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Paleolithic

CONSIDERAZIONI SU ALCUNI ASPETTI ZOO-ANTROPOLOGICI LEGATI ALL’ARTE DI GROTTA ROMANELLI

Riassunto. Grotta Romanelli rimane una delle più interessanti testimonianze iconografiche del paleolitico superiore italiano. La Produzione artistica romanelliana, ricca di motivi naturalistici e non naturalistici, evidenzia, come rilevato da più Autori, l’esistenza di un rapporto zooantropologico complesso che, se pur diversificato in ineguali espressioni semiologiche,  si identifica  nel culto della Dea Madre. Culto al quale, come lo stesso Blanc ebbe ad affermare, è consacrata l’intera grotta in cui la rappresentazione della femminilità non è in antitesi  con la alterità animale iconograficamente rappresentata secondo un vocabolario simbolico nel quale il referente non umano possiede una propria individualità metaforica.

Summary. Cave Romanelli remains one of the most interesting iconographical testimonies of the Italian superior paleolitich. The Production artistic of romanelli, rich of naturalistic and not naturalistic motives, to point out, as noticed from more authors, the existence of a zooantropologich complex connettion that, if also diversified an uneven semiological expressions, he identifies in the cult of the Mother Goddess. Cult to which, as the same Blanc had affirm to, is consecrated the entire cave in which the representation of femininity is not in antithesis with the iconografical representaded animal alterity second a symbolic dictionary in which the non human referent possesses an own metaphoric individuality.

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Le esplorazioni speleologiche delle grotte carsiche della Provincia di Lecce, effettuate dallo Stasi e dal Regalia fra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, evidenziarono una colonizzazione paleolitica delle cavità fra Castro e Santa Maria di Leuca. Successivamente, fino alla metà ed oltre del XX secolo, culminando con la scoperta della Grotta dei Cervi in località Porto Badisco, altri ricercatori confermarono la presenza di insediamenti paleolitici nelle caverne del basso Salento. Le osservazioni dello Stasi e del Regalia e quelle precedenti, che non vanno dimenticate, del Botti, tutte basate primariamente sul ritrovamento di resti ossei, misero in evidenza una complessa società umana che sussisteva, come risultava anche solo da una analisi approssimativa, su un’economia strettamente venatoria, nella quale la maggiore fonte proteica alimentare era rappresentata probabilmente, dagli animali selvatici.

Fra questi i mammiferi e i volatili erano i più rappresentati in proporzione ai resti ossei rinvenuti. Si trattava innanzitutto, come fu successivamente ricostruito per grandi linee, di una fauna espressione di un post glaciale, nel passaggio pleistocene-olocene, caratterizzata, per i grossi mammiferi,  da  bovini, equidi, cervidi, lagomorfi, caprini e carnivori[1]. Animali che ben si adattavano ad un ambiente steppico ad “Ephedra” nel quale non mancavano Juniperus, Pinus pinea o, in vicinanza di acque sorgive, elementi meno xerotolleranti quali il Pioppo e il Frassino[2].

Comprensibilmente non esisteva un’uniformità di paesaggio; questo era fortemente diversificato fra territorio interno e fascia costiera, la cui “trasgressione”al termine del Würm  quando iniziò l’innalzamento, al ritmo di circa un centimetro l’anno, del livello marino, ha probabilmente spinto la linea di costa a circa quindici chilometri di distanza dall’attuale con conseguente  formazione di lagune aperte[3]. Siffatte formazioni erano colonizzate da una fauna tipica degli ambienti palustri come la Lontra per i mammiferi, e le varie specie di Anatidi o Gruiformi rinvenuti dal Regalia nel bolo superiore di Grotta Romanelli[4]. In tale bolo, inoltre, a dimostrazione della rigidità del clima, sono stati ritrovati resti ossei di specie la cui distribuzione attuale investe l’Europa settentrionale. Fra queste devono essere citate la Starna, l’Orco marino, l’Aquila del Bonelli, l’Uria, il Cigno ecc., mentre la presenza di vari mammiferi e di specie quali l’ Otis tarda ed Otis tetrax, abbondantissime secondo il Regalia, dimostra l’esistenza di ampie zone non boscose a prateria, nelle quali si esercitava l’attività venatoria. Attività indirizzata, secondo un’analisi quantitativa dei resti presenti nel bolo di Romanelli, verso le specie numericamente più abbondanti e di più facile cattura e, in un secondo tempo, verso quelle più grosse, con le quali la caccia diveniva più complessa ed articolata[5].

