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LIBERARE L’ARTE RUPESTRE (QUASI UN MANIFESTO)

Resumé
Aujourd’hui on doit rapprocher à l’étude rigoureux et descriptif de l’art rupestre une attitude qui nous le livre de nouveau comme message expressif qui puisse dire son mot même avec le monde contemporain, puisque il y a dessigne d’ancienne beauté dans l’immense gisement de nos gestes quotidiens, presque toujours incompréhensibles et oubliés comme une langue ensevelie.

Abstract
Nowdays it’s necessary to think about the rock art not as a painstaking and descriptive subject but as an expressive message in touch with the contemporaneous world. In fact there are signs of ancient beauty in the vast layer of our everyday gesture that are often incomprehensible as a forgotten language.

Lo studioso di arte rupestre difficilmente guarda negli occhi l”opera che sta indagando, anche se l”ha appena scoperta. Ha paura di lasciarsi sedurre e di non poterla più sezionare con distacco scientifico. Per questo le rivolge domande serie e rigorose. L”arte però non ama intrattenere una conversazione a livello di comunicazione comune; preferisce sorprendere con espressioni originali, eccentriche. Allo studioso, l”arte rupestre sembra così rispondere poco e svogliatamente, sembra addirittura non corrispondere affatto. D”altro canto vorrei vedere voi se, dal primo incontro e per molti anni di seguito, vi facessero sempre le stesse domande, come quelle che di prassi si rivolgono all”arte rupestre: ”Quando è stata realizzata? Da chi? Per quale scopo? Come decifrare le immagini?”

Una conversazione così monotona da inibire qualsiasi risposta brillante e che ha costretto l”arte rupestre a ripetere ogni volta la stessa storia, sempre più consumata, sempre meno interessante. Storia che, oltretutto, si avvia ad annoiare anche i più pedanti compilatori, ormai consapevoli che la sola acquisizione ed accumulo di dati, per quanto numerosi ed inediti, non bastano al progredire ed innovarsi di una disciplina. Per non parlare di chi, con la massima sicurezza, attribuisce precisi e puntuali significati ”esoterici” alle figurazioni, come ne fosse l”autore.

E poi, anche se all”arte, in generale, non dispiace esser studiata e colta nel suo percorso cronologico – culturale, quello che lei preferisce è l”essere goduta con tutti i sensi: le sue rappresentazioni realizzano l”intenzione dell”immaginario e scavalcano il tempo al di là delle istanze figurative, del gusto e delle regole. Riguardo dunque l”arte preistorica, ad uno studio e descrizione rigorosi, la cui importanza mi guarderò bene dal negare, va oggi accostato un nuovo ingrediente o, meglio, un atteggiamento che, liberandola da ulteriori mortificazioni, ce la riconsegni. Se vogliamo tentare una via per cogliere con nuovi occhi il linguaggio dell”arte rupestre dobbiamo liberarci dall”esclusiva posizione di indagatori o descrittori di immagini.

Quest”arte richiede un”attenzione partecipativa, una risposta creativa verso quella dimensione che non teme l”accostamento al gioco, con tutti i pericoli che il gioco presenta quando sfiora il gesto iniziatico o la mossa proibita. Mi torna alla mente la straordinaria ricerca musicale di Demetrio Stratos, le sue parole: ”Quello che io faccio in musica è una sorta di archeologia della voce: di essa m piace ricercare nuove tessiture, le energie. Quando la voce lotta con la voce, è come se lottasse con tutta l”archeologia dell”essere umano”. (Stratos, 1979).

Per Stratos l”elemento sonoro (voce – musica) è pharmakon: veleno e medicina al contempo. L”ascolto della sua musica richiede di frequentare un continuo dualismo tra rumore e suono, voce e respiro, oriente ed occidente, in un ascolto e vuole si partecipi alla creazione ed al sacrificio. Anche il suo è lavoro di recupero quegli elementi espressivi che la storia ha castrato, è tentativo di liberare la voce dalla repressione della musica colta per restituirle il suo dialogo con il corpo. Ed oltre. Questo in generale vale per buona parte dell”espressione artistica, soprattutto contemporanea; e per l”arte rupestre? La risposta che ci attendiamo da essa non deve smorzare l”emozione dell”incontro; lo stato di empatia richiede di essere esercitato con un dialogo che si coltiva solo in particolari stati d”animo. In parole povere non si tratta solo di utilizzare l”arte rupestre come reperto ma di cogliere quello che essa ci può dare, anche in rapporto a situazioni insospettabili. All”obiezione di chi domanderà quale contributo questo approccio potrà dare allo studio dell”arte rupestre risponderò che sarà soprattutto quest”ultima ad offrire contributo ad altri ambiti, forse più come messaggio evocativo che come documento.

