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ARTE RUPESTRE E TRANCE SCIAMANICA

La potenza immaginativa, la capacità di astrarre e sintetizzare, di comunicare, ap-partiene all’uomo fin dai suoi albori, ed è nell’ambiente angusto offerto dalle grotte, che è stata espressa originariamente. L’arte sacra conserva sempre il sapore del vissuto:l’uomo si serve di ciò che vede, tocca e ascolta, di ciò che calpesta e percorre; per questo “l’arte delle caverne” si manifesta come riflesso della caccia, delle sue difficoltà, dei suoi misterie dei suoi miti.

Il valore propiziatorio che si intuisce provenire dalle raffigurazioni degli animali, si accompagna con la fertilità naturale della selvaggina: oltre a procurarsela era importante anche “assicurarsi che essa non venisse meno nei cicli biologici che certamente erano ben conosciuti dall’uomo preistorico” (1).
Verso la fine del secolo scorso, a partire dal 1878, vennero scoperte nella Spagna settentrionale e nella Francia sud-occidentale, alcune grotte dentro le quali erano celati da millenni, opere d’arte rupestre risalenti all’età glaciale (circa 15.000 anni fa). Si trattava di meravigliose raffigurazioni policrome di animali, da lungo tempo scomparsi da quelle regioni che riempivano le pareti, alternati da “graffiti pieni di vita e da un gran numero di strani disegni” (2).

La grotta di Altamira dista 30 Km da Santander ed è vicina a Santillana del Mar; assieme a Lascaux è la stazione più importante dell’arte rupestre franco-cantabrica. Situata all’interno di un massiccio calcareo, si estende per oltre 170 m, anche se le pitture distano solo 30 m dall’ingresso. Si tratta di un insieme di raffigurazioni policrome, per un totale di venticinque, in cui domina il rosso ocra, quindi il bruno ed il nero usati dai remoti artisti che hanno saputo coniugare una vivace espressività alle sporgenze del soffitto, insolitamente accidentato (3). Gli animali sono stati raffigurati quasi a grandezza naturale: bisonti, cavalli selvatici, cervi, stambecchi, cinghiali, più rari il lupo e l’alce.

Secondo Breuil, quest’arte, sebbene non si debba escludere a priori il gusto per il bello era intimamente legata ai valori religiosi sociali su cui imperniavano gli interessi della comunità primitiva. Coloro insomma che dipingevano erano probabilmente anche gli stregoni della tribù: gli unici ai quali fosse permesso l’accesso. Alcune delle esperienze religiose fondamentali erano già state vissute dall’uomo arcaico. In questi luoghi celati alla luce del sole riti propiziatori per la caccia o di fertilità per il gruppo tribale.

Lascaux (4)è stata scoperta tardi, nel 1940, ma le sue pitture hanno colori di una nitidezza straordinaria. Sulle pareti si stagliano imponenti figure taurine (uri) raffigurate in corse sfrenate tra spazi immensi racchiusi in pochi metri di roccia. In primo piano maschi dalle corna immense, i colli protesi in avanti, le zampe accennate, che sembrano pronte a scattare. Secondo gli studi effet-tuati, si tratterebbe di un’opera collettiva guidata però da un unico maestro e realizzata forse in poche settimane, quasi in una frenesia religiosa ed esta-tica. (5) Le “sue” immagini hanno superato le barriere del tempo e ci permet-tono di ascoltare ancora una volta una storia, tante storie. (6)

Per raggiungere la galleria inferiore, bisogna calarsi in un pozzo profondo quasi 7 m, lo spazio è claustrofobico, ma la scena che nasconde è portentosa: i tratti sono neri, leggermente sfumati; si vede un uomo con la testa che finisce a becco, disteso vicino ad un bisonte ferito da una specie di spiedo con gancio; a sinistra un rinoceronte si allontana.
Sembrerebbe la rappresentazione di un incidente di caccia, ma nel 1950 Horst Kirchner ipotizzò che fosse piuttosto la raffigurazione di un’operazione sciamanica; “l’uccello su un palo accanto all’uomo, rappresenterebbe il suo “spirito guardiano” (7). E poi ancora il grande mitologo Joseph Campbell: “La figura umana è indubbiamente quella di uno sciamano, uno stregone in estasi il cui spirito è in volo mistico. Lo possiamo supporre non solo dal fatto che il pene è eretto, uno stato non infrequente durante fasi di trance o di sogno, ma anche dalla maschera d’uccello che orna il suo viso, dai suoi artigli e dal bastone su cui vi è l’uccello […] che denota il volo dello spirito” (8).

