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		<title>ARCHEOASTRONOMIA: LO STATO DELLA RICERCA IN ITALIA NELL&#8217;ULTIMO DECENNIO.</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 20:01:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico-Calzolari</dc:creator>
				<category><![CDATA[No period]]></category>
		<category><![CDATA[archeoastronomia]]></category>

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		<description><![CDATA[All’inizio degli studi  sistemici  i ricercatori sardi  Carlo  Maxia e  Lello Fadda denominarono la disciplina “astro-archeologia”, mentre oggi si fa distinzione fra paleoastronomia ed archeoastronomia a similitudine di come gli archeologi suddividono la preistoria dalla protostoria, in base all’arrivo della scrittura in un contesto territoriale.  Nell’archeoastronomia  rientra quindi anche l’archeoastronomia cristiana, cioè lo studio dell’orientamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio degli studi  sistemici  i ricercatori sardi  Carlo  Maxia e  Lello Fadda denominarono la disciplina “astro-archeologia”, mentre oggi si fa distinzione fra paleoastronomia ed archeoastronomia a similitudine di come gli archeologi suddividono la preistoria dalla protostoria, in base all’arrivo della scrittura in un contesto territoriale.  Nell’archeoastronomia  rientra quindi anche l’archeoastronomia cristiana, cioè lo studio dell’orientamento degli edifici di culto (chiese, oratori, battisteri, cappelle) che annovera oggi  molti “scolari”, fra cui eccelle Manuela Incerti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara, consigliere della Società Italiana di Archeoastronomia, referente scientifico del Centro per la  Conservazione e Valorizzazione dei Beni Culturali (CCVBC) del Politecnico di Milano, avente per scopo lo “sviluppo di discipline integrate per lo studio e la valorizzazione dei siti e dei beni culturali di interesse archeoastronomico”, nonché responsabile del Laboratorio ACHE (Centro Studi Astronomia e Patrimonio Culturale) del  Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara.</p>
<p>Le ricerche  di Maxia e Fadda erano inserite nel contesto degli studi di antropologia dei popoli Sardi, e nella denominazione attuale  dovrebbero rientrare  in quell’ampliamento  della disciplina oltre il calcolo astronomico  che,  oggi,  viene classificata  come “etno-archeoastronomia” o anche “astronomia culturale”,  così come indicato da Stanislaw Iwaniszewski e Clive Rugles nel corso delle sessioni di studio tenutesi all’Accademia dei Lincei  nel 1994 e nel 1997. Nel 1996 si è costituita in Liguria la Associazione Ligure Sviluppo Studi Archeoastronomici (A.L.S.S.A.) inizialmente proposta come Società Archeoastronomica Ligure, di cui è stato primo presidente Luigi Felolo e di cui è attuale presidente Giuseppe Veneziano (Osservatorio Astronomico di Genova).  La nuova associazione  ha tenuto il primo convegno annuale il 22.2.1997 presso la sala della Università Popolare Sestrese, divenuta ormai la sede tradizionale degli incontri annui. In questo consesso è maturata, dopo alcuni anni,  una discussione sui contenuti della ricerca, che ha visto emergere due linee di tendenza, una rivolta al mero (<em>merus</em>, puro)  calcolo astronomico, nel senso di dedicare le energie dei soci alla eccellenza delle osservazioni sul campo e alla verifica comparata dei risultati ottenuti, discussa nei convegni, e presentata nei quaderni annui, e l’altra rivolta ad allargare lo studio dei siti, riconosciuti con valenze archeoastronomiche, anche alla multidisciplinarietà e interdisciplinarietà, o al  cosiddetto “approccio olistico”. Proprio il riferimento al concetto di “olismo” ha creato la frattura fra i soci. Infatti, nella definizione di <em>holism</em> in “The Concise Oxford  Dictionary” si legge: “Tendency  in nature to form wholes that are more then the sum of the parts  by creative evolution”. Questo “valore aggiunto” di natura filosofica ha indotto i “razionalisti” e gli “scientisti”  a lasciare l’associazione, che ha però continuato a produrre sia la  ricerca  sul campo sia  la gestione dei convegni, che tradizionalmente si svolgono in primavera, nonché  la pubblicazione dei quaderni  annuali, ora evoluta in produzione  di CD, secondo le linee di azione del nuovo presidente.</p>
<p>Ai convegni   peraltro partecipano, non più come soci, ma come studiosi  ospiti, alcuni di coloro che  ne furono soci fondatori e che preferiscono tenersi distinti dai cosiddetti “olistici”. Ciò contribuisce a far si che il polo ligure sia il più attivo in Italia, oltre che il più anziano in termini associativi. Nel  dicembre 2000 si è costituita presso l’Osservatorio Astronomico di Brera la Società Italiana di Archeoastronomia,  formata essenzialmente  da docenti  e ricercatori operanti in università e in  osservatori astronomici, avente fra i suoi scopi non solo la ricerca sul campo, ma anche lo studio della storia dell’astronomia  antica e dell’astronomia storica, di cui fu primo presidente il prof.  Edoardo Proverbio (già ordinario di Astronomia all’Università di Cagliari e direttore della Stazione Astronomica di Carloforte, nota nel mondo per i controlli delle longitudini) e di cui è attuale presidente Elio Antonello (Istituto Nazionale di Astrofisica, Brera). I convegni annui di questa società si tengono generalmente a settembre  e i contenuti delle comunicazioni sono generalmente suddivisi in due parti, e vengono pubblicati su due diversi tipi di pubblicazioni, gli Atti Annui, riservati ai contributi di ricerca della storia dell’astronomia, e la “Rivista Italiana di Archeoastronomia”, unica nel suo genere in Europa, pubblicata dalla casa Editrice Quasar di Roma, contenente le relazioni sulle scoperte dei siti  orientati nonché le metodologie  d’uso delle moderne tecnologie per la ricerca sul campo, proposte soprattutto dal ricercatore Adriano Gaspani, dell’Osservatorio Astronomico di Brera, che oggi è il principale ricercatore sul campo proveniente dalle professionalità insite nelle  istituzioni, mentre di solito chi produce  la maggior parte delle  ricerche sul campo sono gli “amatori”, in quanto  approfonditi conoscitori del territorio e capaci della  frequentazione dello stesso durante tutte le stagioni dell’anno.</p>