La presenza, fortemente condizionata dal contesto ambientale, di una ricca biodiversità anche in questo caso rileva, per l’uomo, una netta dissociazione fra il rapporto quotidiano con gli animali e la loro rappresentazione. Infatti, in un rapporto venatorio quasi paritetico maggiore era la mole e la ferocità di un animale e più alte erano le difficoltà di cattura, come più intense dovevano essere la relazione e la coordinazione che venivano richieste a più individui per conseguire lo scopo. Parallelamente e conseguentemente più perspicaci dovevano essere le cognizioni concernenti l’oggetto di caccia, le sue abitudini e il suo essere anatomico, fisiologico ed etologico. Una cultura che esigeva un’approfondita ed un’accurata rielaborazione cognitiva dei dati accumulati con l’osservazione. Una operazione mentale dapprima strettamente finalizzata alla sopravvivenza, successivamente più elaborata, e quindi carica di significati diversi e a volte metonimici rispetto alle acquisizioni originali, ma sempre risultante dell’integrazione fisica e culturale fra l’uomo e l’ambiente.

Integrazione attraverso la quale si può collocare in un contesto  rigoroso il rapporto con l’alterità e la diversità animale. In merito, interessanti rimangono i parallelismi che possono stabilirsi fra le osservazioni sui ritrovamenti ossei, riferiti all’attività umana paleolitica in grotta Romanelli e in tutte le altre cavità del basso Salento, e le rappresentazioni di animali in tale territorio, tenuto conto che la capacità di cacciare grossi mammiferi era stata acquisita dall’uomo già nel paleolitico inferiore, e questo, per alcuni studiosi, renderebbe invalide le ipotesi che collegano l’arte rupestre a ritualità venatoria[6].

I motivi zoomorfi in Romanelli riguardano essenzialmente figure incomplete fortemente stilizzate e niente affatto prevalenti rispetto alle rappresentazioni non naturalistiche[7]. Tali reperti d’arte, sia parietale sia mobiliare, espressioni dell’Epigravettiano finale, possono essere collocati in un arco di tempo che va dal 14000 al 12000 a.C. circa[8].  Le raffigurazioni zoomorfe, se non teniamo conto delle forme difficilmente riferibili a specie precise, riguardano primariamente i bovidi e successivamente, in ordine d’importanza, il cinghiale, la cerva e il felino. Anche in Romanelli, come in altre grotte del Salento e dell’Italia meridionale in genere, non esiste, se si fa eccezione del cervo (specie uniformemente diffusa in tutto il contesto europeo),  una connessione diretta fra i resti fossili presenti nella grotta e gli animali utilizzati nelle rappresentazioni grafiche; animali cioè che hanno avuto un ruolo marginale per l’alimentazione umana, come si desume dal Regalia e dalla sua analisi dei fossili romanelliani tra i quali per i bovini le uniche tracce riguardano un molare superiore sinistro d’animale non adulto, alcune ossa carpali ed alcune vertebre caudali, mentre sono numerose le tracce di ungulati selvatici e  scarse quelle riguardanti i suidi ed il Felix ferus[9].

