccia di motivi simbolico-geometrici, creano un&#8221;impressione di tappeto o di mosaico.</p>
<p>Ogni segno apparentemente geometrico è un simbolo che rappresenta acqua e terra, tipi di vegetazione, nuvole, vento o fuoco. Ogni artista e ogni clan si limita a usare i simboli tradizionali della propria gente, il che permette, in molti casi, di individuare l&#8221;origine precisa delle opere. Vi sono anche figurazioni di carattere topografico con indicazioni di fiumi e monti rappresentati con una simbologia non troppo esplicita per i non iniziati.</p>
<p>Le pitture più antiche erano quasi sempre di carattere prettamente mitologico-sacrale, rappresentavano spiriti ancestrali, animali totemici e luoghi sacri, erano sovente nascoste nei luoghi sacri e spesso servivano nei riti d&#8221;iniziazione come sussidi visivi per insegnare ai nuovi iniziati le tradizioni della tribù. Molte non potevano essere mostrate alle donne e ai non iniziati, altre venivano mostrate ma era vietato spiegare il loro significato. Alcune raffiguravano cose talmente segrete che dovevano essere bruciate dopo aver servito il loro ruolo iniziatorio. Altre pitture sono di carattere profano e, tra le produzioni più recenti, queste sono la maggioranza. Le pitture profane rappresentano prevalentemente soggetti di caccia e di pesca, altri aspetti o momenti della vita quotidiana, descrizioni della vita animale e vegetale. Vi sono anche pitture di carattere aneddotico che talvolta non mancano di una punta di umorismo.</p>
<p>Le figure sono statiche e stilizzate anche se spesso mostrano molti particolari naturalistici nelle dita degli arti, nella faccia e in altre parti caratteristiche degli animali e delle immagini antropomorfiche.</p>
<p><strong>Groote Eylandt</strong><br />
Quest&#8221;isola, nel Golfo di Carpentaria, ha una tradizione di pittura più simile alla parte occidentale che a quella orientale della Terra di Arnhem. Ciò sembra indicare che lo stile damascato che domina, dalla baia di Blue Mud al fiume Blyth, sia conseguenza di una evoluzione relativamente recente.<br />
Le pitture classiche di Groote Eylandt (o Isola Grande) sono caratterizzate da figure sporadiche su fondo unito, di tinta nera, marrone o gialla. L&#8221;interno delle figure è dipinto con parti di colore unito, alternate a parti coperte da serie di linee parallele frequentemente con colori chiari. Nel corso delle ultime due generazioni e, molto probabilmente, per ragioni di carattere commerciale, lo stile damascato ha conquistato anche Groote Eylandt.</p>
<p>Il soggetto principale delle pitture di quest&#8221;isola è costituito da animali e piante totemiche, predominano i pesci e gli altri animali acquatici. Sono rappresentate anche scene di pesca, di caccia ed altre scene di vita quotidiana. Vi sono figure schematiche che rappresentano il sole e la luna, imbarcazioni, figurazioni topografiche, figure umane, di spiriti e di mostri. Vi sono anche figurazioni simbolico-astratte che rappresentano i venti (con simboli diversi per ogni vento), la pioggia e le nuvole. Tali segni sarebbero rimasti senza lettura se non fossimo stati istruiti dagli artisti stessi.</p>
<p><strong>Altre zone</strong><br />
Tutta l&#8221;attuale produzione di pitture su corteccia, deriva da ispirazioni dirette o indirette dalla Terra di Arnhem. Da quando esiste un interesse commerciale per le cortecce dipinte, l&#8221;abitudine di farne si è allargata a macchia d&#8221;olio, arrivando anche all&#8221;Australia Centrale, dove non sembra vi sia memoria di tale tradizione; al Queensland, presso gruppi umani il cui scopo è quello di trarne profitto e che creano pitture su corteccia simili a quelle della Terra di Arnhem, ma diverse in soggetti e stili ispirati dalle ricchissime località di arte rupestre risalente alla &#8221;Epoca dei Sogni&#8221; che hanno nei loro territori. <span>L&#8221;arte rupestre della zona serve dunque da spunto per i temi delle pitture su corteccia.</span></p>