Sui legami con totemismo e sciamanismo si è dimostrato scettico André Leroi-Gourhan che pur riconoscendo simbolismi di carattere religioso in senso generale, li considerava connessi soprattutto alla vita sessuale del gruppo tribale. Dopotutto “la religione paleolitica, noi la vediamo solo profilarsi in una vaga penombra” (9).

Anche in Italia esistono grotte dipinte che risalgono all’era glaciale: nell’isola di Levanzo, c’è una grotta in cui appaiono gli animali tipici di quell’era, ma anche uno stupendo asino selvatico; in Puglia, le grotte di Romanelli, scoperte all’inizio del secolo presentano figure femminili stilizzate e motivi geometrici; ma forse la più curiosa è quella vicino a Palermo, ai piedi del Monte Pellegrino, dove accanto a cervi e cavalli, stanno delle figure umane seminude e mascherate. La cosa curiosa riguarda due di queste figure che sembrano impegnate, secondo Breuil, in un autostrangolamento: le gambe piegate fortemente all’indietro esercitano una trazione con una corda passata intorno al collo.

L’arte rupestre, intesa come dipinti o incisioni che usano come supporto la roccia, non compare solo in Europa, ma è un patrimonio dell’umanità intera; se ne ha testimonianza nel continente australiano, in Asia, nell’Africa nord-occidentale, in Sud-Africa. Un’universalità espressiva dunque, i cui significati, spesso si ritrovano anche in epoca moderna. In quei segni l’uomo si può ancora specchiare per trovare immersi, idee, sogni, concetti che lo legano ad un altro uomo, non così lontano come si tende comunemente a credere.

L’ipotesi affascinante seguita da Emmanuel Anati, suggerisce la presenza di modelli archetipici di logica, espressi appunto mediante segni precisi. Nel suo studio (10) analizza le diverse categorie di tali segni. Dai pittogrammi in cui si riconoscono forme antropomorfe, zoomorfe di oggetti reali o immaginari. Agli ideogrammi: segni ripetitivi e sintetici che sembrano indicare concetti precisi. “Molti degli archetipi a diffusione mondiale appartengono a questa categoria. Stranamente, sono tutti segni che ritroviamo pressoché identici, migliaia di anni più tardi, negli ideogrammi delle prime scritture pittografiche-ideografiche della Cina, della Mesopo-tamia, dell’Egitto e altrove” (11). Per arrivare infine ad una categoria di segni che Anati chiama psicogrammi, in cui non si riconoscono, né sembrano rappresentati oggetti o simboli. “Sono slanci, violente scariche di energia che potrebbero forse esprimere sensazioni quali caldo o freddo, luce o tenebre, vita o morte, amore od odio, o anche percezioni più sottili”. Si tratta di formule grafiche particolarmente efficaci, connesse allo spi-rito, e come tali in grado di aiutarci a scoprire “i meccanismi ricorrenti del nostro sommerso”.

La maggior parte dei siti di arte rupestre preistorica non presenta una continuità temporale con tradizioni artistiche o gruppi culturali contemporanee. Fanno tuttavia eccezione alcuni luoghi utilizzati ancor oggi dai diversi clan totemici australiani; (12) ed alcuni siti rinvenuti nell’Africa meridionale, chiaramente legati ai boscimani San del Kalahari. La ricerca di David Lewis-Williams mostra come gran parte dell’arte rupestre san sia associata alle immagini visionarie percepite dagli sciamani durante le varie fasi della trance. (13)