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<p>Occorre peraltro  far presente che l’osservazione degli “asterismi”  visibili  da un determinato territorio  comporta costi umani notevoli, in quanto bisogna essere sul sito, generalmente un luogo alto, spesso impervio, sia all’alba sia al tramonto, nonché per la Luna e per le stelle, anche nelle ore notturne. Costi di trasporto (spesso occorre usare veicoli fuori-strada) costi di pernottamento e di ristorazione, vengono sopportati personalmente dagli “amatori”, che effettuano le loro ricerche secondo il “principio di sussidiarietà”, perché le istituzioni non posseggono i fondi per finanziare  simili ricerche. Spesso esponenti delle università accusano gli amatori di effettuare studi che non competono loro, perché istituzionalmente la ricerca sarebbe compito dell’università, ma questa operatività  è permessa dalla nostra Costituzione Repubblicana, attraverso l’interpretazione congiunta degli articoli 21, 33, 34. Si noti inoltre che le istituzioni, per destinare risorse di bilancio in un determinato progetto di ricerca archeoastronomica, devono prima avere la certificazione che il sito è dotato  delle propedeutiche valenze archeologiche. Siamo cioè in presenza di un <em>kreis-lauf</em> (cerchio-corsa)  insuperabile, che gli amatori risolvono con la loro preparazione in archeologia megalitica, conseguita come autodidatti girando mezzo mondo, orientando le loro vacanze in luoghi di offerta di “turismo culturale”. Poiché spesso le condizioni meteorologiche impediscono l’osservazione astronomica, prevista  secondo i calcoli effettuati con i moderni programmi computerizzati, si rende necessario tornare più volte sul sito, a distanza di sei mesi per le osservazioni equinoziali, ed a distanza annua per le osservazioni solstiziali. Emerge quindi la complessità del lavoro di ricerca. Un caso eloquente di questo processo indagativo e cognitivo  si ha  nel  recente studio del sito pre-etrusco di Poggio Rota (Pitigliano). Oltre ad una preventiva visita effettuata con la propria dotazione strumentale da Adriano Gaspani, che ha prodotto una prima sommaria relazione, e ad una veloce  visita effettuata dal prof. Giulio Magli, docente di Meccanica Razionale al Politecnico di Milano, incaricato come “referente scientifico” del C.C.V.B.C.  dello stesso Politecnico, sono state necessarie decine e decine di giornate di osservazione da parte dei ricercatori Antoine Mari Ottavi e François Radureau dell’A.R.C.A.  (Amateurs de la Région Corse d’Archéastronomie) che si sono recati sul sito più volte, per un periodo di più giorni, sbarcando con il traghetto nel porto di Livorno.</p>
<p>Essi hanno studiato il sito utilizzando anche il programma di archeoastronomia “Arkeorb” di loro progettazione, ma per poter produrre il “Rapport”,  commissionato loro dalla Associazione TAGES di Pitigliano, hanno anche usufruito di decine e decine di osservazioni fotografiche effettuate dal prof. Antonello Carrucoli, docente nella scuola media di Pitigliano e appassionato fotografo,  consigliere dell’associazione.  TAGES ha pertanto potuto presentare una documentazione complessa del sito alla Soprintendenza Archeologica di Firenze, utilizzando le operazioni   di pulizia, di misurazione e di mappatura effettuate in decine di viaggi dal sottoscritto, in collaborazione  con i consiglieri ed i volontari locali. Dopo circa due anni di impegno di TAGES è stata così realizzata  una prima indagine archeologica  istituzionale, effettuata sul sito dalla prof.ssa  Nuccia Negroni Catacchio, archeologa dell’Università di Milano. Gli aspetti innovativi di questa operazione culturale, che sono già stati acquisiti ancora prima di conoscere le risultanze della indagine archeologica, riguardano:</p>
<ul>
<li>alcuni aspetti morfologici rinvenuti nella lavorazione dei  massi tufacei (fessurazioni orientate)  che risultano presenti, come tipologia, anche nel Castellare  di Pignone (Val di Vara &#8211; Liguria Orientale) attribuito al Terzo Millennio a.C.;</li>
</ul>
<ul>
<li>i fasci  di luce, sia orizzontali, sia verticali,  emersi  durante l’osservazione puntuale fatta ai solstizi e agli equinozi, paralleli fra loro,  ripetuti due volte nel caso del solstizio d’inverno e del   solstizio d’estate,  e tre volte durante l’equinozio. Il verificarsi  del fascio di luce verticale si ritrova, come tipologia visiva, anche nel Castellare di Pignone, ma si forma al mezzogiorno  del solstizio d’inverno;</li>
</ul>
<ul>
<li>in una vaschetta ellittica  ricavata nel tufo si forma, al solstizio d’inverno, una luce a forma di  farfalla, posta su un piano  orizzontale, che richiama visivamente la ormai famosa farfalla di luce dorata che si forma, verticalmente, al tramonto del solstizio d’estate, nel sito di San Lorenzo al Caprione, in Lerici  (La  Spezia);</li>
</ul>
<ul>
<li>nella suddetta vaschetta si forma, al tramonto del solstizio d’inverno, il riflesso dei raggi luminosi nell’acqua, con la doppia visione del Sole, quello diretto e quello riflesso, con effetti cromatici strabilianti,  resi bene soprattutto con le macchine fotografiche digitali.</li>
</ul>
<p>Se lo studio del sito di Poggio Rota costituisce l’ultimo esempio di indagine,  occorre richiamare un evento che  in termini di evoluzione dello stato dell’arte ha scosso tumultuosamente la comunità di “scolari” facenti parte della S.I.A., per cui nel loro  blog sono rimbalzate decine e decine di messaggi, contrapposti nei loro giudizi, a proposito della convocazione di  un convegno organizzato da studiosi francesi, da tenersi a Saint Martin de Vesubie (prima della guerra  era  San Martino Vesubia) per illustrare il riconoscimento della costellazione delle Pleiadi nelle incisioni rupestri di Monte Bego. La insolita ed imprevedibile diatriba è stata scatenata da due elementi concomitanti, prima di tutto la questione epistemologica del concetto di “speculazione”, implicito nello studio delle rappresentazioni di arte rupestre cui si vuol attribuire il significato di costellazioni, e quindi la questione “nazionalistica”, per cui, secondo gli Italiani,  i Francesi non vogliono studiare o non sanno studiare l’archeoastronomia, per cui, di solito, non partecipano ai congressi internazionali organizzati dalla S.E.A.C. (Société Européenne  pour l’Astronomie dans la Culture). Siamo nel campo delle “ipotesi nel passato”, che è un campo da affrontare con l’ausilio del calcolo probabilistico (Teorema di Bayes sulle probabilità composte) e con la teoria degli errori.</p>
<p>Maggiori sono i casi da esaminare e più ci si può avvicinare alla ipotesi più veritiera. Durante il convegno S.E.A.C. di Isili (Sardegna)  tenutosi dal 28 giugno al 3 luglio 2005, il sottoscritto presentò due posters, rispettivamente  a titolo “A Close Archaeoastronomic  Reading about Cupmarks of the Hemicycle Tomb in Sas Concas (Sardinia)” e “The Archaeological Symbols ‘M’ and ‘W’ and the Symbolic Link with the Cassiopeia Constellation”. Dopo una serrata discussione con il referente italiano della SEAC, Mauro Peppino Zedda, organizzatore del convegno, fu inserito nei Proceedings il poster relativo alla simbologia di Cassiopea, perché riprodotto in molti manufatti, sempre con linee continue, quindi riconosciute  come chiaramente intenzionali (fra questi la pittura rupestre del 3500 a.C. di Rocca Cavour; la statuetta di Passo di Corvo del 5300 a.C.; la faccia femminile di Porto Badisco e la rappresentazione della Grotta dei Cervi, entrambe  di epoca Neolitica; la doppia rappresentazione di Cassiopea invernale ed estiva  del vaso di Vinkovic  del 2600 a.C.; il vaso funerario di Grotta Barche dell’epoca del Bronzo recente; l’incisione dell’età del Ferro di Dos Dulif di Valcamonica; la rappresentazione del vaso di Bucovat studiata dall’archeologo rumeno Lazarovici; la rappresentazione della Grotta di Olmeta di Capo Corso, studiata da Acquaviva e Cesari). L’altro poster, pur avendo come coautore il giovane  astronomo professionista  Simone Marchi, dell’Università di Padova, non fu accettato perché la rappresentazione di Cassiopea mediante coppelle è stata ritenuta una semplice “speculazione”, cioè una congettura effettuata senza poter conoscere tutti gli elementi che hanno generato, in epoche preistoriche,  il fenomeno rappresentativo.</p>
<p>Questo giudizio fu espresso sia per le  rappresentazioni con coppelle situate in positura orizzontale, sia per coppelle situate in posizione verticale, sia per coppelle incise all’interno di una tomba scavata nella roccia, datata dagli archeologi al 2700 a.C., contenente la rappresentazione di un fenomeno astronomico relativo allo stesso periodo, ma riferito alla costellazione di Ursa Major  (passaggio in antimeridiano di questa  costellazione alla mezzanotte del solstizio d’inverno, con separazione della rappresentazione delle ruote rispetto alle stelle del timone).Va tenuto conto che nel 2008 l’archeoastronomo Guido Cossard aveva pubblicato su alcune riviste, nonché in Internet, la scoperta della costellazione delle Pleiadi, raffigurata mediante coppelle, in due siti della Val d’Aosta, senza destare nessun dibattito  fra i  soci utilizzatori del blog S.I.A., salva una valutazione critica sollevata da Adriano Gaspani sulla rivista “Coelum” (n°115-anno XII- Marzo 2008). Nessuna osservazione è emersa per ora dalla pubblicazione, avvenuta nel dicembre 2009 (con un ritardo di  sette anni) degli Atti del Convegno Internazionale “Archeoastronomia: un dibattito tra archeologi ed astronomi alla ricerca di un metodo comune”, organizzato dalla Sovrintendenza Archeologica per la Liguria e dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri. Il convegno era stato articolato in due sessioni, tenutesi a Genova nel febbraio 2002 ed a San Remo nel novembre 2002. A San Remo  il sottoscritto presentò, fra le altre,  la comunicazione relativa al  riconoscimento della costellazione delle Pleiadi nel dolmen di Montelungo (Cala Gonone, Sardegna). Si noti che,  al momento del dibattito sulla comunicazione, due studiosi avevano espresso dubbi sul movimento, relativo fra loro, delle stelle della costellazione. Ciò è riportato negli Atti, nel dibattito finale seguito alla comunicazione.</p>
<p>C’è quindi molta attesa per il convegno che si terrà a Saint Martin de Vesubie, ai margini del Parco del Mercantour, essendo i relatori francesi di elevato spessore culturale. Nel fascicolo 5 della rivista scientifica “Comptes Rendu – Palevol” pubblicata da Elsevier Masson per l’Accadémie des Sciences di Parigi, figura l’articolo di “Paleontologia umana e preistoria”  a titolo “Les gravures rupestres des Pléiades de la montagne sacrée du Bego, Tende, Alpes-Maritimes, France”, portante i seguenti autori: Annie  Echassoux, del Laboratoire départemental de préhistoire du Lazaret, conseil général des Alpes Maritimes, Nice; Henry de Lumley, Fondation  Albert I.er Prince de Monaco, insitut de paléontologie humaine, Paris; Jean-Claude Pecker, Collège de France, Paris ; Patrick Rocher, Observatoir de Paris. A fronte di una simile rassegna di competenze specialistiche, si ritiene che il convegno potrà far progredire gli studi sulle coppelle a significato astronomico, oltre quanto già emerso  nei tre convegni a tema:  “Le incisioni rupestri non figurative nell’arco alpino meridionale”, Museo del Paesaggio, Verbania, 6/7 ottobre 2001;  “Coppelle e dintorni nell’arco alpino meridionale”, Cavallasca, Como, 28/29 settembre 2002; “Ricerche paletnologiche nelle Alpi Occidentali” e “Arte Rupestre Alpina” – CESMAP, Pinerolo, 17/19 ottobre  2003.</p>