Le rappresentazioni romanelliane di bovidi sono precedenti alla domesticazione della specie, avvenuta all’incirca nel 7000 a.C., e  sono riconducibili, sulla base della struttura anatomica, al Bos primigenius Bojanus (Uro europeo), scomparso in epoca storica e, sin dal pleistocene,  uniformemente diffuso in tutta Europa, nelle regioni sud occidentali dell’Asia ed in quelle nord orientali dell’Africa[10]. La diffusione europea, specie nella fascia meridionale, del Bos primigenius, è documentata, in tutta l’area mediterranea, da tracce fossili come quelle rinvenute nell’Italia centro-meridionale e particolarmente nel Lazio e in Basilicata. Per il Salento ossa fossili, anche di grosse dimensioni, di Bos primigenius sono state rinvenute nel bolo a terra rossa della Romanelli e nei fossili provenienti  da  faune di riempimento di ventarole[11] di Pietra Leccese come quelli rinvenuti dal Botti in Grotta Cardamone in Novoli (Lecce) [12] e successivamente nelle località San Sidero presso Maglie (Lecce) ed in Fondo Motta a Melpignano (Lecce)[13].

Una peculiarità accomunante i ritrovamenti fossili salentini, secondo il Botti e poi il De Giuli, era data quindi dalle dimensioni notevoli delle ossa dei bos pleistocenici[14]. Raffigurazioni artistiche dell’Uro sono presenti nella Grotta del Romito in Basilicata e in Sicilia nella Grotta Addaura. In Puglia, precedenti a Romanelli, ma sempre appartenenti alla cultura epigravettiana, databili quindi fra i 15300 ed i 15000  prima di Cristo circa, vi sono i graffiti raffiguranti teste di bovidi rinvenuti in Grotta Paglicci (Foggia)[15].

L’utilizzo dell’immagine del Bos primigenius, o Auroc, nell’arte paleolitica, sia essa parietale che mobiliare, ha originato diverse interpretazioni, anche contraddittorie fra loro, sulla base di una convinzione diffusa fra gli archeo-etnografi, successivamente estesasi a tutte le espressioni artistiche paleolitiche, secondo la quale l’uso simbolico degli animali  era solo in una minima parte spiegabile, mentre rimaneva per il resto criptico, in quanto legato a intermediazioni culturali di cui con il tempo erano andati perduti i riferimenti e le simbologie. Nelle società venatorie mediterranee al termine del pleistocene la raffigurazione così frequente dell’Uro, paragonabile per intensità solo a quella del cavallo, a cui però si riconosce una valenza diversa, può fare anche ipotizzare che questa specie abbia assunto il ruolo di animale simbolico e sacrificale del tutto assimilabile a quello dell’orso fra i cacciatori dell’europa settentrionale[16].

Una possibile chiave interpretativa che scaturisce dalle caratteristiche fisiche, ma soprattutto da quelle etologiche del Bos primigenius e in primo luogo dalla sua aggressività[17]. Qualità specifiche queste che rendevano l’esercizio venatorio verso questa specie complesso, e perciò  stesso all’origine di alcune trasposizioni simboliche dell’Uro. Trasposizioni trasversalmente presenti in tutte le culture, le quali associavano genericamente l’immagine del più grande bovide selvatico mai esistito alla fecondità ed agli attributi fisici a questa correlati. L’importanza dell’Auroch quale probabile referente animale in società a forte connotazione venatoria – in assenza di altre specie di identica ferocità sulle quali costruire un rapporto oppositivo uomo-animale – può argomentarsi sulla base delle connessioni psicologiche che  motivavano alcune pratiche di caccia in epoche storiche.

L’esercizio venatorio, in quest’ottica, poteva essere letto nei suoi aspetti quasi trascendentali, nei quali veniva a crearsi una contrapposizione diretta, non solo fisica, dell’ uomo all’animale. Contrapposizione nella quale il sacrificio di uno dei due antagonisti poteva essere, secondo una ritualità antropocentrica, l’esito finale di un confronto la cui connotazione investiva la stessa sfera epica e sociale, al di là della sopravvivenza individuale. Il referente animale in questi eventi, rappresentava pur nel suo essere inumano, negatività ed astrazioni concettuali umane, che nulla avevano a che vedere con la sua intima natura. La ritualità venatoria era strutturata in maniera tale da opporre la superiorità umana a quella ottusamente ferina dell’animale, un’egemonia essenzialmente intellettuale che si è tramandata sin nelle società post-plioceniche.