Come in altre società tradizionali, gli sciamani San, raggiungono stati alterati di coscienza, attraverso il quale curano i malati, o individuano le prede per la caccia, o agiscono sui fenomeni atmosferici, come la chiamata della pioggia. La magia attraverso la quale viene operato tutto questo è associata al num: una sorta di energia, una potenza che risiede all’altezza dell’ombelico, e che una volta attivata (con la danza) permette l’accesso ad una serie di poteri come la chiaroveggenza, il volo fuori dal corpo, la visione della malattia (o visione radiografica). (14)

Gli studi di psicologia condotti sugli stati di trance, (15) hanno rivelato che a mano a mano che le persone avanzano in questi stati, attraversano di solito tre fasi distinte, durante le quali assistono a fenomeni visivi differenti. Nella prima fase vengono percepite forme geometriche luminose chiamate fosfeni, come righe, macchie di luce, zigzag, griglie o spirali. (16) Si ritiene che siano prodotte da una sollecitazione del sistema nervoso; si possono “vedere” sia con gli occhi aperti che con gli occhi chiusi. Nelle fasi più profonde di trance, gli sciamani vedono animali, persone, mostri o ciò che Lewis-Williams definisce “teriantropi” o “semiteriomorfi”: combinazioni di forme umane ed animali. Lo “stregone” della caverna di Les Trois Frères, (17) nella regione franco-cantabrica, può essere benissimo compreso in questa definizione: la testa è incoronata da corna palmate di renna; le orecchie sono quelle del lupo e il volto è incorniciato da una criniera simile a quella del leone; ha una coda di cavallo e zampe d’orso, ma gli arti inferiori sono umani. E’ probabile che alcuni particolari siano stati danneggiati dopo la scoperta dell’incisione, ma non si può escludere che il disegno dell’abate Breuil sia inesatto.

Così come appare nelle fotografie, il “Grande Stregone” è meno impressionante. Può essere però interpretato come un “Signore degli Animali” o come uno stregone che lo impersona. (19) Sembra comunque accertata la presenza di pratiche di tipo sciamanico in epoca paleolitica. L’esperienza estatica, come fenomeno originale è costitutiva della condizione umana. Ciò che muta nel tempo non è la capacità di sognare o “cadere in trance”, ma è l’interpretazione e la valorizzazione dell’esperienza estatica secondo le diverse forme culturali. L’estasi sciamanica comunque presuppone la credenza in un’anima capace di lasciare il corpo e viaggiare nel mondo (o tra i diversi piani cosmici) ed incontrare degli esseri, degli spiriti, ai quali chiedere aiuto e benedizione; implica inoltre la “possessione”: la capacità di penetrare nei corpi degli uomini o degli animali, ma anche la possibilità di “essere posseduti” dall’anima di uno spirito, o di un animale o di un dio. (20)

Per quanto, secondo Leroi-Gourhan, tutto si presenti ancora confuso nella penombra, l’arte dei primordi ci mostra che la relazione fondamentale era quella con il regno animale, dal quale l’uomo traeva la propria sussistenza. Le varie espressioni artistiche delle fasi più antiche, nel mondo intero, illustrano una tipologia estremamente simile: stessa scelta tematica, associativa ed anche lo stile è fondamentale. Proprio per questo si può ritenere giustificato parlare di un unico linguaggio visuale, nonché di un simbolismo universale testimoniato dalle superfici rocciose di tutto il mondo. In tal caso anche le domande che l’uomo si poneva sulla sua identità e sulle manifestazioni del mondo circostante rimangono sottintese. Riportando alla luce tali reperti, scavando la terra, è come se l’uomo moderno scavasse dentro se stesso.

Il Sud-Ovest americano
Nonostante l’esplorazione del Sud-Ovest americano risalga al XVI secolo con Francisco Vasquez de Coronado (1510-1554), solo nella relazione pubblicata nel 1845 dal tedesco Johann Gregg, a seguito di un viaggio nel Nuovo Messico, si fa cenno di antiche rovine: un pueblo Anasazi nel Chaco Canyon, senza per altro alcun riferimento ad incisioni rupestri. (21) Negli anni successivi proseguono altre annotazioni distratte e frettolose. Primo a riconoscere i segni di un arte antica è John Powell nel 1869 che, come direttore dell’Ufficio di Etnologia, darà un forte impulso agli studi dell’arte rupestre americana. (22) Con le informazioni ricavate dall’analisi delle immagini parietali si è potuto ipotizzare il loro utilizzo nelle cerimonie magico-religiose, con particolare riguardo alla figura dello sciamano nei riti di fertilità e di caccia. Uno dei problemi più gravosi è però la datazione di tali superfici. La mancanza di materiali organici impedisce l’uso di tecniche come la dendrocronologia (data il legno) o l’archeomagnetismo (datazione delle ceramiche ed argille cotte). (23)