<p>La posizione di Adriano Gaspani sulle coppelle con significato astronomico è critica, perché egli teme che non tutte le coppelle siano state eseguite contemporaneamente  e che quello che noi valutiamo possa essere un prodotto finale di secoli di frequentazione. Durante il congresso di Verbania egli propose, per superare questo problema, un metodo basato sulle reti neuronali artificiali per stabilire la datazione delle coppelle sulla base del loro profilo.</p>
<p>Con la pubblicazione degli Atti del congresso di San Remo 2002, a titolo “Archeoastronomia : un dibattito fra archeologi ed astronomi alla ricerca di un metodo comune” gli studiosi hanno potuto prendere atto di quanto affermato dai professori Michael Hoskin dell’Università di Cambridge  e Clives Ruggles  dell’Università di Leicester  a proposito degli “allineamenti equinoziali”. Come richiamato da Mario Codebò, venne affermato da tutti gli studiosi presenti che “l’equinozio non è visibile… per cui non  è possibile che ci siano allineamenti equinoziali” (Atti). Questo problema era sorto anche  in Corsica, a proposito della comunicazione presentata dal sottoscritto  circa  l’allineamento di Filitosa, verificato all’equinozio di autunno del 2002, fra la “cuna” del punto di osservazione vulviforme  e il megalite cosiddetto occidentale. Nel 2004 il prof. Hoskin si disse disposto ad accettare questo tipo di allineamento se noi, in tal caso il ricercatore corso Antoine Mari Ottavi ed il sottoscritto, ne avessimo modificato   la terminologia di identificazione. Ciò perché la semantica del termine equinozio presuppone l’eguaglianza delle ore del giorno e della notte, che nella preistoria non poteva essere misurata per la mancanza di orologi. Si è aperto così un ricco dibattito sul “problema epistemologico”, cioè su come sia stato possibile identificare nella preistoria la valenza dell’allineamento 90° &#8211; 270°,  e sul “problema semantico”, cioè come chiamare questo allineamento, preso atto che il valore semantico preciso non può che essere recente, cioè affermato in presenza di uno strumento misuratore di ore e minuti. Per rispondere a questa richiesta di  tipo semantico si è aperta  all’interno dell’A.L.S.S.A. una ricerca su come questo concetto sia espresso nelle varie lingue, a cura dell’attuale  Vice-presidente dell’associazione Luigi Felolo.</p>
<p>Gli studiosi corsi, presentando il concetto della “droite d’equinoxe”, cioè la linea retta formata dall’ombra dello gnomone  all’equinozio, tendono ad eliminare la problematica epistemologica relativa all’equinozio, perché la via della conoscenza di questo fenomeno astronomico, per gli uomini della preistoria,  è stata  la via dell’osservazione delle ombre e prescinde  quindi dalla matematica applicata ai dati orari e rientra nella geometria degli angoli ed anche nella geometria sacra, perché l’eccezionalità della “droite d’equinoxe” non poteva non influenzare le dinamiche mentali dei nostri progenitori, tendenzialmente orientate in senso simbolico e duale. Nel n° 34 del Bollettino del Centro Camuno di Studi Preistorici, pubblicato nel marzo 2004, è contenuto l’articolo a titolo “Indagine archeoastronomica su un petroglifo della Valcamonica presso  il Capitello dei Due Pini”. In questo articolo si tratta espressamente della “questione degli equinozi” e Mario Codebò considera il problema degli allineamenti equinoziali come un “equivoco formale di termini anziché sostanziale di meccanica celeste”  raccomandando di non confondere l’equinozio vero (il momento esatto in cui il centro geometrico del Sole attraversa l’equatore celeste, argomento questo di astronomia sferica) con gli allineamenti megalitici Est-Ovest , argomento questo di paleoastronomia. Sostanzialmente, dopo alcuni anni di evoluzione di questo dibattito sull’equinozio, è venuto meno l’ostacolo alla ricerca di allineamenti megalitici posizionati in direzione Est – Ovest e al loro riconoscimento, mentre prima, secondo quanto affermato dal prof. Ruggles, questi allineamenti dovevano essere considerati casuali, e ciò metteva in difficoltà i ricercatori nel proporre le proprie scoperte sul campo al comitato dei “referee” che valutavano le comunicazioni,  mantenendosi essi inclini a seguire le linee guida vigenti a livello internazionale, spesso con un certo senso di soggezione,  rispetto ai più noti esperti mondiali della materia.</p>
<p>Si spera quindi che il ritrovamento di allineamenti megalitici orientati in direzione Est – Ovest possa portare ora all’arricchimento delle relazioni dei paleoastronomi nei prossimi convegni di settore. Non tutti gli studiosi concordano con queste posizioni, e bisogna qui citare Adriano Gaspani, che ritiene che gli allineamenti equinoziali solari siano più probabilmente connessi con levate e tramonti di stelle poste lungo l’equatore celeste all’epoca della frequentazione del sito. Ciò viene dedotto in termini di entropia (bisogna sempre cercare le soluzioni che prevedano un grado di ordine il più basso possibile). L’evoluzione maggiore nella disciplina si è avuta però nei rapporti con le istituzioni, e ciò è ad ascriversi all’entrata in campo della S.I.A., che ha saputo tradurre in politiche concrete (collaborazione con Enti, Istituti di Ricerca e Soprintendenze Archeologiche in varie regioni d’Italia) quelle speranze che erano emerse durante i primi convegni della materia, organizzati a Roma dall’Accademia dei Lincei. Va detto in proposito che è nato in Italia il primo ed unico corso  universitario di archeoastronomia, diretto dal prof. Giulio Magli, del Politecnico di Milano, che è anche divenuto membro dello Working Group dell’UNESCO.  Oltre che agire nelle istituzioni, egli si dedica anche alle ricerche sul campo ed ha analizzato alcuni siti megalitici del Centro Italia, fra i quali Alatri e Ferentino in provincia di Frosinone, Norba e San Felice Circeo in provincia di Latina, Cosa in Toscana e S.Erasmo di Cesi in Umbria, ampliando quindi quanto prima trattato da altri studiosi (Velia ed Alatri da parte di Giuliano Romano, Alatri da parte del sottoscritto).</p>
<p>L’Istituto Internazionale di Studi Liguri (Bordighera)  ha attivato i corsi S.I.M.A. (Scuola Interdisciplinare delle Metodologie Archeologiche) ed ha inserito fra le materie di specializzazione anche l’archeoastronomia, utilizzando come docenti molti  membri della  S.I.A. (Antonello, Codebò, De Santis, Gaspani, Magli, Polcaro, Proverbio, Ranieri). Vito Francesco Porcaro (I.N.A.F. Roma, Istituto di Fisica Spaziale e Fisica Cosmica, Roma) ) oltre che lavorare da anni con la  Soprintendenza di Taranto su Trinitapoli, lavora   con la Soprintendenza di Roma  sulla Basilica Neopitagorica di Porta Maggiore e con il C.N.R.-I.S.C.I.M.A. (Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico)  in cui opera anche Paola Moscati, consigliere S.I.A.,  su Cerveteri; Polcaro  opera inoltre  con la Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università della Basilicata, nonché  partecipa a missioni archeologiche della Sapienza in Siria e Giordania. Marcello Ranieri (I.A.S.- I.N.A.F., Roma) collabora con la Soprintendenza di Cagliari  in campo nuragico, ed assieme a Elio Antonello sono stati chiamati a fare seminari ai corsi di dottorato in Archeologia a Padova e di Beni Culturali alla Sapienza.</p>
<p>È qui obbligo citare un esempio di collaborazione attiva fra istituzioni e cultori della materia, certamente frutto della profonda cultura radicata da secoli nel Napoletano. Nell’ambito della  Unione Astrofili Napoletani  è stata istituita nel 1997 la Sezione di Archeoastronomia, coordinata da Franco Ruggieri, che ha ottenuto importanti risultati a Cuma, identificando prima tre calendari basati sulle fasi lunari, poi attribuendo a Diana un piccolo tempio sull’acropoli. Tutte queste ricerche sono state effettuate in collaborazione con la Soprintendenza ai BB.AA. di Napoli nella persona del dr. Paolo Caputo, direttore dell’Ufficio Archeologico di Cuma. Attualmente, con l’appoggio e la collaborazione attiva di numerose Soprintendenze ai BB.AA. dell’Italia centro-meridionale, oltre che del Museo Archeologico di Napoli, si occupa dell’analisi degli orientamenti di templi appartenenti a culture pre-cristiane(Greci e di popolazioni di lingua osca) nonché dei dolmen della Puglia. I risultati ottenuti sono stati resi pubblici nel corso di alcuni interventi ai convegni nazionali della S.I.A. e sono consultabili in Internet.</p>
<p>Una vera e propria conversione alla disciplina è invece avvenuta, durante questa decade,  nel Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna, in quanto il suo direttore prof. Maurizio Tosi ha utilizzato il ricercatore Henry De Santis, di “Archeoastronomia Ligustica”, associato A.L.S.S.A., associato S.I.A., associato della Società Astronomica Italiana,  per campagne di rilevazione nel Sultanato di Oman ed in  India, nel distretto di Harappa (lo stesso parteciperà di nuovo ad una campagna di rilevazioni nel Sultanato di Oman, condotta però dall’Università di Cambridge). Va detto infatti che lo stesso prof. Tosi, durante il convegno INSAP III (The Inspiration of Astronomical Phenomena) tenutosi in Palermo dal 30 dicembre 2000 al 6 gennaio 2001, tenne una comunicazione in cui non riconosceva il valore scientifico della disciplina, attribuendo ad essa soltanto il valore di un espediente di   furbizia delle caste sacerdotali, come modo di perpetrare il loro potere (negli atti di quel convegno, pubblicati nelle “Memorie della Società  Astronomica Italiana” – Speciale n° 1-2002  il suo contributo non figura). Il suo contributo fu una vera doccia fredda, sia per l’autorevolezza della fonte, sia perché nei convegni  della E.A.A. (European Association of Archaeologists) non si riusciva a introdurre l’archeoastronomia. Si parlò di questo in un incontro ristretto, avvenuto poco dopo,  durante il  7°  Annual Meeting  European Association  of Archaeologists, che si tenne a Esslingen-am-Neckar (19-21 settembre 2001) con gli studiosi Michael Rappenglück (peraltro presente a Palermo) e Stanislaw Iwaniszewski, colonne portanti della materia.  I timori di quel brutto momento furono felicemente superati ed oggi si può affermare  che si aprono le porte alla nostra disciplina anche a livello istituzionale. Questo articolo vuole essere un contributo sull’evoluzione dei rapporti fra l’ambiente degli archeologi e l’ambiente degli astronomi e degli archeoastronomi in Italia, osservato con l’ottica maturata dal sottoscritto nel tempo che è intercorso fra il  convegno JENAM 2000, a tema “European Astronomy at the Turn of the Millenium” – Moscow, maggio 29-luglio 3, 2000, e l’inizio dell’ultimo anno della decade, con l’impegno a riconsiderare le osservazioni suddette alla fine di questo stesso anno.</p>
<p>Enrico Calzolari  - semiologo d’ambiente</p>
<p>Segretario A.L.S.S.A (Ass. Ligure Sviluppo Studi Archeoastronomici)<br />
Consigliere S.I.A. (Società Italiana di Archeoastronomia)<em><br />
e.calzolari@acamtel.com</em></p>
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		<title>ANCIENT GRAVES DISCOVERED IN CHANIA</title>
		<link>http://www.artepreistorica.com/2010/03/ancient-graves-discovered-in-chania/</link>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 21:58:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Artepreistorica.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[chania]]></category>