Nella Grecia minoico-micenea i riti venatori veniva trasfigurati in rappresentazioni atletico-artistiche; mentre in Asia Minore, la dove si credeva che la domesticazione dei bovini fosse stata possibile solo per intercessione divina, era praticata una caccia al bovino selvatico che aveva un’accezione spirituale e nella quale il sacrificio dell’animale rappresentava il culmine del rito venatorio stesso [18]. Tutti comportamenti rituali arcaici che si sono originati in epoche probabilmente precedenti alla domesticazione del bovino e che si sono trasmessi ed evoluti nelle società agricole, nelle quali l’Uro vide scemare l’aura trascendentale che aveva in precedenza acquistato nella mente dell’uomo. L’uomo, infatti, dal neolitico in poi, si rapportò con la figura, a lui più vicina, del Bos taurus, animale che assimilò, per una certa somiglianza fisica, parte dei significati del suo precursore, ma che si impadronì anche di una propria individualità semantica legata al difforme interesse suscitato nell’uomo stesso, ma soprattutto al differente uso a cui era destinato.

Un elemento macroscopicamente visibile in tutte le rappresentazioni di bovidi in grotte mediterranee e comune anche in quelle graffite in Romanelli, quasi un frammento forse di un linguaggio collettivo, ha sede nella riproduzione della testa e dei sui particolari anatomici,  soprattutto le corna a volte raffigurate in misura sproporzionata rispetto all’anatomia dell’animale. Nelle corna dei bovini, parte peculiare dei meccanismi di  difesa e di offesa, si identificava in senso traslato probabilmente la feroce forza dell’animale.

In base ad un probabile linguaggio metaforico a cui rispondevano le rappresentazioni rupestri, l’entità della disarmonia grafica (per nulla imputabile a un difetto nella tecnica rappresentativa) evidenziò, come per il Bos primigenius, il particolare anatomico delle corna, scelto quale elemento identificativo dell’intero animale[19]. Presumibilmente, infatti, l’iconografia dei bovidi era legata ad un valore paradigmatico che, secondo Marshack, già dal musteriano e poi nel paleolitico superiore, più che all’ intera fisicità dell’animale si collegava all’uso simbolico di sue parti anatomiche[20]. In tale ottica le corna non a caso erano simbolo di  forza e, per estensione analogica, finivano per identificarsi con le divinità e con il potere. Divinità spesso rappresentate con appendici cornuali, come nelle pitture rupestri dell’era glaciale nell’Africa settentrionale[21].

L’ambivalenza semantica, scambiata da alcuni autori per ambiguità semiologica, data alla testa dell’Uro e alle sue particolarità anatomiche può (al dì là ed unitamente al significato apotropaico che ebbero nelle culture mediterranee post-plioceniche gli esseri provvisti di appendici corneali) secondo una relazione diretta essere collegata con la fertilità e rimandare, per estensione, a un suo culto attraverso la venerazione delle Dee Madri. Sotto tale prospettiva le rappresentazioni dei bovidi, pur nella loro apparente e immediata esaltazione della mascolinità,  potevano essere tappe di un percorso traslato che, partendo dalla apologia della potenza fisica maschile, ne estrapolava le capacità riproduttive per assimilarle, quale valore assoluto, alla fertilità ed alla sua venerazione, la cui rappresentazione concettuale rimandava alla femminilità fisica intesa essenzialmente come capacità generativa[22].

In tale prospettiva si può ipotizzare che la diversificazione nella lettura dell’immagine dei bovini che si evidenziò e si sviluppo nelle successive culture neolitiche e storiche, era probabilmente già presente nell’epigravettiano finale di Romanelli, proprio perché l’immagine del bovino era intimamente correlata, come si è visto per le sue peculiarità anatomiche, alla virilità, ma insieme richiamava, come rilevò il Graziosi nel commentare la stele fossile della grotta del Romito in Lucania, il mondo oscuro della femminilità e quindi quello delle tenebre correlandosi con il culto dei morti. Culto lunare e per conseguenza legato alla misteriosa forza creatrice femminile e quindi al culto della Dea Madre.