Ciò che rimane sono supposizioni di appartenenza ad un determinato periodo. Alcune conferme nel tempo sono arrivate con l’analisi delle patine nelle incisioni rupestri, tenendo presente che il fattore climatico gioca un ruolo di primaria importanza nel processo di formazione delle stesse e si tratta di un fattore alquanto instabile. Nonostante tutte le difficoltà ed incertezze del caso, gli studiosi sono giunti ad individuare quattro “fasi artistiche”, la prima delle quali va dal 9000 al 1000 a.C. e comprende raffigurazioni di elementi astratti quali linee, curve, zigzag, coppelle su ciotoli e massi rocciosi. (24) La seconda fase va dal 1000 a.C. fino all’era cristiana: è caratterizzata dalle prime incisioni rupestri e pitture astratte; la terza è chiamata la cultura dei basketmakers (dei “fabbricanti di canestri”, datata sino al 700 d.C.): vengono rappresentati sia soggetti naturali che sovrannaturali.

L’ultima fase dura appena quattro secoli, dal VIII al XII, e si sviluppa attorno all’arte preistorica dei Kiva, cioè degli edifici cerimoniali in muratura collocati sotto terra. Inizia quindi un periodo di decadenza che termina con la fine della preistoria. (25) La cultura dominante in questa regione tra il X e il XIV secolo è stata quella Anasazi, conosciuta soprattutto per i cosiddetti pueblo ( unità abitative addossate a pareti rocciose che per il particolare uso “del tetto del vicino” come pavimento per l’abitazione sovrastante, acquistano il aspetto a gradoni) abbandonati a partire dal 1200, forse a causa della persistente siccità che si abbatté su tutta la regione.

Gli Anasazi fanno la loro comparsa a partire dal II sec. a.C.; in lingua navajo vengono chiamati “gli Antichi” ed ebbero come centro di diffusione Four Corners, dove s’incontrano i moderni stati dello Utah, Nuovo Messico, Arizona e Colorado. Gli Anasazi hanno lasciato molte testimonianze del loro passaggio, in particolare la ceramica, con le sue elaborate decorazioni geometriche, ma ciò che più colpisce è la straordinaria espressività rupestre con motivi sia naturali che astratti, il cui significato difficilmente può essere identificato se non attraverso un’attribuzione di carattere magico-religiosa.

Diverse pareti sono state utilizzate spesso da artisti di diversa generazione che sovrapponevano i loro dipinti a quelli dei predecessori. La spiegazione è da ricercarsi non tanto nella scarsità di superfici, quanto nella sacralità di certi luoghi. Come in tutte le culture preistoriche, anche nel Sud-Ovest americano figurano tra le pitture più antiche i segni di dita o le mani in negativo. (26) I colori che prevalgono sono il rosso ed il bruno, ottenuti dall’ossido di ferro, o il bianco ricavato dal gesso e dalla calce.

E’ interessante notare come queste firme primordiali siano riuscite ad attraversare il tempo dandoci la possibilità di raccogliere ancora una volta la testimonianza di un “uomo” che, seppur lontano, ha mantenuto inalterato lo stesso gesto: siamo bambini che lasciano le loro impronte sulla sabbia.
Nelle raffigurazioni pittoriche più evolute della cultura Anasazi, prevale invece la figura antropomorfa vista di fronte, a volte ornata da collane o copricapi. Ma i personaggi più curiosi sono quelli rappresentati a grandezza naturale, con teste squadrate o rettangolari, spesso prive di arti. (27) Se si pensa a questi luoghi come a teatri d’ iniziazione ad esempio, le immagini potrebbero rappresentare le visioni dei partecipanti alla trance, forse anime o spiriti guardiani; le figure del resto sono piuttosto inquietanti.