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		<description><![CDATA[60 graves, full of invaluable findings, reveal a lot about Chania and its 5,500 years of history.
The whole article here .

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/03/tombs-chania.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-961" title="tombs-chania" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/03/tombs-chania-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></a>60 graves, full of invaluable findings, reveal a lot about Chania and its 5,500 years of history.</p>
<p>The whole article <a href="http://www.cretegazette.com/2010/03-ancient-graves-chania.php" target="_blank">here</a> .</p>
<p><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/03/tombs-chania.jpg"></a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>IMPLICAZIONI ASTRONOMICHE SUI DIPINTI DI CHUMASH</title>
		<link>http://www.artepreistorica.com/2010/02/implicazioni-astronomiche-sui-dipinti-di-chumash/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 18:52:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Artepreistorica.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[archeoastronomy]]></category>
		<category><![CDATA[chumash]]></category>

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		<description><![CDATA[Un interessante articolo del Time scritto da Matt Kettmann sui &#8220;punti di contatto&#8221; tra paletnologia e  archeoastronomia.
An interesting article written by Matt Kettmann on relations between paleontology and archaeoastronomy.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_925" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/02/polaris_0203.jpg"><img class="size-medium wp-image-925" title="polaris_0203" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/02/polaris_0203-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a><p class="wp-caption-text">Archeoastronomy</p></div>
<p>Un <a href="http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1960661,00.html" target="_blank">interessante articolo del Time</a> scritto da Matt Kettmann sui &#8220;punti di contatto&#8221; tra paletnologia e  archeoastronomia.</p>
<p>An <a href="http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1960661,00.html">interesting article</a> written by Matt Kettmann on relations between paleontology and archaeoastronomy.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>ABORIGINAL ART UNDER CEMENT</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2010 18:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Artepreistorica.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[aboriginal art]]></category>
		<category><![CDATA[australia]]></category>

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		<description><![CDATA[Aboriginal rock art under cement.
The company has been fined $280,000 by the federal government. The site is in Western Australia extended into a heritage zone containing indigenous rock art up to 10,000 years old.
The whole article here
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_920" class="wp-caption alignleft" style="width: 209px"><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/02/SDM-Bradshaw-Rock-Art-071106131.jpg"><img class="size-medium wp-image-920" title="SDM Bradshaw Rock Art 071106131" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/02/SDM-Bradshaw-Rock-Art-071106131-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">A classical aboriginal rock art</p></div>
<p>Aboriginal rock art under cement.<br />
The company has been fined $280,000 by the federal government. The site is in Western Australia extended into a heritage zone containing indigenous rock art up to 10,000 years old.</p>
<p>The whole article <a href="http://www.brisbanetimes.com.au/national/company-fined-over-rock-art-damage-20100212-nxmi.html">here</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>THE HANDS IN PREHISTORY / LE MANI NELLA PREISTORIA</title>
		<link>http://www.artepreistorica.com/2010/02/le-mani-nella-preistoria/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 21:15:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleolithic]]></category>
		<category><![CDATA[GARGAS]]></category>
		<category><![CDATA[Patagonia. Borneo. Sicilia.]]></category>

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		<description><![CDATA[
Lasciare l&#8217;impronta della propria mano è un gesto antichissimo ripetutosi in ogni epoca e in ogni continente, sulle rocce alla luce del sole come nelle grotte nell&#8217;oscurità più profonda; attraverso il colore o per mezzo dell&#8217;incisione, con la mano aperta o semichiusa, dagli adulti e dai bambini, dalle donne e dagli uomini. Ma cosa ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://learnspanishdc.com/weblog/wp-content/uploads/2008/06/manos.jpg" alt="" width="361" height="240" /></p>
<p>Lasciare l&#8217;impronta della propria mano è un gesto antichissimo ripetutosi in ogni epoca e in ogni continente, sulle rocce alla luce del sole come nelle grotte nell&#8217;oscurità più profonda; attraverso il colore o per mezzo dell&#8217;incisione, con la mano aperta o semichiusa, dagli adulti e dai bambini, dalle donne e dagli uomini. Ma cosa ciò significava esattamente ancora non è chiaro. Certamente si trattava di un&#8217;interazione tra la persona e il supporto dove posava la mano, ma è ancora più probabile che il suo significato sia mutato nel tempo,e differendo da contesto a contesto. Segnalo alcuni articoli e immagini degni di nota sull&#8217;argomento, cui uno in particolare riguarda la determinazione sessuale delle impronte.</p>
<p><a href="http://www2.cnrs.fr/presse/journal/2596.htm"> <em>Camille Lamotte</em></a> fa una disamina sulle diverse interpretazioni trattando delle impronte scoperte in Borneo nella <strong>Grotta Gua Masri II, </strong>sul <strong>Journal du CNRS. </strong>Ma parla anche dello studio di <strong>Jean-Michel Chazine</strong> il quale ha messo a punto un nuovo software, Kalimain, in collaborazione con  Arnaud Noury, per determinare il sesso delle mani dipinte in negativo nelle grotte preistoriche.  &lt;&lt;<em>Tutto inizia nel Dicembre 2004, quando i ricercatori Kevin Sharpe e Leslie Van Gelder, specialisti di tracciati digitali, affermano la possibilità di determinare il sesso di certe mani in negativo grazie all’indice di Manning, secondo il quale il rapporto tra la lunghezza dell’indice e l’anulare sarebbe rappresentativo dell’identità sessuale di tutti gli individui. Nei primi mesi della vita fetale alcuni ormoni influenzerebbero lo sviluppo dei queste due dita. Gli estrogeni per la crescita dell’indice e il testosterone per quella dell’anulare. Tale scarto medio tra uomini e donne si verificherebbe costantemente.</em>&gt;&gt;</p>
<p>Anche se un po&#8217; datato, <a href="http://carte-sparse.blogspot.com/2009/09/grotta-delle-mani.html">questo post</a> tratta delle famose impronte di <strong>Grotta delle Mani</strong> in Patagonia (Cueva de las Manos, provincia di Santa Cruz, Argentina)., delle quali si può leggere un articolo interessante di <a href="http://rupestreweb.tripod.com/manos.html">Rafael S. Paunero</a>. Quasi tutte sono in rosso (ematite), bianche (roccia calcarea), nere (manganese o carbone) e gialle (limonite, ocra gialla).</p>
<p>Invece le impronte note in Italia sono a <strong>Grotta Paglicci,</strong> <strong>Grotta dei Cerv</strong>i e <strong>Grotta Cosma</strong> (tutte in Puglia).   <a href="http://www.unipa.it/~dipstdir/portale/ARTICOLI%20PURPURA/Nuove%20raffigurazioni.pdf">Gianfranco e Giovanni Purpura </a>segnalano la presenza di altre impronte,  scoperte già anni fà ma non rese note, a <strong>Grotta Perciata</strong> e <strong>Grotta dell&#8217;Acqua</strong> in Sicila (Mondello, Palermo).</p>
<p>Se nella forma delle mani si può leggere  il sesso e l’età dell’individuo, la difficoltà dell’esecuzione, la posizione in cui ci si doveva mettere per eseguire il disegno e la destinazione topografica del gesto potrebbero aggiungere qualcosa di più. Tuttavia le amputazioni delle dita (o quelle che si ritengono tali) sono l&#8217;aspetto più misterioso nella pratica delle impronte. Le mani &#8220;amputate&#8221; più famose del Paleolitico europeo sono quelle di <strong>Gargas</strong> (Ariège, Francia). Per la tipicità, quasi tutte mancanti di dita e falangi, potrebbero offrirci dei risultati più che deduttivi riguardo la loro caratteristica.</p>
<p>Dal tipo di taglio delle falangi si può risalire all’origine della menomazione: se la forma dell’impronta manifesta un taglio netto, conseguenza di una volontaria amputazione, oppure una terminazione accidentale causata da un evento involontario come un congelamento, una malattia, un incidente. Inoltre, la possibilità di capire se le mani amputate di Gargas sono di ogni sesso ed età, aiuta a sperare in ulteriori considerazioni. Come spiega L.R. Nougier in “<em>Les grotte prehistoriques ornée de France, d’Espagne et Italie</em>”, 1990 (Balland) Paris a pag. 157-158, le anomalie delle mani di Gargas sono eccessive perché siano interpretate come il riflesso di un linguaggio dei segni.</p>
<p>Personalmente aggiungo che, almeno  per questa grotta,  l&#8217;amputazione rituale è da mettere in dubbio, specie se relazionata alla pratica del dolore per il raggiungimento della transe.  In tal caso non avrebbe senso la presenza di mani infantili. Una teoria del dolore fisico inferto per la transe non trova sostegno in presenza di mani di bebè o fanciulli. Non vedo la necessità e il senso di una transe in così tenera età, tanto meno l’applicazione di un eventuale linguaggio dei segni col fine della numerazione o della ideazione simbolica.</p>
<p>Nel caso di Gargas è possibile pensare a un luogo terapeutico dove le argille permettevano una cura alle amputazioni involontarie, derivate da malattie o congelamento. Nougier faceva notare proprio questo, dicendo che vi sono casi di impronte di mani affondate nell’argilla da riportare eventualmente a una pratica farmacologica, come mettere una mano dentro una pomata lenitiva.</p>
<p>Direi che bisogna porre un&#8217;attenzione specifica sugli aspetti pratici e ideologici del bisogno curativo, specialmente per capire determinati aspetti del Paleolitico. In ogni caso la presenza delle mani è sempre una trasmissione densa di significato. Attraverso il contatto con il supporto, col disegno vicino, con la forma della parete, la mano prendeva qualcosa e lasciava qualcos’altro, stabilendo così una trasmissione fra le parti. Anche i gesti terapeutici di Gargas, se tali furono, sono al contempo un lascito rituale e un desiderio di permanenza.</p>
<p style="text-align: right;">MARIA LAURA LEONE</p>
<p style="text-align: right;">(Gennaio 2010)</p>
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		<title>SACRED OPIUM BOTANY IN DAUNIA (ITALY) FROM THE VII-VI cent. BC</title>
		<link>http://www.artepreistorica.com/2010/01/sacred-opium-botany-in-daunia-italy-from-the-7-to-6-centuries-bc/</link>
		<comments>http://www.artepreistorica.com/2010/01/sacred-opium-botany-in-daunia-italy-from-the-7-to-6-centuries-bc/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 13:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iron Age]]></category>