L’ambivalenza dell’Uro nella semantica legata all’animale può apparire contraddittoria, ma non lo è se si considera l’immagine del bovino non come quella di un animale psicagogo o psicopompo ma come quella certificante, attraverso i significati esplicitati della sua figurazione, un’attinenza in senso traslato con la fertilità nella complessità dei suoi aspetti.

Presumibilmente in una medesima chiave di lettura possono essere definite le altre figurazioni zoomorfe romanelliane, da considerare tasselli di un articolato vocabolario simbolico, che mette in risalto una funzione referenziale dell’animale complessa e flessibile, così composta da eccedere la frequentazione quotidiana con lo stesso, rivelando in tal modo nell’uomo paleolitico una capacità di traslazione concettuale mediata su basi culturali progredite. Il felino quindi, che secondo alcuni autori per  tutto il Paleolitico affianca le rappresentazione dei bovidi[23], costituisce un ulteriore esempio di univocità di linguaggio, e nello stesso tempo di complessità semantica. Infatti, l’incompleto felino romanelliano conservato nel museo Pigorini, inciso su blocco calcareo e purtroppo privo di parte del tronco anteriore e della testa, può riconoscersi nell’ambivalente trasposizione della morte e della fertilità, che viene attribuita nelle culture successive al paleolitico al gatto.

Riferimenti possono venire da alcune culture mediterranee come quella egiziana nella quale l’immagine gatto raffigurava la donna in gravidanza con una identificazione del felino con la prolificità, comune anche alle contemporanee religioni orientali. Anche il gatto secondo alcuni si collega alla femminilità e quindi al potere lunare e alla morte [24]. Così il felino presente come animale funerario in alcune sepolture celtiche, come quella nel Riparo Tagliente in Veneto, ha indotto alcuni autori a ipotizzare un suo ruolo psicopompo sulla base del retaggio culturale archetipico originatosi dalle osservazione del comportamento dei felidi selvatici essenzialmente notturni, solitari, feroci e con grandi capacità venatorie[25]. Il ruolo psicopompo dei felini non è presente nelle sepolture pugliesi, in alcune delle quali compare il cavallo, animale, come ci è stato trasmesso dall’evoluzione culturale greca e successivamente latina, inequivocabilmente psicagogico[26].

L’associazione felino – bovide per alcuni autori aveva ed ha una valenza e un’ambiguità dualistica fra sessualità e morte, presente in più culture, comprese alcune società tribali africane, nelle quali la referenza fra uomo ed animale aveva, per condizioni di vita, rapporti più culturalmente immediati rispetto a quelli occidentali. Il felino, quindi, nel caso di Romanelli è probabilmente assimilabile al suo significato psicologico e la sua figurazione rafforza quella del bovide e si completa con quelle della cerva e del cinghiale. Anche a queste ulteriori figure zoomorfe presenti nell’arte mobiliare di Grotta Romanelli si può attribuire una valenza lunare e quindi un’organicità e una continuità di pensiero con il felino e il bovide[27].

In Romanelli al cervo, animale simbolico utilizzato in molte culture, sia occidentali che orientali, con una pluralità di significati, ma essenzialmente riconducibili alla fertilità maschile, viene affiancata l’effige del suo equivalente femminile, ben lontana dai significati di purezza che avrebbe assunto nel pensiero cristiano, anzi probabile rafforzativo della rappresentazione della femminilità. Una rappresentazione mediata su elementi culturali per i quali l’animale fu assimilato con la figura allegorica della Dea Madre, al cui culto rimanda anche, quale ulteriore espressione di fertilità femminile, l’immagine della scrofa. Graffito mobiliare romanelliano su pietra conservato a Roma nel Museo Pigorini.