La suprema esperienza dello sciamano conduce all’estasi, alla trance; (28) ogni volta che accade è come se morisse un po’: l’anima abbandona il corpo e viaggia in tutte le regioni cosmiche. Eppure in molte tradizioni, dall’Asia alle Americhe, permane il ricordo di un tempo in cui l’estasi non era necessaria, poiché non vi era una separazione tra corpo e anima: tutti gli uomini potevano intraprendere concretamente il loro viaggio in cielo; volavano realmente sopra le nuvole. Per l’ideologia primitiva dunque, l’esperienza attuale, questa mistica dello spirito di cui lo sciamano rappresenta l’unico artefice ed attore, risulta inferiore all’esperienza sensibile dell’uomo primordiale. E’ come se una catastrofe fosse intervenuta a separare l’unità dell’uomo, così come ha separato il cielo e la terra. Oggi solo lo sciamano può restaurare quella condizione privilegiata, annullando così la sofferenza di una vita che si svolge nella transitorietà, dove la catastrofe è rappresentata dalla morte, ma solo debolmente e solo per poco; il tempo di un viaggio in spiritu.

NOTE

(1)M. Delahoutre, Il sacro e la sua espressione estetica, in Trattato di antropologia del sacro, vol. 1, a c.di
L.E.Sullivan, Jaca Book, Milano 1989, cit. p. 160. Le manifestazioni artistiche note più antiche si trovano nell’Africa
australe (Tanzania, Namibia) e vengono datate circa 34.000 anni fa. Nel Nord Africa alcune pitture in Libia, e tutta l’area
del Tassili-Algeria, risalgono a 12.000 anni fa; in Asia le più antiche datazioni risalgono a 32.000 anni fa; in Australia,
nella grotta Koonala vicino ad Adelaide, esistono incisioni rupestri datate 22.000anni fa; mentre in America, la data più
antica che si conosce è di circa 17.000 anni, nello stato di Piuni in Brasile. [Cfr. E. Anati, Simbolizzazione, concettualità
e ritualismo dell’Homo Sapiens, in Trattato di antropologia del sacro, vol. 1, pp. 176-177.]
(2)Cfr. L. Berger-Kirchner, Età della pietra ( AA.VV.), Il Saggiatore, Milano 1960, pp. 7-8.
(3)In L.R. Nougiere, La preistoria, UTET, Torino 1982, p. 106.
(4)La grotta si trova nella valle della Vézère, a circa 2 Km da Montignac, in un massiccio calcareo. Cfr. Età della
pietra, p. 31.
(5)L.R. Nougiere, op. cit., p.77.
(6)“L’arte di Lascaux può essere considerata la fonte di molte delle nostre attuali orga-nizzazioni e concezioni
artistiche”. L.R. Nougiere, op. cit., p. 68.
(7)Cfr. M. Eliade, Storia delle idee e delle credenze religiose (1975), vol. 1, Sansoni, Milano 1991, pp. 29-30.
(8)Cit., J. Campbell in J. Halifax, Voci sciamaniche: rassegna di narrativa visionaria (1979), Rizzo-li, Milano 1982,
pp. 24-25.
(9)A. Leroi-Gourham, Le religioni della preistoria, Rizzoli, Milano 1970, cit., p. 180.
(10)E. Anati, Origini dell’arte e della concettualità, Jaca Book, Milano 1988.
(11)Ibidem, cit., p.105.
(12)Come gli oggetti sacri di legno o pietra, churinga, usati nell’Australia centrale, o le pitture rupestri
dell’Australia settentrionale che sono considerate un’eredità dei tempi antichi. Si tratta in genere di pitture in gallerie o
sotto ripari rocciosi raffiguranti l’eroe, Wongina, che diede origine ad una tribù o ad un clan. Il più vecchio anziano della
tribù ha il compito di “toccare” queste immagini: dipingerle a nuovo prima del periodo delle piogge, per rinnovare la forza
vitale contenuta in esse. In questo modo uomini, animali e piante, potranno crescere ancora. Cfr. A. Lommel, Età della
pietra, pp. 226-228.
(13)D.Lewis-Williams, The Imprint of Man: The Rock Art of Southern Africa, Cambridge University Press, London 1983.