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		<description><![CDATA[Summary &#8211; This paper outlines and updates a hierobotanical theory with respect to Papaver somniferum, regarding the reinterpretation of the anthropomorphic stelae of the Dauni. Monuments that have conventionally been considered as being related to burial rites but instead hold precious data on an organized hierocratic system images, that is comparable to the opium poppy, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Summary</strong> &#8211; This paper outlines and updates a hierobotanical theory with respect to Papaver somniferum, regarding the reinterpretation of the anthropomorphic stelae of the Dauni. Monuments that have conventionally been considered as being related to burial rites but instead hold precious data on an organized hierocratic system images, that is comparable to the opium poppy, has they contain symbols and stories in which there is an inherent sacramental use of this psychoactive plant.  The following text is presented as a summary of previous interpretations and an introductory essay to a new theory on which the author is presently working.</p>
<p>Extrat:   <span style="color: #ff0000;"><em>Eleusis, Journal of Psychoactive Plants and Compounds</em> New Series, 2002-2003. 6/7   Pagg. 71-82</span></p>
<p><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/07.oppio_.pdf">pdf   in   italiano estratto da</a> <span style="color: #ff0000;"><em>Ipogei</em>, quaderni dell’IISS  “S. Staffa” di Trinitapoli, Dicembre 2007, n.1, pp. 83-92</span></p>
<p><span id="more-807"></span></p>
<p><strong>
<div class="ngg-galleryoverview" id="ngg-gallery-67-807">


	
	<!-- Thumbnails -->
		
	<div id="ngg-image-398" class="ngg-gallery-thumbnail-box"  >
		<div class="ngg-gallery-thumbnail" >
			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/1.jpg" title="Fig. 1 Whole female stele, in which it is possible to see globally: the decorative dress, circular attributes, the jewellery and the scenes. Note the strong presence of birds and circular decoration of the phosphenic type. A- frontal view. B- rear view." class="shutterset_set_67" >
								<img title="1" alt="1" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/thumbs/thumbs_1.jpg" width="79" height="75" />
							</a>
		</div>
	</div>
	
		
 		
	<div id="ngg-image-402" class="ngg-gallery-thumbnail-box"  >
		<div class="ngg-gallery-thumbnail" >
			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/2.jpg" title="Fig. 2
Whole male stele (without head), covered in armour. A- On the front side his arms and sword can be perfectly distinguished, surrounded by scenes of various types. B- On the rear side the round shield dominates, surrounded by figures of disciples and animals.
" class="shutterset_set_67" >
								<img title="2" alt="2" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/thumbs/thumbs_2.jpg" width="100" height="75" />
							</a>
		</div>
	</div>
	
		
 		
	<div id="ngg-image-403" class="ngg-gallery-thumbnail-box"  >
		<div class="ngg-gallery-thumbnail" >
			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/3.jpg" title="Fig.3
Typical Daunian jar with spherical body and an exaggeratedly expanded lip. Both have the shape of a giant poppy seed pod. They always have four handless: two normal ones and two in the shape of hands. The hands have a double symbology: support of the vase and adoration of its religious meaning. 
" class="shutterset_set_67" >
								<img title="3" alt="3" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/thumbs/thumbs_3.jpg" width="77" height="75" />
							</a>
		</div>
	</div>
	
		
 		
	<div id="ngg-image-404" class="ngg-gallery-thumbnail-box"  >
		<div class="ngg-gallery-thumbnail" >
			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/4.jpg" title="Fig.4
Lower portions of female stelae. A, B – here the oscillum papaverini are perfectly recognizable. The pod is complete with stalk and stigmatic disk. C- In this rare case the oscillum have only the pod and leaves (reduced to geometric shapes). D – In this cases, instead, the stalk and stigmatic disk have been reduced to geometric shapes.
" class="shutterset_set_67" >
								<img title="4" alt="4" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/thumbs/thumbs_4.jpg" width="100" height="75" />
							</a>
		</div>
	</div>
	
		
 		
	<div id="ngg-image-405" class="ngg-gallery-thumbnail-box"  >
		<div class="ngg-gallery-thumbnail" >
			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/5.jpg" title="Fig.5
A – A therapeutic treatment scene. A priestess of the poppy (worn in her hair) offers a askos (Daunian jug) to a seated person.  B – In this scene too there is the offer of a jug, but the offer has a baton-sceptre poppy in their hand.
" class="shutterset_set_67" >
								<img title="5" alt="5" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/thumbs/thumbs_5.jpg" width="100" height="75" />
							</a>
		</div>
	</div>
	
		
 		
	<div id="ngg-image-406" class="ngg-gallery-thumbnail-box"  >
		<div class="ngg-gallery-thumbnail" >
			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/6.jpg" title="Fig.6
 In this case the baton-sceptre poppy is in the hand of the patient, having his big toe treated by medical attendant in front.
" class="shutterset_set_67" >
								<img title="6" alt="6" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/thumbs/thumbs_6.jpg" width="92" height="75" />
							</a>
		</div>
	</div>
	
		
 		