In questa occasione, quando parlo di arte rupestre richiamo evidentemente il senso generale della manifestazione, l”immaginario che ne viene suscitato. Non entro nello specifico cronologico – culturale e ancor meno nelle singole qualità espressive o esecutive. Anche per l”arte rupestre, le opere di alto valore sono rare, prevalgono sovente le ”brutture”, eppure essa è ancora in grado di veicolare simultaneamente innumerevoli infiniti significati ermetici. Molto spesso la pittura o l”incisione rupestre, forti anche della loro collocazione naturale ed ambientale, hanno la
facoltà di smuovere le staticità della mente aprendo nuovi canali di sensibilità.

La peculiarità di quest”arte è quella di richiedere sempre un ”viaggio”. La sensazione di rottura dei vincoli temporali che sovente accompagna l”opera preistorica, può caricarsi di significati insospettati in grado di entrare in risonanza con esperienze e ricerche di tutt”altra natura. E” ciò che avviene del resto frequentando alcuni territori dell”arte contemporanea. E” ciò che avviene in presenza di immagini in grado di comunicare in forma intuitiva. Sto sempre parlando di come empatizzare con l”arte rupestre, non di come studiarla! Immancabilmente, nel nostro caso, siamo di fronte a figure associate alla roccia, alla sua morfologia e tessitura, a pareti sulle quali è possibile intravedere un mondo, una micro orografia, uno spazio ”oltre”. Figure in grado di simboleggiare un diverso piano illustrativo, proteggendolo con una parvenza di richiamo narrativo capace di depistare chi ci si arrovelli per leggerlo o descrivervi un presunto mito, anziché intuire l”erompente forza ipnotica del fenomeno.

Ancora una volta le immagini ci chiedono un ascolto partecipativo con il quale far emergere quel pensiero più profondo che riguarda l”esperienza metafisica, difficilmente descrivibile con una comune spiegazione. Le figure sulla roccia sono supporto per cogliere una verità cui ci si deve accostare con uno sguardo particolare, capace di sollecitare vari livelli di quella memoria antica in grado di aprire ad una ”conoscenza diffusa”, come quella richiamata dalle figure di mandala. Il rapporto coinvolgente con l”opera, la sua collocazione, la natura del supporto, le chimiche segrete dei colori, richiedono l”incrocio dei sensi: l”occhio deve toccare l”asperità della superficie ed udire le note cromatiche che l”orecchio rimanda nello sfiorare i solchi, le linee delle incisioni o le vibrazioni tonali delle figure.


Tentare di decifrare un rupestre può invece voler dire imprigionare molti dei messaggi ad esso sottesi, privandoci della libertà di partecipare a quell”infinito ventaglio di significati che sovente l”opera dischiude. Significati od espressioni simboliche per le quali oggi molta parte della cultura contemporanea sente una forte attrazione, quasi a cercare conferma di aver partecipato a quel passato. Perchè vi sono segni di antica bellezza nell”immenso giacimento della nostra gestualità quotidiana, quasi sempre incomprensibili e dimenticati come una lingua sepolta.

Come ”tuffarsi” dunque o lasciarsi naufragare dolcemente, immedesimandosi con qualche cosa che non è soltanto quello che si vede?
Forse ci siamo sinora fidati troppo della nostra percezione visiva che, come ci insegnano molte esperienze contemporanee, è decisamente cambiata con la crisi dei confini che separano arte, scienza e processi simbolici dei linguaggi. E” un po” il problema dell”arte figurativa tradizionale, ingabbiata da una pratica di lettura che ha voluto metter l”occhio dì fronte ad un ordine totalizzante, creando strutture coerentemente articolate. In questo caso l”occhio e la mente sono stati indirizzati verso centri di attenzione stabili, fidando della loro naturale predisposizione a cogliere forme compatte e precise, composizioni articolate, descrivibili e rassicuranti.


Vi sono però anche opere d”arte di fronte alle quali l”osservatore è costantemente in dubbio su dove dirigere la propria attenzione. E” accaduto, nella realizzazione di questi lavori ”felici”, che l”occhio, all”insaputa della mente, l”ha tradita con la mano e la mano dell”artista, libera, è corsa autonomamente verso il gesto creativo, a realizzare molte forme in grado di sedurre lo sguardo, di incantare l”occhio senza tregua.

L”osservatore, privato di un centro fisso di attenzione, di un percorso guidato, sente sfuggirgli un ordine nel quale rifugiarsi. Il suo occhio, scivolando in continuazione da una forma all”altra, cerca un punto di appoggio sul quale ancorare la percezione cosciente. Si tratta di scegliere: arrendersi ad uno sguardo passivo, decifratore e decriptatore di presunti significati ”d”epoca”, o lasciarsi trascinare dal linguaggio ambiguo e indefinito, dove le figure percepite diventano più fluide, mescolate e divise in un flusso continuo.

In questo caso la mente, accettando il gioco di ”sdecifrare le immagini”, potrà nuotare libera, con le figure sullo sfondo, cangianti e simili allo scintillio delle onde. L”arte rupestre sarà allora un pretesto per ritrovarsi nel nostro tempo, questa volta nella parte di artista.

Estratto da ARCHEOLOGIA AFRICANA – saggi occasionali 2000-6

(GIULIO CALEGARI)


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