Per via indiretta un accreditato consolidamento dell’identificazione della figura della cerva con quella della femminilità può essere dato dall’uso che veniva fatto in epoca paleolitica dei denti degli animali di questa specie,  che erano impiegati per la manifatturazione di monili, come quelli rinvenuti nelle sepolture femminili (epigravettiano antico) nelle grotta delle Veneri in Parabita (Lecce) e in quella di Santa Maria d’Agnano in Ostuni (Brindisi).

Se si vuole cercare, all’interno di quest’ottica, una continuità lineare fra le espressioni zoomorfe di grotta Romanelli e le figure muliebri incise nella stessa, una probabile chiave di lettura può essere data dalla possibile consacrazione di  Romanelli al culto della Dea Madre e in senso trasversale e generico a quello della fertilità. Culto al quale gli animali, nella loro valenza iconografica di idioma universale, hanno concorso unitamente alle rappresentazioni esplicite della femminilità.

Se analizzata in un’ottica strettamente zooantropologica Romanelli conferma i modelli zoologici utilizzati nell’area mediterranea nell’epigravettiano, dando così un ulteriore supporto all’uniformità culturale di questa regione. Riferimenti tassonomici che, riportati ad un linguaggio semantico, fanno scorgere solo un’infima parte della complessa intermediazione che doveva esserci fra l’uomo cacciatore-raccoglitore e il referente animale. Una relazione, quella con l’alterità animale, mediata su basi emozionali, poi strutturate culturalmente su un rapporto flessibile che ha accompagnato i tratti evolutivi di un processo culturale nato nel musteriano e evolutosi in quella che è stata definita la rivoluzione del paleolitico superiore. Un’evoluzione intellettuale che si è trasfigurata e, per certi versi, snaturata con la domesticazione, evento che ha portato ad una vera e propria rivoluzione delle società umane e del rapporto uomo-animale e quindi ad una trasposizione semantica del referente non umano su basi culturali completamente diverse.

L’utilizzo simbolico di parti di animali, e quello sicuramente peculiare di Romanelli di associazioni di più animali unitamente raffigurazioni sessuali femminili, secondo una similarità concettuale che accomuna più specie, possono essere intesi come un’evoluzione del pensiero umano rispetto al referente animale. Le effigi animali, sulla base di quanto è stato brevemente accennato, erano utilizzate nel paleolitico soprattutto per una trasposizione simbolica  e rituale degli eventi quotidiani, come in parte può essere osservato dall’esame delle sepolture. In quelle paleolitiche, infatti, le quali non erano semplici atti inumativi, ma espressioni del dolore individuale intermediato dalla collettività, risulta sempre presente una mediazione animale[28].

In molte sepolture erano utilizzate simbolicamente e materialmente con una rilevante frequenza parti di animali. In Puglia esempi congruenti sono forniti dalle sepolture femminili[29] rinvenute in un luogo che si pensa collegato al culto della Dea Madre e quindi comparabile con Romanelli, cioè nella Grotta di Santa Maria d’Agnano in Ostuni (Brindisi), dove una delle inumazioni era circondata da denti di cavallo e in misura minore di bos primigenius. Ulteriore conferma dell’uso di parti di animali è data da una delle sepolture femminili rinvenute in Grotta Paglicci (Foggia),  all’interno dello strato 21, la quale era ricoperta di ossa animali[30]. Un uso simbolico di animali alcuni autori leggono nel graffito felino posto su una delle pietre che bloccavano i femori della sepoltura, si pensa, di un guerriero al Riparo del Tagliente (Verona)[31], o ancora la citata stele raffigurante il Bos primigenius in Grotta del Romito in Lucania.

In conclusione secondo più autori (fra questi Cauvin [32]) il passaggio dal Musteriano al Paleolitco superiore è stato segnato dall’innovazione culturale derivata dall’impiego simbolico e rituale degli animali e di loro parti. Questo approdò ad una cultura essenzialmente basata sul racconto, nella quale il valore simbolico era legato alla raffigurazione, sia come manifestazione di una emozionalità, sia come rapporto puramente convenzionale tra il significante e l’immagine. L’animale, quindi, attraverso la sua rappresentazione, veniva ad essere enucleato dal suo contesto naturale e diventava parte dinamica di un processo espressivo basato su similitudini.