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/7.jpg" title="Fig.7
Stele fragments on which there is a kind of initiation scene.  A –The initiate is held upside down by two priestesses, one of who is holding a poppy.  B - Here the initiate has his head stuck in the ground.  C -  Here the initiate is upside down half  immersed  in the underworld and is being held by a figure on a throne. Note the surrounding esoteric animal symbology, represented by fish and birds. 
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/8.jpg" title="Fig.8
A man sitting (evidently drugged) is talking to a monstrous dog. Their speech is highlighted by the small clouds which are coming out of their mouths, in the manner of today’s cartoons comics.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/9.jpg" title="Fig.9
In these scene the initiate is travelling upside down, being transported by monstrous animal. The little cloud that is coming out of this head is very effective too.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/10.jpg" title="Fig.10
A kind of oracle scene, under the right hand of a male stele. The recurring hierocratic figure an a throne, seems to have a highly qualified function. And is portrayed while touching an object similar to a harp and being question by a disciple.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/11.jpg" title="Fig.11
On this vase fragment, the woman-poppy and the warrior have become a form to decorate the lip of jar in poppy form. Herdoniae, 6th century B.C.
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			<a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/gallery/sacred-opium/12.jpg" title="Fig.12
Again jar fragment on which it is possible to distinguish perfectly an anthropomorphic poppy behind the woman. Behind the warrior are three horsemen. The plant and horsemen indicate the sphere of influence of the deified couple in the vase decoration. Salapia, 6th century B.C.
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AN EXCEPTIONAL SACRED ICONOGRAPHY</strong></p>
<p>Was opium a religion for the ancient Dauni (1)? Yes, in part. At least as regards the cult of their female statue – stelae. This has emerged from the study that I conducted some years ago on the symbology and semantics of these monuments, characterised by carvings in a typically ideographic language (LEONE 1990/1996b). As a pre – literate civilization, the Dauni expressed their concept simply, by means of a very liberal use of representative art and symbols, handing us down iconographic documentation of such body as to be compared only to that of the Valcamonica (2). The Dauni artists only occasionally decorated their vases with figures, decorating them instead with very original geometrical designs of high artistic merit, and reserving their story telling for their priestly sculptures. Thanks to this documentary role the funeral stelae form rare stone books with which to “see” the world of the Dauni.</p>
<p>The carved narratives take up all the available space between the casing and the accessories that decorate the monuments. The stories are of various kinds and refer to tens of scenes, some of which form a pattern of myths and significant events in the liturgy of their cult based on the carvings. Among the apparently easily decipherable scenes it is possible to identify individuals hunting, fishing, fighting, travelling in boats, combing their hair, chatting, walking in procession, carrying offerings, performing magic-therapeutic rituals and perhaps even initiations. Some of the legendary scenes open a new door on Mediterranean psychopharmacology.</p>
<p><strong>PREISTLY SCULPTURE IN AN ANCIENT DUALISTIC PHILOSOPHY</strong></p>
<p>Almost certainly the meaning of the narratives goes beyond their superficial interpretation and pushes into the meanderings of a complex religious environment, very distant from us in time and clearly with highly ethnic connotations. Considering the context of the discovery of these finds and their narrative  decoration, one has the impression of being in front of fragments of a well organized and stratified hierocratic system, from which the roles of the participants and the meaning of what is taking place have to be identified. The whole thing appears as a great hierocratic cult, carried out by various prelates and disciples but centred on a pair of principal sacred figures, one male and the other female. These are portrayed on two classes of stelae and on a particular class of ceramic vases. Their identifying attributes are: the poppy for the female figures: and body armour for the male ones. The psychoactive role of the poppy defines the more numerous category of monuments, the female ones (fig. 1) the warrior-like and martial character define the less numerous category of monuments, the male ones (fig. 2), or the <em>paredro</em> (a virile figure derived from the anthropomorphic stelae of the Copper Age). In the religion of the statue-steale and of the anthropomorphic statue-menhir of the post Neolithic, the male and female role sexually personify the dualistic universe of primitive philosophy (LEONE 2000a).</p>
<p>The interpretation of the hierocratic function of the stale is being put forward by this writer and derived from the identification of the magic poppy carved on the monuments. As with every innovative theory this one too has had difficulty in being accepted. It has not been questioned in academic circle though it has not even been put up along side other theories that have now been in circulation for thirty years, from when the stelae were being studied by Silvio Ferri. Despite his classical preparation, Ferri never hypothesized that these monuments were two sacred beings. He held them to be tomb sculptures, stereotyped effigies of warriors and notables, and tried to explain the narrative in terms of death and burial, continuing to interpret them under the status of death. The  characters portrayed in these scenes were “actors” that were participating in rituals performed for a death person (FERRI 1962/71).</p>
<p>His theory lacks archaeological and semiological support. As far as it concerns their discovery, it has to be taken into account that non stele (of about 2000 finds) has ever been found in a position positively related to burial or death. As for semiotics it has to be said, instead that the archaeology of the images investigated the derivative structure of the story and explained the figures based on their graphic association. This method ha highlighted the semantic meaning of the botanic symbology  and has revealed the therapeutic arguments, of divination and initiation.</p>
<p><strong>A POPPY SYMBOLOGY</strong></p>
<p>One needs to imagine the stelae as originally being colored, covered with carved scenes, fixed in the ground (or rather in sand) and concentrated in two or three sanctuaries in the former lagoon between Siponto and Salapia (the plain standing behind the Gulf of Manfredonia), one of the most evocative places in Puglia. The former lagoon was the cradle of their cult, located on islands surrounded by river mazes. The figures reflect this habit blessed by the gods.</p>
<p>As noted previously, their form a couple composed of: a man dressed in precious embossed armour, complete with sword at his belt, shield on his shoulder and heart guard at the centre of his chest; and a woman covered by a sumptuous dress, decorated by extremely geometric designs, adorned with necklaces, decorative pins, pendants, amulets, gloves or tattoos, and always with two circular pendants ( her identifying attributes that seem to oscillate, hanging at her waist. These object are the pivotal point of this botanic interpretation and they refer, but in a way that is not altogether obvious, to some function of the opium poppy. They indirectly recall the upturned plant and accurately define the investiture of the female character portrayed on the stone. A sort of <em>Queen of the poppies</em>.</p>
<p>The semantic existence of this beautiful lilac-violet coloured flower has up to now passed unobserved, both because its form is too schematised, and because conventional archaeology avoids interpretations that deal with religions centred on the use of drugs. It would be too hard to accept. Consequently this semiological data has either not been accepted or badly interpreted.</p>
<p>However there is a connecting thread that allows the poppy to be identified: in the decoration, in the distinctive spherical vases with a typically Daunian lip and funnel (fig.3 ), in the baton – sceptre used by the person – medicine as a pharmacological metaphor, and in the large identifying circles that were originally coloured a dark red-violet. The common elements here can be grasped from faithful reproduction of the pod, which fortunately is well defined in many cases:</p>
<p>the leaves along the stem, the pod complete with its stigmatic disk, the stalk to which the petals are joined at the base of the sphere (fig. 4). Let us now analyse in more depth the question of the spherical shape of the <em>oscillum attributi</em>.</p>
<p>For Silvio Ferri they were <em>oscillum apotropaici</em>: magic resonant circles or metallic cymbals (kymbala), having the function of warding off evil spirits by means of their threatening sound. He did not give them any particular importance, not even on the rare occasions where he mistook them for pomegranates (FERRI, Stele Daunie V, 1965; 148).</p>
<p>For this class of monuments, the symbolic centrality of the oscillating circles is of the utmost importance. There is not even one female stele that does not have an attribute of this type. Despite being reduced in size and number, they never completely disappear. Originally they were large and detailed, exhibiting those defining characteristics which allowed them to be correctly identified botanically. The same characteristics that clarified the function of other similar object and the meaning of some scenes that have been misunderstood till now.</p>
<p><strong>SCENES WITH A PRIESTLY SETTING</strong></p>
<p>We can understand how much the Dauni knew about the effects of opium by observing some scenes of therapeutic treatment, in which the administration of the narcotic is hinted at by the presence of patients (or initiates) that are being cured by therapists-doctors (medical attendants); these armed with narcotic poppies as if they were instruments of power (batons-sceptre). In a pair of scenes the seated patient is depressed (fig. 5a) or in pain (fig. 5b) and it is evident that the person standing in front of them is trying to help by administering a potion. In another scene, of extraordinary clarity and simplicity, another medical attendant is treating the big toe of the sick person, anaesthetized by the poppy that he is holding in his right hand (fig. 6).  In the Museum of Manfredonia, where the monuments are on show to the public, the explanatory note describes the carved story as: scene of ritual combat.</p>
<p>In the same way the scene in Fig. 5a has been described as “…The woman, with a rich cape, …….and with a plait ending in a round knot  [the pod of our poppy]… offering a helmet to the dead person.” (FERRI 1962:110). Instead of only physical healing, this “pharmacological” application can be understood in a wider sense: of a metaphorical, magical cure, in which the therapists-priests or, more likely the priestesses, have responsibility for the sacred plant and are official of the cult, dressed and combed as  on the female stelae.</p>
