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TRA EMOZIONE E FORMA:RIPENSARE ALL’ARTE RUPESTRE *(QUASI UN CONTRO-MANIFESTO)

La permanenza di tipologie figurative che dalla preistoria migrano nelle culture proto-storiche e storiche è straordinaria. Alcune immagini che incontriamo nelle grotte le ritroviamo quasi identiche sui vasi arcaici del Vicino oriente come sui frontoni dei templi greci, sui sigilli micenei come sulle pareti delle piramidi egizie. Ma cosa indica questa continuità? A questo punto è necessaria una precisazione.

*Dalla Introduzione a Arte delle origini/Origini dell’arte. Sulla nascita delle immagini, in Archeopterix Collana del ”Corso di Formazione per la tutela e la valorizzazione dei siti preistorici lombardi e nazionali”, Milano, Arcipelago Edizioni. L”ingente patrimonio artistico portato alla luce dalla ricerca preistorica contemporanea è indubbiamente destinato a modificare non solo alcune categorie forti di ricostruzione del passato, ma le nostre stesse convinzioni intorno alle origini della cultura e della civiltà.
Se l”analisi della sintassi figurativa delle prime forme d”arte, nel suo complesso intreccio di pittogrammi e ideogrammi, rende del tutto problematica la scansione che affida alle scritture del IV millennio la responsabilità di inaugurare la storia, ancora più problematica appare tutta la tradizione che colloca le nostre origini in contesti relativamente recenti. Non mi riferisco qui ovviamente alle ”origini biologiche” della nostra specie che già l”evoluzionismo ottocentesco ha dislocato in tempi remoti. Penso, invece, alle origini delle strutture simboliche che stanno alla base della nostra attività di pensiero.

Non dal contesto omerico e biblico, come pensava il mondo pre-moderno, non dall”Egitto, come riteneva l”illuminismo settecentesco, né dalla ”sacra Ellade caucasica” come credevano i romantici, non dal bacino mediterraneo pre-ellenico o dalla culla mesopotamica o ancora dalle ”zone linguistiche” indoeuropee, come si ipotizzava alla fine dell”ottocento, provengono le prime forme culturali, ma la matrice del pensiero simbolico, nella sua complessità logico-ideativa, sembra appartenere alla memoria sommersa di una grande area comune che precede tutte le differenziazioni particolaristiche.

Probabilmente le prime grandi civiltà non sono nate, come si insegna ancora a scuola, intorno ai grandi fiumi, ma si sono costituite intorno ai focolari delle più antiche culture di caccia e raccolta, nelle ritualità arcaiche reiterate per millenni in cui la nostra spiritualità nascente ha iniziato a celebrare i suoi primi misteri.
Di questo passato remoto, ma ancora presente negli spazi più integri dell”anima, l”arte preistorica conserva le più significative testimonianze. Pensiamo alle grandi immagini zoomorfe dipinte nella profondità delle grotte, alle Veneri dalle forme generose, alle ossa di renna incise, alle selci lavorate, alle statuette animalistiche d”avorio di mammut.

Ora, se per l”archeologo è relativamente semplice orientarsi nei contesti narrativi delle civiltà ”storiche”, per chi voglia ricostruire la visione del mondo delle culture preistoriche, una ”visione” che attinge a fonti prevalentemente ”visive”, il lavoro paradossalmente si complica, costringendo l”asse portante della ricerca su un piano ottico-iconologico che la nostra tradizione di pensiero ha costantemente subordinato a forme di rielaborazione del sapere di carattere auditivo-letterario.
Eppure, proprio nelle prime immagini paleolitiche, nella loro forza evocativa e nella loro straordinaria bellezza, sembra già racchiuso, in nuce, tutto il patrimonio ideativo delle culture successive.
Se questo è vero, alla ricerca preistorica si aprono allora due diversi orizzonti indagativi:
a) uno tutto interno al contesto delle origini;
b) uno che da questo deborda fino a includere, in un complesso lavoro di raffronto, le culture tradizionali contemporanee. Quelle culture che, fino a qualche anno fa, gli antropologi chiamavano tribali, primitive o selvagge.