Questo non vuol dire che dal Paleolitico superiore in poi non sono più usate, in maniera diretta, parti d’animali ma che il loro uso simbolico affiancava e rafforzava quello diretto, nel quale, sulla base di un processo identificativo che se vogliamo richiama la magia omeopatica[33, una parte  aveva l’identico valore dell’intero animale; così che chi la possedeva acquisiva le virtù psicofisiche che si riteneva avesse l’animale stesso. Una ritualità basata sulla metafora e sull’antropizzazione dei comportamenti animali, che può introdurre a una parte dei significati che possono aver avuto nelle culture paleolitiche alcuni oggetti ornamentali e alla funzione simbolica dell’animale rappresentato.

NOTE

[1] Come indicato dal deposito a terre brune della Romanelli nella ricostruzione stratigrafica eseguita dal Blanc nel 1920. cfr.  E. LACORTE,  Stratigrafia del deposito di grotta Romanelli (secondo G.A. Blanc) (1920) in I Quaderni n°4 Edizioni Scientifiche del Museo di Paleontologia Maglie, Maglie 1990, p. 86.

[2]Cfr.  E. LACORTE, Mutamenti floristici dal tardo cenozoico al pleistocene superiore in Europa ed in Italia in I Quaderni n°4 Edizioni Scientifiche del Museo di Paleontologia Maglie, Maglie 1990, pp 72 – 77.

[3]Cfr. F. GIANFREDA,  Escursione geomorfologica alla Grotta Romanelli (Castro – le) in I Quaderni n°5 Edizioni scientifiche del Museo Comunale di Maglie, Gennaio 1998 pp. 71-91.

[4]Cfr. E.REGALIA,  P.E. STASI, Grotta Romanelli stazione con fauna interglaciali calda e di steppa Firenze 1904 pp. 36 – 37

[5]Cfr..  E. REGALIA,  P. E. STASI,  cit., p. 40.

[6]Cfr. R. GAION  L’uso simbolico di animali e di parti di animali nel musteriano finale in “ Bestie o dei? l’animale nel simbolismo religioso”  Torino 1996, p. 49.

[7] Cfr.. A. FREDIANI,  F. MARTINI, L’arte paleolitica di Grotta Romanelli Atti del convegno Castro,  Galatina 2000, pp. 69-79.

[8] Cfr.. A. PALMA DI CESNOLA, Il paleolitico della Puglia, in “Civiltà e Cultura di Puglia”, Milano 1979, p. 51.

[9] Cfr.. E. REGALIA, P.E. .STASI,  cit., p. 39.

[10]Cfr.. T. BONADONNA, Le Razze Bovine, Milano-Varese 1959, pag. 30-41.  L’Uro europeo era ancora presente  nelle pianure dell’Italia settentrionale nel primo secolo dopo Cristo e fu regolarmente cacciato nei paesi scandinavi in Russia e in Lituania fin oltre l’anno mille. La specie si è estinta con la documentata morte dell’ultimo esemplare nella foresta di Bialowieska in Polonia, nel 1627. Un tentativo di ricostruzione del Bos primigenius fu fatto con incroci selettivi intorno ai primi decenni del 1900 dai tedeschi Heinz e Lutz Heck. Il Bos Primigenius Bojanus, o Auroch, era considerato il progenitore del Bos taurus primigenius Rüt, dal quale si riteneva avessero preso origine le attuali specie domestiche europee. Specie, quali il Bos taurus, che recenti studi fanno derivare da bovidi medio-orientali giunti in Europa a causa dell’espansione neolitica della pastorizia. La domesticazione del bovino si pone all’origine della rivoluzione agricola che portò alla scomparsa del nomadismo e alla sedentarietà delle popolazioni neolitiche.