(14)Cfr. M. Biesele, in J. Halifax, op. cit., p. 79.
(15)Vedi R.K. Siegel, in L.J. West (a cura di), Hallucinations, Behavior, Experience and Theory, John Wiley, New York
1975.
(16)Gli sciamani del bacino dell’Amazzonia che fanno uso del potente allucinogeno ayahuasca, dipingono disegni molto
simili sulle pareti delle loro case, ma anche su oggetti rituali. Sarebbero infatti forme viste durante la trance. [Cfr. J.
Halifax, Lo sciamano: il Maestro dell’estasi (1982), Red Edizioni, Como 1990, pp. 67.]
(17)La grotta si trova presso Montesquieu-Avantès e fu scoperta nel 1914 dal conte Henri Bégouen. Nella parte più
profonda di essa si trova un vano detto Santuario che ospita le raffigurazioni più importanti. I graffiti sono incisi in
profondità ed i tratti scuri risaltano sulla pietra più chiara: bisonti, cervi, renne in gran numero, teste di orso, cavalli
e stambecchi. All’entrata del Santuario, ci sono due grandi teste di leone in prospettiva facciale che sembrano di guardia
alla sala. Si riconoscono poi, sempre in una parte del Santuario, bisonti con la parte inferiore umana e dietro ad essi una
figura danzante con il corpo di bisonte, ma in posizione eretta. “Quest’uomo, probabilmente travestito da animale, tiene tra
le mani uno strumento oblungo che porta alla bocca. Trattasi forse di un flauto”. Appaiono poi facce umane grottesche tra le
figure di animali (forse anime?). Qui compare anche la più strana raffi-gurazione di uomo-animale dell’arte dell’era
glaciale: lo stregone di Trois-Frères, domina tutta la parete a 4 m di altezza. [Cfr. L. Berger- Kirchner, Età della pietra,
pp. 38-39.]
(18)H. Breuil, in J. Halifax, Voci sciamaniche, p. 6.
(19)Cit. M. Eliade, Storia delle idee e delle credenze religiose, vol. 1, p. 29.
(20)Ibidem, cfr. p. 36.
(21)Cfr. Dossier: I Primi Americani, Archeo 126 (1995), M. Baistrocchi, pp. 44-89.
(22)Anche se uno studio rigoroso di carattere scientifico sarà intrapreso solo dopo la seconda Guerra Mondiale.
(23)Le pitture contengono resti organici quali collanti di origine animale (sangue, albume, ecc.) ma la possibilità di
indagine è forzata dalle quantità troppo esigue: un prelievo causerebbe danni a tutta l’opera.
(24)L’uso di massi ricoperti di coppelle è un’usanza che si è protratta nei secoli fino a tempi recenti. Chiamate
“rocce della pioggia” venivano appunto usate per invocare della pioggia durante danze rituali. Sono state trovate nello Utah,
Great Basin e California.
(25)Viene infatti considerato come inizio della storia per le popolazioni del Sud-Ovest americano, il 1540: l’incontro
con l’uomo bianco, la spedizione di Coronado. Bisognerebbe dunque considerare anche una “quinta fase” storica appunto, in cui
ad elementi tradizionali delle genti dei canyon si affiancano elementi di chiara origine europea, come cavalli o uomini
in armatura, o ancora la raffigurazione di chiese.
(26)Si tratta di segni ottenuti premendo la mano contro la roccia e spruzzando il colore con la bocca od una cannuccia. “Impronte” in positivo sono naturalmente ottenute immergendo i palmi nel colore ed imprimendoli sulla superficie.
(27)Compaiono maggiormente nella cosiddetta “cultura Fremont”. Fremont e Jevier Fremont sono due sub-culture sviluppatesi ai margini dell’area culturale Anasazi (a nord-ovest del fiume Colorado) per un arco di tempo che va dal 300 al 1350 d.C. [Cfr. M. Bartocchi, p. 53.]
(28)M. Eliade, Miti, sogni e misteri (1957), Rusconi, Milano 1974, pp. 103-111.

(MARICA DAL CENGIO)

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