a) Al primo orizzonte appartengono: sia un precorso ”sincronico” che potremmo definire di morfologia comparata dei temi figurativi, sia un percorso ”diacronico” che potremmo definire di ricostruzione degli stili.. Assumendo la nota scansione di Emmanuel Anati dello sviluppo delle culture materiali preistoriche (cacciatori arcaici, raccoglitori arcaici, cacciatori evoluti, pastori-allevatori, economia complessa), potremmo infatti procedere sia ad analisi comparate di tipologie che appartengono al medesimo contesto figurativo -ad esempio quello dei cacciatori arcaici- sia ad analisi comparate di forme figurative diverse e dei loro momenti di transizione -ad esempio dai cacciatori arcaici alle società dei pastori allevatori, e così via-.
b) Al secondo orizzonte appartengono invece tutti quegli scenari che si affidano alla comparatistica etnografica, scenari che già la ricerca del secolo scorso ha ampiamente allestito ricorrendo all”antropologia e all”etnologia e costruendo, col loro soccorso, un teatro della memoria delle origini per molti aspetti problematico, ma denso di potenzialità interpretative dovute allo status sostanzialmente ambivalente delle società tribali.

Il mondo primitivo, infatti, è una sorta di paradossale ”presente remoto”: indubbiamente fuori dei tempi della preistoria ma, in un certo senso è ancora tutto interno ai suoi ritmi.

Ora, lo straordinario ”museo immaginario” che lo studioso di arte preistorica può oggi percorrere, sembra offrire però, da alcuni anni, anche la possibilità di un approccio comparatistico diverso, fondato sulla analisi delle linee di rottura e di continuità dell”immaginario figurativo nel suo passaggio dal mondo preistorico al mondo antico, una analisi fondata sulla più generale convinzione che le vicissitudini degli stili e delle associazioni tematiche dell”arte visiva illustrino le dinamiche dei nostri stessi processi emozionali e cognitivi. La permanenza di tipologie figurative che dalla preistoria migrano nelle culture proto-storiche e storiche è straordinaria. Alcune immagini che incontriamo nelle grotte le ritroviamo quasi identiche sui vasi arcaici del Vicino oriente come sui frontoni dei templi greci, sui sigilli micenei come sulle pareti delle piramidi egizie. Ma cosa indica questa continuità?

A questo punto è necessaria una precisazione.
Ogni espressione simbolico-figurativa ha a che vedere, nella sua spinta originaria, cioè nella sua matrice emozionale, con elementi di concretezza materiale radicati nella fisicità dell”esperienza sensibile. L”immagine, intesa come grande contenitore formale d”energia psichica, dà all”emozione una consistenza visiva, pur non esaurendo in essa la sua spinta originaria. (In particolari contesti magico-sacrali può essere, in effetti, la stessa immagine a porsi quale elemento propulsore e moltiplicatore dell”emotività che la ha, alle origini, determinata).
Prima ancora che sulle analogie formali dell”organizzazione dei segni, sarebbe necessario interrogarsi sul contesto emozionale che sta alla base dell”emergenza di questi segni. Figurazioni analoghe affondano infatti le loro radici, prima ancora che nel gesto creativo, in momenti concreti, radicati nella fisicità dell”esperire.
Intorno a questi nuclei psicologici a forte concentrazione emotiva (morte/vita-castrazione/sessualità) si viene a costituire una sorta di campo magnetico che, attraendo la fantasia, la spinge ad organizzarsi in contenitori formali paradigmatici. E” in questi contesti che l”immagine, catturando la carica emozionale, le offre la ”via di fuga” dell”organizzazione figurativa. L”immagine, potremmo quasi dire, alle origini, è una sorta di precipitato rituale di un”esperienza concreta, reiterata probabilmente per millenni. Ma per comprendere il vissuto emozionale delle origini non abbiamo paradossalmente che le stesse immagini delle origini. O poco più.
E” come se esistessero nella vita psichica territori fortemente radioattivi che le immagini depositate nella memoria segnalano attraverso l”oscillazione dei loro valori magici e simbolici: organizzazioni figurative analoghe indicano campi emozionali analoghi, contesti di esperienza simili, anche se le tipologie grafiche, nel corso dei secoli si sono poi piegate a esigenze espressive diverse.

A partire da questa premessa, quanto segue potrebbe sintetizzare le linee-guida di questa nuova comparatistica:

1°- individuazione e analisi di quei temi figurativi dell”arte parietale e rupestre preistorica che più sembrano raccogliere l”emozionalità del vissuto e contenere una forza evocativa densa di potenzialità simboliche (archetipi figurativi);

2°- raffronto di queste immagini con quelle figure paradigmatiche dell”arte antica che nelle loro caratteristiche iconografiche conservano la memoria degli schemi figurativi originari;

3°- analisi del significato emozionale degli schemi figurativi e delle oscillazioni del loro valore simbolico nell”iter di sviluppo dalla preistoria alla storia

(GABRIELLA BRUSA ZAPPELLINI)

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