<p>Another series of scenes, instead, bring to mind the rites of passage of initiates. The <em>initiate</em> is being held upside down bye two therapists that are holding him by his feet. The fact that one of them has  a poppy (fig. 7a) or that the initiate’s head is buried (fig.7b) (3), or that he is being held up by the foot by a hierocratic figure seated on a throne (fig. 7c), makes a shamanic interpretation of this ritual act plausible, comparable “to out of body”.</p>
<p>It is known that being upside down, expressed in a scared context or combined with stairs, is part of the shamanic symbology of an extrasensorial journey, of the ascent or descent between the underworld and the world above. Also the oscillating poppies, hanging upside down from her belt, perhaps symbolizing the precious sowing of the poppies in the world below, and therefore, the sacred world that for Daunian ideology seems to be the seat of revelation and the kingdom of dream like divination. But also the home of the spirits that have knowledge and that can teach.</p>
<p>An individual <em>talking with a spirit</em> is probably what is engraved on a extremely interesting stele (fig.8). He is portrayed as talking with a monstrous dog, after having drunk a “psychotropic” potion (the scene of the offering of the drink is higher up). The ideological connection between narcotic poppy and the underworld is eternal and archetypical. Together with the scenes of a magic-therapeutic order there are also included those with individuals entranced by altered states of consciousness (SMC). An obvious situation, in that sense, is one in which a man is in SMC and is travelling suspended, upside down, and being transported by a monstrous spirit (in the presence of a third even more frightening one) (fig.9). The presence of monsters and fantastical beings interested Ferri very much who saw them as revealing the underworlds to the dead portrayed in the monuments.</p>
<p>There are also hierophant figures that seems to be in trance or in a “prophetic” attitude. They are seated on thrones sometimes in the presence of a disciple of the poppy cult (recognizable by her singular hairstyle: a big poppy entwined in her long hair) or an interlocutor that seem to be possessed and are playing an instruments similar to a harp, are surrounded by birds and being paid homage to by disciples that are carrying gifts or jars shaped as poppies. A precise symbology and shamanic instrumentation are also present here. The harp and the birds. The first that enraptures and transports with is sound, the second that recalls  the states of flight and lightness typical of the psychonaut.</p>
<p>Events centred on esoteric needs, as in the altered states of consciousness that allow travel in revealing dreams populated by monsters and ancestors, are found in cults of a mystical, oracle and initiate character. It is not possible to ignore these, nor is it possible not to draw any parallels. Among the great priestly cults, noted to the Dauni and close to them (in both time an space) are those of Delphi and Eleusis. Both are suspected of being involved with the use of psychoactive substances, even though aimed at a priestly “specialization”: the oracle for Delphi, initiation for Eleusis. Both, more or less, where subject to various taboos. However it is premature to define the Dauni’s stelae cult as a specialization, or rather, I hold that there might not be only one. I can be said though, at least according to the richness of the figures, that one can recognize  its primitivism, its being indigenous and hybrid at the same time, preclassic and anchored to the memory of an ancient and matriarchal Mediterranean.</p>
<p><strong>CONCLUSION</strong></p>
<p>In the light of the hierobotanical discovery the monuments appear to be the “portraits” of a couple worshipped as idols. We can see the same couple on a number of vase fragments. The pottery makers always represented them in the same way, As to evoke an understanding of the origins, a hierogamy of roles (perhaps on aeneolithic basis): one in front of the other while symbolically holding a mysterious plant (not always identifiable). The female figure is a goddess or a sacred figure that seems to be handing the plant to the warrior, armed at times with a sword and at others with a spear. She is always dressed in a long robe down to her breast is covered with strange protuberances and at time personifies a plant (fig. 11). She stands firmly planted on the ground, contrary to the male figure who instead seems suspended, and in one expressive case she is together with an anthropomorphic giant poppy (fig. 12).</p>
<p>The male stelae are the agents of this anonymous figure, a goddess or a prophetess that is found in mythological references and known to us as Demeter and Cassandra, The first in close relationship to the poppy, the other prophetess (misunderstood daughter of Priamo) whose exclusive cult in Daunia is mentioned by LICOPHRON in one of this works written in the Alexandrine epoch; just three centuries after the disappearance  of the stone stelae (Alessandra vv. 1126-1140). Alexander’s verses are extremely interesting for their priestly and poppy theory, but I will leave their description to another time.</p>
<p>The Greek mother goddess is the figure linked most to the poppy. She also the “goddess of the earth”, rooted in the chthonic worlds, goddess of initiation that comes from the underworlds, symbolized by a rebirth, that follows an cataleptic and cathartic death. She is the sedative for physical pain and is the giver of the poppy to man (according to one of the many versions of rebirth in the Eleusinian cult). The sense of rebirth, codified in the Eleusinian Misteries, is backed up by the intertwining of cults with the psychoactive agents of  Kikeon, suspected to be a fungal nature. (WASSON et al. 1978).</p>
<p>The poppy too, though secondary in the mycological question of kikeon, must have had an essential role in the cult of Demeter. Considering its symbolic centrality MERLIN (1984) has proposed that opium might be the neutralizing antidote for the risks of intoxication from ergot (<em>Claviceps purpurea</em>) – the hallucinogen contained in kikeon. The debate on the semantic value of the mysterious symbols of Eleusis thickens the religious meaning of the poppy (SAMORINI 2000). Also for the Daunian cult there is suspicion that the combination of psychoactive agents might explain the behavioural phenomenology of people when hallucinating. The study of the stelae, then, has to be extended to the fields of chemistry, religion and philology. There is still a lot discover in relation to this, and work is already progress.</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p>1.            The italic population of the Dauni living between the 9th and 1st centuries B.C. Daunia corresponds to the present province of Foggia, in south east Italy.</p>
<p>2.            Rich figurative carvings were sculptured, in rock, in this noted alpine valley from the Epipalaeolithic to the Roman era</p>
<p>3.            Ferri interpreted these symbolically decapitated characters  as being objects, as ”mill stones for grinding wheat” being used by two millers (FERRI, 1962: 107)</p>
<p><strong>REFERENCES</strong></p>
<p>CITRONI M. C. 1991 &lt;Lo smembramento e la caduta dall´alto; tracce di cultura sciamanica in molte incisioni rupestri  preAtti IX Symposio di Valcamonica, Capo di Ponte (Brescia).</p>
<p>FERRI S., 1962, Stele &#8220;daunie&#8221;. Un nuovo capitolo di archeologia protostorica, Bollettino d’Arte, n. 1/2, pp. 103-114 (riprodotto parzialmente in Nava, 1988).</p>
<p>FERRI S., 1963, Stele daunie II, Bollettino d’Arte, n. 1/2, pp. 5-17</p>
<p>FERRI S., 1963, Stele daunie III, Bollettino d’Arte, n. 3, pp. 197-206</p>
<p>FERRI S., 1964, Stele daunie IV, Bollettino d’Arte, n. 1, pp. 1-13</p>
<p>FERRI S., 1965, Stele daunie V, Bollettino d’Arte, n. 3/4, pp. 147-152</p>
<p>FERRI S., 1966, Stele daunie VI, Bollettino d’Arte, n. 3/4V, pp. 121-132</p>
<p>FERRI S., 1967, Stele daunie VII, Bollettino d’Arte, n. 4, , pp. 209-221</p>
<p>FERRI S. 1971 -      &lt;Stele Daunie: veste classica e contenuto protostorico&gt;</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici vol.  VII Capo di Ponte pp. 41-54</p>
<p>GAVRES R. 1983 I miti greci  Longanesi,  Milano.</p>
<p>KRITIKOS P.G., PAPADAKI 1976 &lt;The history of the poppy and of opium and their expansion, in antiquity in the</p>
<p>Eastern Mediterranean area&gt;,  Bulletin of Narcotics, quaderni 3,4,19.</p>
<p>LEONE M. L.  1990 &lt;Raro esempio di decorazione nel geometrico Daunio&gt;,</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia). In prima pagina</p>
<p>LEONE M. L. 1992 &lt;Dal frammento di Salapia alle stele daunie&gt;</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 2.</p>
<p>LEONE M. L. 1994 &lt;Nuove acquisizioni sulla ceramica geometrica daunia&gt;</p>
<p>Notiz. Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 3.</p>
<p>LEONE M. L. 1995 &lt; Oppio. “Papaver Somniferum”, la pianta sacra ai Dauni delle stele&gt;</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici, vol. 28, pp. 57-68.</p>
<p>Comparso sul sito  http://www.artepreistorica.it/articoli/articolo.asp?idarticolo=1</p>
<p>LEONE M. L. 1996a &lt;Ancora sulle “Stele Daunie”&gt; ,</p>
<p>La Capitanata, Rassegna di Vita e di Studi della Provincia di Foggia,</p>
<p>ann. 32°-33° (1995/96), nuova serie n. 3-4, pp. 141-170.</p>
<p>Comparso nella pagina http://rignano.reciproca.foggia.it/Contributi/Capitanata/leone.htm</p>
<p>LEONE M. L. 1996b &lt;Nuove proposte interpretative sulle stele daunie&gt;,</p>
<p>Bollettino Centro Camuno Studi Preistorici, vol. 29, pp. 57-64.</p>
<p>LEONE M. L. 2000a  &lt;L’ ideologia delle statue-menhir e statue -stele in Puglia e la concettualità del simbolo</p>
<p>fallico antropomorfo&gt;, DEI NELLA PIETRA Quaderni dell’Associazione Lombarda</p>
<p>Archeologica, Milano : 119-145.</p>
<p>LEONE M. L. 2000b &lt; Melagrana o Papaver somniferum?&gt;</p>
<p>Boll.  Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia), pag. 2.</p>
<p>LEONE M. L. 2002  &lt;Scrittura ideografica sulle stele daunie&gt;</p>
<p>Boll.  Archeoclub di San Ferdinando di P. (Foggia). In prima pagina</p>
<p>Comparso anche nella pagina http://web.tiscali.it/arterupestre/fumetti.htm</p>
<p>MERLIN M. D. 1984  &lt;On the Trail of the Ancient Opium Poppy&gt;, Associated University</p>
<p>Press. London-Toronto</p>
<p>MERTENS J. 1984  &lt;Ordona V&gt;, Tomo XVI, Ist. St. Belgi di Roma</p>
<p>SAMORINI G. 2000 &lt;Un contributo alla discussione dell’etnobotanica dei misteri eleusini&gt;</p>
<p>ELEUSIS Piante e composti psicoattivi,  nuova serie 2000. 4: 3-53</p>
<p>SEEFELDER M. 1990 &lt;Oppio.  Storia  sociale  di una droga dagli egizi  a  oggi&gt;. Garzanti, Milano</p>
<p>WASSON R.G., C.A.P. RUK, A. HOFMANN 1978 &lt;The Road  to Eleusis. Unveiling the Secret of the Mysteries&gt; Harcourt Brace Jovanovich, New York &amp; London</p>
<p>( Maria LAURA LEONE)</p>
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		<title>THE PHOSPHENIC DEER CAVE OF BADISCO. Art and Myth of the Shadows in Depth</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 12:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Neolithic]]></category>