<p>Le altre zone di principale interesse, dove vengono eseguite pitture su corteccia, sono quelle dell&#8221;isola di Mornington, di Port Keats e di Kimberley. Nell&#8221;isola di Mornington, lo stile figurativo deriva direttamente dallo stile damascato della parte orientale della Terra di Arnhem che, come si è detto, è di età piuttosto recente. I soggetti riguardano leggende e mitologia locale e gli animali acquatici vi giuocano un ruolo importante.</p>
<p>Nella zona nord-occidentale del Northern Territory, e soprattutto a Port Keats, le più antiche pitture su corteccia che si conoscano risalgono a circa cinquanta anni fa. Esse imitano, sotto molti aspetti, precedenti sculture su legno, con motivi geometrico-simbolici, e usano colori sobri. Recentemente i colori sono divenuti più vistosi e più variati e i motivi, pur restando soprattutto nel geometrico, sono divenuti più complessi e con finalità intenzionalmente decorative. Ciò è avvenuto sotto la spinta della commercializzazione delle pitture su corteccia e le pitture recenti di questa zona risentono di tale negativa influenza.</p>
<p>Nella zona nord-orientale del Western Australia e soprattutto nel Kimberley, esiste uno stile di pitture su corteccia molto particolare, che ha come elemento dominante le facce, con gli occhi enormi e senza bocca, degli spiriti Wandjina, spiriti creatori e protettori dai quali si fanno dipendere le fortune e le sfortune degli uomini. Questa è la caratteristica anche delle pitture rupestri della zona. Tali grandi facce, talvolta in serie ordinate in file, coprono l&#8221;intera superficie tanto delle cortecce, come delle pareti dei ripari sotto roccia, ed è probabile che le pitture su corteccia derivino la loro ispirazione dalle più durevoli pitture rupestri.</p>
<p><strong>Una testimonianza dello spirito</strong><br />
L&#8221;esistenza di pitture su corteccia nella Tasmania, che si ritiene aver avuto gli ultimi contatti preistorici con l&#8221;Australia circa 10.000 anni or sono, sembra indicare la grande antichità di questa tradizione. Le più antiche pitture su legno che si sono conservate fino ad oggi fanno parte delle collezioni raccolte dal Capitano Cook nel suo primo viaggio (1768-1771). Il materiale usato come base ha una precaria possibilità di conservazione; le pitture più importanti, per il loro ruolo iniziatorio, venivano bruciate dopo la cerimonia per la quale erano state create, i colori di terra e di pietra, stemperati con l&#8221;acqua e con il sangue, sono deperibili. Quello che rimane oggi delle pitture su cortecce autentiche, fatte dagli aborigeni per loro stessi, è un nucleo estremamente ristretto, rispetto alla creazione che rappresentano.</p>
<p>Ma esse costituiscono un contatto diretto, immediato, con un modo di pensare, di vedere e di credere, dell&#8221;ultimo popolo paleolitico esistente sulla Terra. Esse ci forniscono una immensa quantità di dati sulla sua mitologia, sulla sua filosofia, sulla sua ricerca di contatto con il mondo animale, vegetale e paesaggistico nel quale sono inseriti. Esse costituiscono anche uno dei rarissimi casi accessibili, nei quali è possibile incontrare l&#8221;arte figurativa al suo stato primordiale e conoscerne le motivazioni. Ciò rende le pitture su corteccia d&#8221;albero degli aborigeni australiani, una documentazione autentica e fondamentale per la storia dell&#8221;arte e per la conoscenza delle fondamentali strutture ideologiche-concettuali dello spirito umano.</p>
<p>(EMMANUEL ANATI)</p>
<p><em> </em></p>
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