[11] Le ventarole sono cavità carsiche imbutiformi aperte che fungevano da trappola per la fauna selvatica, o che raccoglievano l’acqua piovana e quanto da essa trasportato.

[12] Cfr. U.BOTTI, La Grotta Ossivora di Cardamone in Terra D’Otranto Roma 1891, p. 27

[13] Cfr. D. DE LAURENTIIS M. MOSCARDINO Fauna Pleistocenica in Terra d’Otranto Urbania 1959 p. 37 e p. 57

[14] Cfr.U.BOTTI, cit.,  p. 28 e cfr. C. De GIULI, Le Faune pleistoceniche del Salento 1 – La Fauna si San Sidero 3, in “I Quaderni edizioni scientifiche del Museo di Paleontologia di Maglie”, n°1 Giugno 1983, p. 55.

[15] Cfr. A. PALMA DI CESNOLA, cit., p. 51.

[16] cfr. J.C. COOPER,  Dizionario degli AnimaliMitoligici e Simbolci, Vicenza 1997, p. 336

[17]L’altezza al garrese dell’Uro era stimata in circa 1,80 metri e Giulio Cesare lo descrive  nel suo De Bello Gallico come un animale secondo per altezza solo all’elefante, ma rispetto a questo,  molto più veloce.

[18] Cfr.  H. BIEDERMANN, Enciclopedia dei Simboli, Milano 1991, p. 546 e cfr.  J.C. COOPER ,cit.,  p. 338.

[19] La vistosità dei palchi nei bovidi rappresentati nel paleolitico, confrontata con i fossili del Bos primigenius, portò a supporre da parte di Alcuni Autori l’esistenza di una sottorazza mediterranea a corna lunghe definita macroceros. Cfr. T. BONADONNA, cit., p. 37.

[20] Cfr. R. GAION, cit., p. 63.

[21] Cfr. H BIDERMANN, cit., p. 136.

[22] Cfr. J.C. COOPER, cit., p.  91.

[23] Cfr. M. MESCHIARI, Archeologia delle tenebre. L’archetipo Felino nella preistoria, dal sito internet www.ArtePreistorica.it

[24] Cfr  H. BIEDERMANN,  cit, p. 216.

[25] Cfr. M. MESCHIARI, cit., pp. 1-7.

[26] Cfr.L. LEONE,  Spiritualità funeraria paleolitica. La Puglia e le sue espressioni, dal sito internet www.ArtePreistorica.it

[27] Cfr J.C. COOPER, cit., p. 172.

[28] L’abitudine di seppellire i morti  si fa risalire al mesolitico, di cui si conservano in Puglia  solo tracce frammentarie, e probabilmente fu originata una scelta culturale perseguita allo scopo di preservare concettualmente l’integrità fisica umana dall’azione degli animali necrofagi. Riguardo al  mesolitico pugliese frammentarie sono le attuali conoscenze. Denti neandertaliani furono ritrovati in Grotta del Cavallo e del Bambino nel Salento ed in grotta Santa croce in Terra di Bari. Cfr.  A. PALMA DI CESNOLA, Civiltà e Cultura di Puglia, Milano, 1979 p.48.. Un molare di un individuo di circa 14-15 anni fu ritrovato in Fondo Cattìe in Maglie. Cfr. S. BORGOGNINI TARLI, Studio di un molare Neandertaliano (Maglie 1) proveniente da Fondo Cattìe (Maglie Lecce). in “I Quaderni Edizioni Scientifiche del Museo Comunale di Paleontologia Maglie” n°1 giugno 1983, pp. 9-31.

[29] le sepolture in Santa Maria d’Agnano, in epoca cristiana divenuto luogo del culto Mariano, sono state datate fra  20000 e 15.000 anni prima di Cristo.

[30] Cfr. L. LEONE, cit., pp. 1-4.

[31] Cfr. M. MESCHIARI cit., pp. 1-7.

[32] Cfr. R. GAION, cit., p.64

[33] Cfr.C. GATTO, la Magia, Roma 1996, p.49.

[marcello vadacca]

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