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		<description><![CDATA[The Deer Cave is one of the strangest caves to visit as it conveys a subtle venerability through its wave-like walls which show bodies and faces belonging to elusive entities. Cave walls in milk colour are covered with brown paintings. The idea of suggests that there may be no other place to get in touch [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>The Deer Cave is one of the strangest caves to visit as it conveys a subtle venerability through its wave-like walls which show bodies and faces belonging to elusive entities. Cave walls in milk colour are covered with brown paintings. The idea of suggests that there may be no other place to get in touch with our inner life. In fact, the wall paintings witness a kind of art which turns out to be essentially mental.</p>
<p><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/The-Deer-Cave.pdf">Download pdf  in inglish </a></strong><span style="color: #ff0000;">Papers  <em>XXIII  Valcamonica Symposium</em>, &#8220;Making History of Prehistory, the Role of Rock Arte&#8221; Capo di Ponte (BS), 28 Ottobre 2 Novembre 2009. Italia.</span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>LA MAGIA DEI FOSFENI NELLE PITTURE DI GROTTA DEI CERVI A PORTO BADISCO</strong></p>
<p><em> </em>A Grotta dei Cervi (Porto Badisco, Otranto) c’è uno dei complessi pittorici più misteriosi ed intensi del post-paleolitico europeo. Sin dalla scoperta , nel 1970, i significati di quest&#8217;arte brancolano nel buio, infatti è una grafica troppo complessa perché coniuga una particolare astrazione geometrica con figure umane e animali. La trattazione di Maria laura Leone propone una rinnovata metodologia dell’arte preistorica e tende a dimostrare l’esistenza neolitica di una grafica fosfenica generata in constesti di Stati Modificati di Coscienza (SMC).<strong> </strong><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/09.Leone-Badisco1.pdf"></a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/09.Leone-Badisco1.pdf">Download pdf  in  italiano </a></strong><span style="color: #ff0000;"> <em>Ipogei</em>, quaderni dell’IISS  “S. Staffa” di Trinitapoli, Maggio 2009, n.6, pp. 99-109</span><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/09.Leone-Badisco1.pdf"><br />
</a></strong></p>
<p><a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/community.asp?id=39287"><img class="alignleft size-medium wp-image-782" title="gr32 fosfeni e cervi" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/gr32-fosfeni-e-cervi-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a><a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=338996"><img class="alignright size-medium wp-image-783" title="gr21" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/gr21-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/gr-36-e-stalattite.jpg"><br />
</a></p>
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		<title>GROTTA DI VILHONNEUR (Francia). Un ritratto o la testa di un felino? /Un portrait ou la tête d&#8217;un félin?</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 17:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Laura Leone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[SEPOLTURE E ARTE]]></category>
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		<description><![CDATA[ Dopo la scoperta (nel 2005), altre polemiche circolano sulla grotta di Vilhonneur (Angoulême, Charente) le cui pitture e incisioni risalgono a circa 25.000 anni fa, epoca gravettiana.  Dal dubbio iniziale sull’autenticità dei segni, si è passati alle polemiche sulla non attribuzione del premio per gli scopritori e per il proprietario del fondo. E non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://genre.homo.over-blog.com/6-index.html"><img class="alignright size-medium wp-image-759" title="vilhonneur-visage-detail" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/vilhonneur-visage-detail-265x300.jpg" alt="" width="265" height="300" /></a> Dopo la scoperta (nel 2005), altre polemiche circolano sulla grotta di Vilhonneur (Angoulême, Charente) le cui pitture e incisioni risalgono a circa 25.000 anni fa, epoca gravettiana.  Dal dubbio iniziale sull’autenticità dei segni, si è passati alle polemiche sulla non attribuzione del premio per gli scopritori e per il proprietario del fondo. E non si tratta di poca cifra, considerando l’importanza del sito. Il suo valore è comunque più scientifico che turistico dal momento che vi sono delle deposizioni umane contemporanee all&#8217;arte, cosa insolita. Le manifestazioni grafiche sono piuttosto limitate; finora si contano solo un’impronta di mano in negativo (eccezionalmente eseguita con blu cobalto), dei  punti rossi, delle incisioni non figurative e la rappresentazione di un volto ritenuto antropomorfo.</p>
<p>Proprio per quest&#8217;ultimo si potrebbe, piuttosto, pensare alla raffigurazione di un leone a causa di  alcuni elementi somatici caratterizzanti questa specie: la forma generale di un viso dotato di una fronte breve e sfuggente, l’espansione del cranio in prossimità delle orbite, la mascella prolungata e il naso lungo e largo. Oltre a ciò, la parte inferiore del mento ospita una macchia di calcite che richiama puntualmente il tipico ciuffo bianco del mento del leone. Nel caso della testa di Vilhonneur la forma generale della roccia ha creato una cornice naturale che suggerisce anche l&#8217;idea di una criniera, oppure una capigliatura ma in questo caso il &#8220;viso umano&#8221; avrebbe un naso esageratamente  <a href="http://www.windoweb.it/guida/mondo/leone.htm"><img class="alignleft size-medium wp-image-929" title="leone_2" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/leone_21-261x300.jpg" alt="" width="261" height="300" /></a>sproporzionato.</p>
<p>Raffigurare ciò che la roccia ha ispirato attraverso le sue forme, le sue asperità e le sue fratture è una consuetudine dell’arte rupestre. In effetti, quel che oggi vediamo è spesso il frutto di un&#8217;aggiunta operata col disegno che completava ciò che già esisteva, esattamente come a Vilhonneur. Talvolta quel che veniva interpretato e visto, a noi oggi sfugge poiché la nostra attenzione coglie il risultato finale e ciò che ci  è più familiare o facile da vedere.  In origine la scelta o l’ispirazione di questo o di quell’altro tema dipendeva dal condizionamento culturale, e proprio in ragione di ciò è ipotizzabile che la testa in questione sia quella di un felino.</p>
<p>La rappresentazione dei felini, infatti, fu più frequente di quanto creda nel Paleolitico Superiore ed anzi sembra essere stato un tema specifico, il cui significato è legato alle zone più recondite delle grotte dove sono stati maggiormente raffigurati. Altre volte l&#8217;immagine felina la troviamo composta con quella umana generando un ibrido, cui la statuetta antropo-zoomorfa di Höhlestein-Stadel (Bade-Wurtemberg) ne è l’esempio più rappresentativo: &lt;&lt;&#8230;<em>la relazione uomo-felino non è solo suggerita, come nei casi precedenti, ma prende una forma unitaria, il che ci pone di fronte a una concettualità che non si riduce alla somma di due nature, ma evoca una terza entità.</em>..&gt;&gt;<a href="http://www.artepreistorica.com/2009/10/archeologia-delle-tenebre/">(M. Meschiari, Archeologia delle Tenebre. L&#8217;archetipo del felino).</a> Attualmente i leoni più noti e spettacolari sono quelli di grotta Chauvet, ma altri meno conosciuti e comunque suggestivi sono nel profondo di ulteriori caverne ornate.</p>
<h1>Un portrait ou la tête d&#8217;un félin?</h1>
<p>Après sa découverte (en 2005), d’autres rumeurs circulent au sujet de la grotte de Vilhonneur (Angoulême, Charente) dont les peintures et incisions datent de l’époque gravettienne, il y a environ 25.000 ans. Des premiers doutes sur l’authenticité de l’art, on est passé aux polémiques sur le refus d’attribuer une récompense aux inventeurs  et au propriétaire du terrain. Et il ne s’agit pas d‘une somme négligeable considérant l’importance du site. Dans tous les cas, sa valeur est plus scientifique que touristique à partir du moment où l’on y retrouve des sépultures humaines contemporaines à cet art, chose peu fréquente. Les témoignages graphiques y sont plutôt limités. Jusqu’à présent, on dénombre seulement l’emprunte d’une main en négatif (exceptionnellement réalisée avec du bleu cobalt), des points rouges, des incisions non figuratives et une représentation d’un portrait retenu comme anthropomorphe.</p>
<p>Ce dernier, particulièrement, ferait plutôt penser à la réplique d’un lion à cause de certains éléments somatiques proprement caractéristiques à cette espèce : la forme générale du visage dont le front est bref et fuyant, l’expansion du crâne en proximité des orbites, la mâchoire prolongée ainsi que le nez long et large. En plus de cela, la partie inférieure du menton abrite une tache de calcite qui rappelle exactement la typique touffe de poils blancs sur le menton des lions. Dans le cas de Vilhonneur, la forme générale de la roche a créé un encadrement naturel de la tête qui suggère l’idée d’une crinière ou bien d’une chevelure ; mais dans ce cas, le visage « humain » aurait un nez exagérément disproportionné.</p>
<p>Représenter ce que la roche a inspiré à travers ses formes, ses aspérités et ses fractures est accoutumance dans l’art pariétal. En effet ce que nous voyions aujourd’hui est souvent le fruit d’une addition via le dessin opérée sur la paroi, servant à compléter ce qui existait déjà, comme à Vilhonneur. Parfois ce qui était interprété ou vu, nous échappe aujourd’hui parce que notre attention est focalisée sur le résultat final et ce qui est plus familier ou facile à voir. A l’origine, le choix ou l’inspiration pour tel ou tel thème dépendait du conditionnement culturel, et pour cette raison justement, il est envisageable que la tête en question soit celle d’un félin.</p>
<p>Effectivement, la représentation des félins au Paléolithique Supérieur était plus courante qu’on ne le pense et cela semble même avoir été un thème spécifique dont la signification était liée aux zones les plus reculées des grottes, où ils ont été majoritairement représentés. D’autres fois, on retrouve le symbole félin agencé à celui de l’homme, générant ainsi un hybride dont la statuette anthropo-zoomorphe de Höhlestein-Stadel (Bade-Wurtemberg) est l’exemple le plus représentatif. Actuellement, les lions les plus notoires et surprenants sont ceux de la grotte de Chauvet, toutefois certains moins connus, mais toujours aussi singuliers, sont présents dans les profondeurs de différentes cavernes ornées.</p>
<p style="text-align: right;">Maria Laura Leone</p>
<p style="text-align: right;">(Febbraio 2010, traduction par Stefania Zeoli)</p>
<p style="text-align: right;">
<ul>
<li><a href="http://beardream21.spaces.live.com/blog/cns!E7AB7B9B65CB4B89!1455.entry">In Franc</a><a href="http://beardream21.spaces.live.com/blog/cns!E7AB7B9B65CB4B89!1455.entry">ia il ritratto più antico del mondo</a></li>
<li><a href="http://www.leblogculture.com/2006/02/des_gravures_pl.html">Des gravures plus anciennes que celles de Las</a><a href="http://www.leblogculture.com/2006/02/des_gravures_pl.html">caux découvertes en Charente</a></li>
<li><a href="http://argentine24.blog4ever.com/blog/lire-article-1935-1044134-art_parietal_paleolithique___egalite_republicaine_.html">Art pariétal pa</a><a href="http://argentine24.blog4ever.com/blog/lire-article-1935-1044134-art_parietal_paleolithique___egalite_republicaine_.html">léolithique &amp; égalité républicaine : l&#8217;État spolie propriétaire et </a><a href="http://argentine24.blog4ever.com/blog/lire-article-1935-1044134-art_parietal_paleolithique___egalite_republicaine_.html">inventeur</a></li>
<li><a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/4686724.stm">French caver makes historic find</a></li>
</ul>
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		<title>IL COLORE NERO DEI MAMMOUTH DI ROUFFIGNAC</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 14:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Artepreistorica.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleolithic]]></category>
		<category><![CDATA[COLORS]]></category>
		<category><![CDATA[MAMMOUTH]]></category>
		<category><![CDATA[ROUFFIGNAC]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel novembre 2004, Jacques de Sanoit e Dominique Chambellan, due ricercatori francesi del Commissariat à l&#8217;Energie Atomique (CEA), hanno sperimentato l’utilizzo dei Raggi X per analizzare la composizione delle pitture nere di Rouffignac. Quando il Raggio X tocca la materia colorante viene leggermente modificato dai componenti del colore. Tale modifica, esaminta dal computer, rivela le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel novembre 2004, Jacques de Sanoit e Dominique Chambellan, due ricercatori francesi del <em>Commissariat à l&#8217;Energie Atomique (CEA)</em>, hanno sperimentato l’utilizzo dei Raggi X per analizzare la composizione delle pitture nere di Rouffignac. Quando il Raggio X tocca la materia colorante viene leggermente modificato dai componenti del colore. Tale modifica, esaminta dal computer, rivela le componenti che hanno modificato il Raggio X. Nel caso di Rouffignac i componenti del colore nero sono tre metalli: ferro, manganese e bario.</p>
<ul>
<li> About <span style="color: #ff0000;"> <span style="color: #ff0000;"><a href="http://www.savoirs.essonne.fr/sections/juniors/histoires/demasquons-les-mammouths/"><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;amp;amp;">Démasquons les mammouths !<strong> </strong></span></strong></a><strong> </strong><strong><a href="http://www.grottederouffignac.fr/"><img class="alignright size-full wp-image-747" title="fig 33 raffigurazione 2 mammoths" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/fig-33-raffigurazione-2-mammoths1.jpg" alt="" width="274" height="245" /></a></strong></span><strong> </strong></span>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal;"><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;amp;amp;"> </span></strong></p>
</li>
</ul>
<h1 id="titreprincipal"><strong> </strong><strong> </strong><strong><a href="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/fig-33-raffigurazione-2-mammoths.jpg"><br />
</a></strong></h1>
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<p class="MsoNormal" style="line-height: normal;"><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;amp;amp;">Démasquons les mammouths !</span></strong></p>
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		<title>VANDALISM DISCOVERED AT ROCK ART SITE SEARS POINT (ARIZONA)</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 21:28:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Artepreistorica.com</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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		<description><![CDATA[The Sears Point area contains ev idence that suggests an unusual association between Hohokam and Patayan features, which cannot be seen elsewhere. Sears Point is hypothesized to have been a boundary area between these cultures where the two groups maintained contact with each other.
The the damage, according Arizona Bureau of Land Management rangers, includes rolled [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-732 alignright" title="cult.Par.5460.Image.-1.-1.1.gif" src="http://www.artepreistorica.com/wp-content/uploads/2010/01/cult.Par_.5460.Image_.-1.-1.1.gif-183x300.jpg" alt="" width="183" height="300" />The Sears Point area contains ev idence that suggests an unusual association between Hohokam and Patayan features, which cannot be seen elsewhere. Sears Point is hypothesized to have been a boundary area between these cultures where the two groups maintained contact with each other.</p>
<p>The the damage, according Arizona Bureau of Land Management rangers, includes rolled boulders and fractured petroglyphs.</p>
<p>Authorities are offering up to a $1,500 reward for information leading to the identification and prosecution of those responsible for vandalism.</p>
<ul>
<li> About <a href="http://www.blm.gov/az/st/en/prog/recreation/cultural/sears.html">Sears Point</a></li>
<li> Little <a href="http://www.blm.gov/az/sears_point/essay.htm">photogallery</a> of Sears Point</li>
</ul>
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